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XVI-XVII secolo

Particolare dal ritratto di Claudio Monteverdi (1657-1643) realizzato nel 1640 da Bernardo Strozzi e oggi conservato a Venezia, Galleria dell'Accademia.

UN SECOLO DI TRASFORMAZIONI
– Il secolo vede una separazione fra l'Europa cattolica del Sud e quella protestante del Nord. L'apertura di nuove rotte oceaniche e il fiorire dei mercati (compagnie delle Indie) spinge i paesi del Nord a preferire una religione in cui il denaro contribuisce al posizionamento anche morale nella società. La risposta cattolica punta sull'emotività della fede.
Assolutismo: il rapido cambiamento induce disordini (Guerre di religione, dei Trent'anni, repubblica inglese) che si crede di contrastare attraverso un rafforzamento dell'assolutismo cattolico (Francia, Spagna, Papato).
– Due facce dell'individualismo: il mercato promosso dalla cultura protestante alimenta il liberismo (economico) al Nord, mentre l'opposizione al conservatorismo cattolico incoraggia il libertinismo (morale) al Sud.
– Lo scardinamento di principi acquisiti promuove la creatività artistica (Caravaggio, Bernini, Velasquez, Vermeer, Poussin, Rubens) e scientifica (Galileo, Newton, Cartesio, Pascal).

LA MUSICA
– L'opera è probabilmente la novità musicale più importante del secolo. Vi si dedicheranno tutti i grandi, sia italiani (Monteverdi, Cavalli, Scarlatti), sia stranieri (Lully, Purcell).
– La semplificazione teorica indotta nel Cinquecento dalla stampa e dall'allargamento del pubblico produce un investimento nella capacità seduttiva della musica, in opposizione a quella intellettuale.
– Il rinnovamento delle tecniche esecutive mira all'espressività (stile concitato, virtuosismo) ed a una concezione armonica che insegue i sensi (consolidamento della tonità).

Monteverdi

Canzonette | Madrigali | Scherzi | Vespro | Selva | Opere

 

La vita di Monteverdi si snoda fra tre città: Cremona, Mantova e Venezia.

Monteverdi nacque a Cremona il 15 maggio 1567. Studiò musica con Marc’Antonio Ingegneri, maestro di cappella del Duomo cittadino. Già da adolescente pubblicò le sue prime composizioni sacre, dimostrando un talento precoce.

Nel 1591 entrò al servizio della corte dei Gonzaga a Mantova come musicista e cantore, diventando poi maestro della musica. Questo periodo fu estremamente fecondo: Monteverdi compose madrigali innovativi e iniziò a sperimentare nuove forme espressive, spesso al centro di polemiche per il suo stile audace e per l’uso espressivo delle dissonanze (celebre quella con Artusi). Nel 1607 presentò L’Orfeo, opera che segna una svolta fondamentale nello sviluppo del melodramma.

Dopo contrasti con la corte mantovana, nel 1613 Monteverdi si trasferì a Venezia, dove divenne maestro di cappella della Basilica di San Marco, uno degli incarichi musicali più prestigiosi dell’epoca. Qui rimase fino alla morte, rinnovando profondamente la musica sacra veneziana, dedicandosi anche al dramma per musica.

La musica di Monteverdi è stata catalogata in: SV = Stattkus-Verzeichnis = Claudio Monteverdi Verzeichnis der erhaltenen Werke, ed. Manfred H. Stattkus (Bergkamen 1985, 2/2006)

Canzonette (1584)

Terza pubblicazione del giovane Monteverdi, la prima profana dopo due sacre (Sacrae cantiunculae in latino e Madrigali spirituali in italiano). Le tre opere furono pubblicate dal 1582 al 1584, ovvero fra i 15 e i 17 anni del compositore che, già cantore presso il duomo di Cremona, aveva cominciato a studiare con il maestro di cappella Marc'Antonio Ingegneri. Fu certo l'approvazione del maestro (ricordato nei frontespizi), nonché la disponibilità economica della famiglia, a permettere una pubblicazione così precoce.

Venezia: Giacomo Vincenzi, Ricciardo Amadino, 1584 | Ed. (Wiki) | Ed. (Malipiero).

Canzonette d'Amore

[strofa]

[refrain]
1. Canzonette d’Amore
che m’uscite del cuore
contate* i miei dolori
le man’ baciando a la mia bella Clori


* raccontate
  2. Ivi liete* e vezzose
coronate di rose
contate i miei dolori
le man baciando a la mia bella Clori
* sogg.: le canzonette
  3. Poi mirando il bel seno
e 'l suo viso sereno
contate i miei dolori
in sen vivendo* a la mia bella Clori



* variante già in Vecchi
Armoniosoincanto, Radicchia (2016)

Il testo anonimo di questa canzonetta è tratto dal primo brano delle Canzonette a 4 di Orazio Vecchi (1580) [score | audio], la cui struttura musicale è molto simile.

Tuttavia Vecchi (1550-1605), con uno stile più contrappuntistico adotta una notazione interamente moderna, al contrario Monteverdi, benché più spigliato nel gusto musicale usa una notazione [C, T, B] che risente della vecchia scuola (forse derivata dal suo maestro Ingegneri).

Madrigali

Libro v (1607)

Cruda Amarilli

Concerto Italiano, Alessandrini

Disputa con Artusi

1600 — Artusi, Primo libro
1603 — Artusi, Secondo libro
1605 — Claudio Monteverdi, Madrigali v, in fine (si preannuncia il trattato che però non sarà pubblicato: Seconda pratica, ovvero Perfettione della moderna musica)
1607 — Giulio Cesare Monteverdi, Scherzi musicali,
1608 — Antonio Braccino da Todi, Secondo discorso

Elam Rotem, Artusi vs Monteverdi

Libro vi (1614)

Qui rise o Tirsi

———

Lamento di Arianna

Il primo importante lamento musicale

Scena dell'Arianna (perduta, 1608), l'unica pubblicata nel 1623.

Lamento d'Arianna (a 5 voci, Libro vi, , 1614), Les Arts Florissants | Ed. (Wiki)

Lamento d'Arianna, Marie Théoleyre, soprano [Venezia: Magni, 1623] | Ed. (Wiki)

Pianto della Madonna (contrafactum nella Selva, 1641), María Cristina Kiehr, soprano | Ed. (Wiki)

Lamento della Maddalena (contrafactum in I-Bc, Q 43, ff. 80r-84v.), Karen Vourch, soprano

Lamento della Maddalena ... con nuova aggiunta di C. C. (in I-Bu, 646.VI, ff. 42v–47r) | cfr Koldau 2001.

Lamento d'Arianna Pianto della Madonna   Lamento della Maddalena (I-Bc, Q 43) ... con aggiunte di C.C. (I-Bu, 646.vi)
        Già l'invitto Giesù da l'alto monte
a cui di folte olive
verdeggiante corona orna la fronte,
spiegat'in aria il suo corporeo velo
d'Averno vincitor ne gira al Cielo.
Quando la mesta penitente ebrea,
ch'ebra di mortal duolo
vedea ne l'altrui glorie i suoi tormenti,
così in un punto sciolse
con dolorosi accenti
dall'egro cor gl'affetti,
dagl'occhi il pianto e dalla lingua i detti:
Lasciatemi morire.
E che volete voi che mi conforte
in così dura sorte,
in così gran martire?
Lasciatemi morire.
Iam moriar mi Fili.
Quis nam poterit mater consolari
in hoc fero dolore;
in hoc tam duro tormento?
Iam moriar mi Fili.
Ormai morirò, figlio mio.
Chi mai potrà consolare una madre
in questo dolore feroce,
in questo tormento così crudele?
Ormai morirò, figlio mio.
Lasciatemi morire.
E che volete voi che mi conforte
in così dura sorte,
in così gran martire?
Lasciatemi morire.
Lasciate mi morire.
E chi volete voi che mi conforte
in così dura sorte,
in così gran martire?
Lasciatemi morire.
O Teseo, o Teseo mio,
sì che mio ti vò dir, che mio pur sei,
benché t'involi, ahi crudo, agli occhi miei.
Volgiti Teseo mio,
volgiti Teseo, o Dio
volgiti indietro a rimirar colei
che lasciato ha per te la Patria e il regno
e in queste arene ancora
cibo di fere dispietate e crude
lascierà l'ossa ignude.
Mi Iesu, o Iesu mi sponse,
sponse mi, dilecte mi, mea spes, mea vita,
me deferis heu, vulnus cordis mei.
Respice Iesu mi,
respice Iesu precor,
respice matrem, matrem respice tuam
quae gemendo pro te pallida languet,
atque in monte funesto
in hac tam dura et tam immani Cruce
tecum petit affigi.
Mio Gesù, o Gesù mio sposo,
sposo e diletto mio, mia speranza e vita,
ah tu mi abbandoni, ferita al mio cuore.
Volgiti, Gesù mio,
volgiti, Gesù, ti prego,
volgi lo sguardo a tua madre, guarda
che gemendo per te langue pallida,
e su questo monte funesto,
su questa croce così dura e così crudele
desidera essere crocifissa con te.
O vita, o Gesù mio,
sì che mio ti vuo’ dir, che mio pur sei,
finché t’involi, ohimé, dagli occhi miei.
Volgiti o Gesù mio,
volgiti indietro, o Dio,
vogliti indietro a rimirar colei
che lasciato ha per te le gemme e gli ori,
e in questo mondo ancora,
preda di doglie dispietate e crude,
lascerà l’ossa ignude.
O Gesù, o Gesù mio,
sì che mio ti vo' dir, che mio pur sei,
benché t'involi, ahimé, dagli occhi miei.
Volgiti, o Gesù mioVol-,
volgiti, o Gesu, ah Dio,
volgiti omai a rimirar colei
che lasciato ha per te le gemme e gli ori,
e in questo mondo ancora,
cibo di fere dispietate e crude,
lascierà l'ossa ignude.
O Teseo, o Teseo mio,
se tu sapessi, o Dio,
se tu sapessi, ohimé, come s'affanna
la povera Arianna,
forse, forse pentito
rivolgeresti ancor la prora al lito.
Mi Jesu, o Jesu mi,
o potens homo, o Deus,
en inspectores, heu, tanti doloris
quo torquetur Maria.
Miserere gementis,
tecumquae extinta sit, quae per te vixit.
Mio Gesù, o Gesù mio,
uomo potente, o Dio,
guardate, testimoni, ahi, qual dolore
che tormenta Maria.
Abbi pietà di chi geme,
di chi con te muore, che per te ha vissuto.
O Dio, o Gesù mio,
se tu vedessi, o Dio,
se tu vedessi ohimè, qual aspra pena
sostiene or Maddalena,
forse, forse veloci
rivolgeresti i passi a queste voci.
O Gesù, o Gesù mio,
se ti potessi ahimè
se ti potessi, ahimè, ridir la pena
che soffre entro al suo petto
l'afflitta Maddalena,
forse mosso a pietà del gran cordoglio,
benché leggiera nube t'appresti'l carro
ed i destrieri i venti,
attesteresti il corso a'Ma suoi lamenti.
Ma con l'aure serene
tu te ne vai felice et io qui piango.
A te prepara Atene
liete pompe superbe ed io rimango
cibo di fere in solitarie arene.
Sed promptus ex hac vita
discendis, o mi Fili, et ego hic ploro.
Tu confringes infernum
hoste victo superbo et ego relinquor
preda doloris solitaria et mesta.
Ma tu, pronto, lasci questa vita,
figlio mio, e io qui piango.
Tu spezzerai l’inferno,
vinto il nemico superbo, e io resto
preda del dolore, sola e mesta.
Ma tra nubi sereni
tu te ne vai felice et io qui piango.
Dal Cielo a te ne viene
schiera lieta e superba, et io rimango
preda di pene in solitarie arene.
Ma già con l'aure a gara,
tu te ne vai felice et io qui piango.
Il Cielo a te prepara
liete pompe superbe, ed io rimango
Rimango, ahi cor mio lasso,
spettatrice d'un freddo e duro sasso.
Te l'uno e l'altro tuo vecchio parente
stringeran lieti, et io
più non vedrovvi, o madre, o padre mio.
Te Pater almus teque fons amoris
suscipiant laeti, et ego
te non videbo, o pater, o mi sponse.
Il Padre benigno e la fonte d'Amore
ti accolgano lieti, ed io
non ti vedrò più, o figlio, o mio sposo.
Te nell’amato sen Padre beato
stringerà lieto, et io
più non vedrotti, o luce, o Gesù mio.
Te nel suo amato sen l'eterno Padre
stringerà lieto, ed il mio seno accoglie
lagrime di fuori e dentro acerbe doglie.
Dove, dov'è la fede
che tanto mi giuravi?
Così ne l'alta sede
tu mi ripon degl'avi?
Son queste le corone
onde m'adorni il crine?
Questi gli scettri sono,
queste le gemme e gli ori?
Lasciarmi in abbandono
a fera che mi strazi e mi divori?
Haec sunt, haec sunt promissa
archangeli Gabrielis?
Haec illa excelsa sedes
antiqui patris David?
Sunt haec regalia serta
quae tibi cingant crines?
haec ne sunt aurea sceptra
et fine, fine regnum?
Affigi duro ligno
et clavis laniari atquae corona?
Sono queste, sono queste le promesse
dell’arcangelo Gabriele?
È questo l’eccelso trono
dell’antico padre Davide?
Sono queste le corone regali
che devono cingerti il capo?
Sono questi gli scettri d’oro
e infine, infine il regno?
Essere inchiodato al duro legno,
lacerato dai chiodi e dalla corona?
Dunque, dunque i bei lampi,
mio sol, tra nubi ascondi?
Così gli eterni campi
senza di me sol varchi?
Son queste le corone,
onde m’adorni il crine?
Queste le pompe sono,
che sperai da tuoi lumi?
Lasciarmi in abbandono
a doglia che mi strugga e mi consumi?
Dove, dov'è il tuo amore
che all'amor mio si deve?
Così nell'alta sede
senza di me ne sedi?
Quest'è l'ottima parte,
che s'elesse Maria?
Questi i diletti sono
onde l'alma si bei?
Ch'io resti in abbandono
tra venti di sospiri
e scogli di martiri
nell'immenso ocean de' pianti miei?
Ah Teseo, ah Teseo mio,
lascierai tu morire
invan piangendo, invan gridando aita
la misera Arianna
ch'a te fidossi e ti dié' gloria e vita?
Ahi che non pur rispondi!
Ahi che più d'aspe è sordo a miei lamenti!
Ah Iesu, ah Iesu mi,
en mihi dulce mori.
Ecce plorando, ecce clamando rogat
te misera Maria,
nam tecum mori est illi gloria et vita.
Heu fili, non respondes!
Heu surdus es ad flectus atquae quarellas!
Ah Gesù, ah Gesù mio,
ecco per me dolce è morire.
Ecco piangendo e gridando, ti supplica
la misera Maria:
morire con te per lei è gloria e vita.
Ahimè, figlio, non rispondi!
Ahimè, sei sordo ai pianti e ai lamenti!
Ah speme, ah Gesù mio,
lascerai tu morire,
invan piagendo, invan gridando aita
l’afflitta Maddalena
ch’a te fidossi, a cui se’ gloria e vita?
Ahi che non pur rispondi!
Ahi, che più d’aspi sord’a miei lamenti!
Ah Gesù, ah Gesù mio,
lascierai tu morire,
per te piangendo, de te chiedendo aita,
l'afflitta Maddalena,
cui tu più caro sei che la sua vita?
Ahi, che pur non rispondi!
Ahi, che più del mio cor degl'occhi miei
non curi il duol, non t'ammollisce il pianto.
Potessi almen nel tuo divino aspetto,
fuggitivo amor mio,
fissar lo sguardo e serenar le luci.
Che se patisce il core
per la tua dipartenza de' dannati
le pene, de' beati
le gioie per la tua dolce vista
goderebbero gl'occhi.
Così de' miei tormenti
fora in parte scemato il grave incarco
avendo in me diviso al cor l'inferno
a gl'occhi il paradiso.
Ahi che ciò mi contende
quella nube importuna,
che, fatta preda del mio gran tesoro,
qual contumace ladra
ratta sen fugge per gl'aerei campi.
O nembi, o turbi, o venti
Sommergetelo voi dentr'a quell'onde.
Correte orche e balene
e delle membra immonde
empiete le voragini profonde!
Che parlo, ahi che vaneggio?
Misera, ohimé che chieggio?
O mors, o culpa, o inferne,
esse sponsus meus mersus in undis
velox o terrae centrum
aperite profundum
et cum dilecto meo quoque absconde.
Quid loquor, heu quid spero?
misera, heu iam quid quero?
O morte, o colpa, o inferno,
che il mio sposo sia sommerso nelle onde,
rapido, o centro della terra,
apri le tue viscere
e nascondi anche me con il mio diletto.
Che dico, ahimè, che spero?
Misera me, che cosa cerco ormai?
O nembi, o turbi, o venti,
riportatelo voi da queste sponde.
Correte furie, correte,
e quel che mi s’asconde,
rapite tra voragini profonde.
Che parlo, ahi che vaneggio?
Misera, ohimé che chieggio?
O nembi, o turbi, o lampi,
disperdetelo [...

... lacuna del ms ...

            ...] ahi che vaneggio?
Misera, ohimè che veggio?
O Teseo, o Teseo mio,
non son, non son quell'io,
non son quell'io che i feri detti sciolse.
Parlò l'affanno mio,
parlò il dolore,
parlò la lingua, sì, ma non già il core.
O Iesu, o Iesu mi,
non sit, non sti quid volo,
non sit quid volo sed fiat quod tibi placet.
Vivat mestum cor meo
pleno dolore,
pascere Fili mi, Matris amore.
O Gesù, o Gesù mio,
non sia, non sia ciò che voglio io,
non ciò che voglio: sarà ciò che a te piace.
Viva il mio cuore afflitto,
colmo di dolore;
nutriti, figlio mio, dell’amore di tua madre.
O vita, o Gesù mio,
non son, non son quell’io,
non son quell’io che i feri detti sciolse:
parlò l’affanno mio,
parlò il dolore,
parlò la lingua sì, ma non già il core.
O Giesù, o Giesù mio,
non son, non son quell'io,
non son quell'io che al tuo voler m'opposi,
Parlò l'affanno mio,
parlò il dolore,
Parlò la lingua sì, ma non già 'l core.
Misera! ancor do loco
a la tradita speme e non si spegne
fra tanto scherno ancor d'amori il foco?
Spegni tum Mortem omai le fiamme indegne.
    Misera, ancor do loco
a fuggitiva speme e non ha spento
in tanti pianti ancor Amor il foco?
Spegni tu, Morte, omai l'aspro tormento.
Misera, e pur la Morte
pasci di nuova speme, e non si sdegna
viver fra tanti affanni il cor dolente?
Spegni tu, Morte, ormai giorni si rei.
O madre, o padre, o dell'antico regno
superbi alberghi ov'ebbi d'or la cuna;
o servi o fidi amici (ahi fato indegno)
mirate ove m'ha scort'empia Fortuna,
mirate di che duol m'ha fatto erede
l'amor mio, la mia fede e l'altrui inganno.
Così va chi tropp'ama e troppo crede.


  O Luna, o Stelle, o Sol, mio Sol divino,
eterna imago in cui dolente ognor miro;
o Cielo, o fidi spirti, o fier Destino,
mirate oggi pietosi il mio martire,
mirate di che duol m’ha fatto erede
il mio sole, mentre fugge e in ciel s’asconde.
Qui tacque, più ch’al dir a pianger pronta.
O lussi, o pompe, o de' miei antichi falli
lascivi arredi ond'arse il cor immondo;
o servi, o ciechi amanti, ahi vita indegna,
mirate ove m'ha scorto empia follia,
mirate di che duol m'ha fatto erede
il mio amor, le mie colpe, e i vostri inganni.
Così va ch'il mondo ama e tarda crede.

Libro viii (1638)

Lamento della ninfa

Testo di Ottavio Rinuccini, Poesie (Firenze 1622): 223-224 | Ed. Malipiero, pp. 286-294 | Lea Desandre + Ensemble Pygmalion | Nuria Rial + L'Arpeggiata

  [ninfa]
Soprano
[narratore]
Tre voci
 
1.   Non avea Febo ancora | recato al mondo il dì
ch'una donzella fuora | del proprio albergo uscì
quartine di settenari
2.   Sul pallidetto volto | scorgease il suo dolor
spesso gli venia sciolto | un gran sospir dal cor
 
3.   Sì calpestando fiori | errava or qua or là
i suoi perduti amori | così piangendo va
 
4. Amor
dove dov'è la fe' | ch'el traditor giurò?
                  – Dicea il ciel | mirando e'l pie fermò  
  Miserella ah più no no | tanto gel soffrir non può distico di ottonari (refrain)
5. Fa che ritorni il mio | amor com'ei pur fu
o tu m'ancidi ch'io | non mi tormenti più
   
6. Non vo' più ch'ei sospiri | se non lontan da me
No, no che i suoi martiri | più non dirammi affè
   
7. Perché di lui mi struggo | tutt'orgoglioso sta
Che sì che sì se'l fuggo | ancor mi pregherà?
   
8. Se ciglio ha più sereno | colei che'l mio non è
già non rinchiude in seno | Amor sí bella fè
   
9. Né mai sí dolci baci | da quella bocca avrai
né più soavi ah taci | taci che troppo il sai
   
10.   Sí tra sdegnosi pianti | spargea le voci al ciel
cosí ne' cori amanti | mesce amor fiamma e gel
 

Il tetracordo discendente (la sol fa mi) è usato anche nel rock: Hit the Road Jack (Percy Mayfiled / Ray Charles, 1961)

Ballo delle ingrate

Combattimento di Tancredi e Clorinda

Libro ix

ChoralWiki | 1651

Scherzi musicali (1607, 1632)

1607

I due libri di Scherzi sono il proseguimento delle sue Canzonette (1584). Il primo libro, sempre a tre voci, non usa però più i fascioli separati ma impagina le canzonette sullo stesso foglio. Il secondo libro prediligerà composizioni a voce sola e basso continuo. Il fatto che entrambi i libri escano a firma di un curatore sembra voler segnare una presa di distanza dalla produzione d'intrattenimento: non sono stati pubblicati per volontà del suo ature ma di altri. Tuttavia è possibile che la presenza del fratello (1607) serva a giustificare la lettera di risposta ad Artusi, pubblicata in fine volume.

Scherzi musicali a tre voci ... raccolti da Giulio Cesare Monteverde suo fratello, e novamente posti in luce, con la dichiarazione di sua lettera che si ritrova stampata al Quinto libro de' suoi madrigali (Venezia: Ricciardo Amadino, 1607) | testi | ed. (Malipiero)

Damigella tutta bella | ed. | Kožená / Marcon

Arietta di Grabriello Chiabrera (Rime varie, 1605, ii: 44) di 22 strofe (quadrisillabi e ottonari) che immagina il poeta tentare di sopire inutilmente la sua passione amorosa con il vino. Il brano sarà poi intonato da Vincenzo Calestani (1617) [audio], versione poi ripresa da Branduardi [audio].

1. Damigella | tutta bella
versa versa quel bel vino
fa che cada | la rugiada
distillata di rubino
 
2. Ho nel seno | rio veneno*
che vi sparse Amor profondo
ma gittarlo | e lasciarlo
vo' sommerso* in questo fondo
* veleno colpevole


* voglio lasciarlo sommerso
3. Damigella | tutta bella
di quel vin tu non mi sazi
fa che cada | la rugiada
distillata di topazi
 
4. Ah che spento | io non sento
il furor de gl’ardor miei
men cocenti | meno ardenti
sono ohimè gli incendi Etnei
 
5. Nova fiamma | più m’infiamma
arde il cor foco novello
se mia vita | non s’aita
ah ch’io vengo un Mongibello
 
6. Ma più fresca* | ognor cresca
dentro me si fatt’arsura
consumarmi | e disfarmi
per tal modo ho per ventura*
* rinnovata


* per sorte

1632

stampa | edizione

Scherzi musicali, cioè Arie e madrigali in stil recitativo, con una ciaccona … raccolti da Bartholomeo Magni, 1/2vv, bc (Venezia: Gardano, 1632) | testi | ed. (Malipiero)

246.
247.
248.
249a.
250.
249b.
251.
150.
Maledetto sia l’aspetto
Quel sguardo sdegnosetto | Armatevi pupille | Begl’ occhi à l'armi
Eri già tutta mia
Ecco di dolci raggi il sol armato
Et è pur dunque vero
Io ch'armato
Zefiro torna e di soavi accenti
Armato il cor
3 strofe, S+bc
3 parti, S+bc
3 strofe, S-bc
T-bc
7 strofe, S+bc
T-bc
TT+bc
TT+bc, poi in Madrigali viii

Zefiro torna

Rinuccini Petrarca
Zefiro torna e di soavi accenti
l'aer fa grato e'il pié discioglie a l'onde
e mormoranda tra le verdi fronde
fa danzar al bel suon su'l prato i fiori
Zefiro torna e'l bel tempo rimena
e i fior'e l'erbe sua dolce famiglia
e garrir Progne e pianger Filomena
e primavera candida e vermiglia
Inghirlandato il crin Fillide e Clori
note temprando lor care e gioconde
e da monti e da valli ime e profonde
raddoppian l'armonia gli antri canori
Ridon i prati e'l ciel si rasserena
Giove s'allegra di mirar sua figlia
l'aria e l'acqua e la terra è d'amor piena
ogn'animal d'amar si riconsiglia
Sorge più vaga in ciel l'aurora e'l sole
sparge più luci d'or, più puro argento
fregia di Teti il bel ceruleo manto
Ma per me lasso tornano i piú gravi
sospiri che dei cor profondo tragge
quella ch'al ciel se ne portò le chiavi
Sol io per selve abbandonate e sole
l'ardor di due begli occhi e'l mio tormento
come vuol mia ventura hor piango hor canto     
e cantar augelletti e fiorir piagge
e 'n belle donne honeste atti soavi
sono un deserto, e fere aspre e selvagge

Et è pur dunque vero

Sanctissimae Virgini Missa senis vocibus ac Vesperae (1610)

Composizione messa insieme per lasciare Mantova e trovare posto a Roma. Monteverdi, che non riteneva di essere adeguatamente ricompensato, si era dimesso nel 1608 per otterene dal duca Vincenzo Gonzaga un piccolo stipendio regolare. Tentò comunque la strada di Roma dedicando i Vespri al papa Paolo v (1605-1621). L'operazione non ebbe l'esito sperato, anzi creò diffidenze nei suoi confronti. Morto Vincenzo (1612), il figlio Francesco licenziò Monteverdi. L'anno successivo il compositore fu assunto come maestro di cappella a San Marco (Venezia).

È probabile che la messa – polifonica e contrappuntistica, cioè in stile antico per l'epoca, molto diversa dalle altre composizioni del Vespro — sia stata scritta per mostrare la sua periziona polifonica ai musici della cappella romana.

Sanctissimae Virgini Missa senis vocibus ac Vesperae pluribus decantandae, cum nonnullis sacris concentibus, ad sacella sive principum cubicula accommodata (Venezia: Ricciardo Amadino, 1610)

      vv/coro str/bc  
Missa In illo tempore 1.
2.
3.
4.
5.
Kyrie I | Christe | Kyrie II
[Gloria] Et in terra pax | Qui tollis
[Credo] Patrem omnipotentem | Crucifixus [C6AT] | Et in Spiritum
Sanctus | Benedictus
Agnus Dei I – Agnus Dei II [C6AT5B7]
     
Vespro della Beata Vergine
1.

2.

3.

4.

5.



Deus in adiutorium + [responsorio] Domine ad adiuvandum
Dixit Dominus (109)
[mottetto] Nigra sum
Laudate pueri (112)
[mottetto] Pulchra es
Lætatus sum (121)
[mottetto] Duo Seraphim clamabant
Nisi Dominus (126)
[mottetto] Audi cœlum
Lauda Jerusalem Dominum (147)
Sonata sopra Sancta Maria ora pro nobis
[inno] Ave maris stella
Magnificat
Magnificat
 
 
 
   
 
 
 
   
 
   
 
 
   
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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Messa In illo tempore a sei voci

Ed. critica (Biazeck, 2013) | Ed. senza Bc (Rottländer, 2019) | Odechaton

Tratta dall'omonimo mottetto di Nicolas Gombert (1495-1560) | Ed. | Odechaton

1.
2.
6.
8.
3.
9.
5.
10.
6a.
4.
In illo tempore
loquente Jesu ad turbas
extollens vocem
quaedam mulier de turba dixit [illi]
"Beatus venter qui te portavit
et ubera quae suxisti"
At ille dixit
"Quinimo
beati qui audiunt verbum Dei
et custodiunt illud"
Lc 11.27-28
In quel tempo
mentre Gesù parlava alle folle
alzò la voce
una donna dalla folla e disse:
«Beato il grembo che ti ha portato
e il seno da cui hai preso il latte»
Ma egli disse:
«Piuttosto
beati coloro che ascoltano la parola di Dio
e la custodiscono»

Responsorio

Selva morale e spirituale (1641)

Selva morale e spirituale ... dedicata alla Sacra Cesarea Maesta dell'Imperatrice Eleonora Gonzaga (Venezia: Bartolomeo Magni, 1640) | Ed. (Wiki)

        vv/coro str/bc
A 3 madrigali morali


2 canzonette morali
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O Ciechi il tanto affaticar
Voi ch'ascoltate
E questa vita un lampo a 5 voci
Spontava il dì
Chi vol che m'innamori
 
 
 
 
 
 
 
 
 
  
  messa

sezioni alternative
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Messa a 4 da capella
– Kirie, Gloria, Credo, Sanctus, Agnus
Gloria
Crucifixus
Et resurrexit
Et iterum
 

   
 
 
 
 

  
 
  
  
B mottetto
inni
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Ab æterno ordinata sum (basso)
Dixit I
Dixit II
Confitebor I
Confitebor II
Confitebor III alla francese
Beatus I
Beatus II
Laudate pueri I
Laudate oueri II
Laudate dominum I
Laudate Dominum II
Laudate Dominum III
Credidi
Memento
Sanctorum meritis I (anche altri inni)
Sanctorum meritis II (anche altri inni)
Iste confessor II [a] (anche Ut queant)
Deus tuorum militum
Magnificat I
Magnificat II
Salve regina (con eco)
Salve Regina [I]
Salve Regina [II]
 
   
   
 
 
 
   
 
 
 
 
   
   
   
   
 
 
 
 
   
 
 
 
 
 
  
  
  
  
 
  
 
  
 
  
  
 
 
 
  
  
  
 
  
 
  
 
 
  mottetti 286
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288
Iubilet tota civitas (in dialogo)
Laudate Dominum
Pianto della Madonna (sopra l'Arianna)
 
 
 
 
 
 
a. lste confessor I è un adattamento di Sanctorum meritis II

Iste confessor II (Ut queant laxis)

Inno per il vespro in ricordo di un vescovo confessore (la versione nel LU è stata rivista nel 1632). Scritto su strofa saffica (3 endecasillabi saffici e un adonio) può essere adattata ad ogni inno che usa tale strofa, il cui più famoso è Ut queant laxis attribuito a Paolo Diacono

Iste confessor | Domini sacratus
Festa plebs cuius | celebrat per orbem
Hodie letus | meruit secreta
Scandere Coeli
Questo confessore, consacrato al Signore,
la cui festa il popolo celebra in tutto il mondo,
oggi, lieto, meritò di salire
ai segreti del Cielo.
Qui pius, prudens | humilis, pudicus
Sobrius, castus | fuit et quietus
Vita dum presens | vegetavit eius
Corporis artus
Pio, prudente, umile e puro,
sobrio, casto, fu anche pacato,
finché la vita presente animò
le membra del suo corpo.
Ad sacrum cuius | tumulum frequenter
Membra languentem | modo sanitati
Quo libet morbo | fuerint gravata
Restituuntur
Presso il suo sacro sepolcro, spesso,
le membra degli infermi tornano alla salute,
da qualunque malattia
siano state oppresse.
Unde nunc noster | chorus in honorem
Ipsius hymnum | canit nunc libenter
Ut piis eius | meritis iuvemur
Omne per aevum
Perciò ora il nostro coro, in suo onore,
canta volentieri un inno per lui,
affinché, per i suoi pii meriti,
siamo aiutati per tutti i secoli.
Sit salus illi | decus atque virtus
Qui supra coeli | residens cacumen
Totius mundi | machinam gubernat
Trinus et unus
Siano salvezza, onore e potenza,
a Colui che , sedendo sopra la sommità dei cieli,
governa l’ordine di tutto il mondo,
Trino e Uno.

Ed. (Wiki) | (Iste confessor) | (Ut quean laxis) Ensemble Elyma, Garrido

Credo (Messa a 4)

Credo a 4 | Credo concertato (Ensemble Elyma, Garrido) | Et incarnatus: (a 4) | (conc.)

Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine et homo factus est.   
Crucifixus etiam pro nobis, sub Pontio Pilato, passus et sepultus est.
Et resurrexit tertia die, secundum Scripturas, et ascendit in coelum, sedet ad dexteram Patris.
Et iterum venturus est cum gloria iudicare vivos et mortuos, cuius regni non erit finis.

Beatus vir I

Salmo (mottetto) fra i più rappresentativi della produzione tarda di Monteverdi. Il testo loda le virtù dell’uomo giusto, promettendo una ricompensa divina. La musica impiega sei voci (SSATTB) ed è concertata a 2 violini.

Beatus vir I | (ed.) | (scheda)

        Salmo 111 (112)
1. Beatus vir qui timet Dominum
in mandatis ejus volet nimis
Potens in terra erit semen ejus
generatio rectorum benedicetur
Gloria et divitiae in domo eius
et iustitia eius manet in saeculum saeculi
Exortum est in tenebris lumen rectis
misericors et miserator et iustus
Beato l’uomo che teme il Signore
che trova grande gioia nei suoi comandamenti
Potente sulla terra sarà la sua discendenza
la generazione dei giusti sarà benedetta
Gloria e ricchezza saranno nella sua casa
e la sua giustizia rimane per sempre
Nelle tenebre sorge una luce per i giusti
misericordioso, pietoso e giusto
1.

2.

3.

4.
Beatus vir qui timet Dominum:
in mandatis ejus volet nimis.
Potens in terra erit semen ejus;
generatio rectorum benedicetur.
Gloria et divitiae in domo ejus,
et justitia ejus manet in saeculum saeculi.
Exortum est in tenebris lumen rectis:
misericors, et miserator, et justus.
2. Iucundus homo qui miseretur et commodat
disponet sermones suos in iudicio
quia in aeternum non commovebitur
in memoria aeterna erit iustus
ab auditione mala non timebit
paratum cor eius sperare in Domino
confirmatum est cor eius
non commovebitur donec despiciat inimicos suos
dispersit dedit pauperibus
iustitia eius manet in saeculum saeculi
cornu eius exaltabitur in gloria
Felice l’uomo che ha compassione e concede
amministra le sue parole con giustizia
perché non vacillerà in eterno
il giusto sarà ricordato per sempre
non temerà cattive notizie
saldo è il suo cuore confida nel Signore
il suo cuore è stabile
non vacillerà finché non vedrà la rovina dei suoi nemici
egli dona largamente ai poveri
la sua giustizia rimane per sempre
la sua potenza si innalza nella gloria
5.

6.

7.

8.

9.
Jucundus homo qui miseretur et commodat;
disponet sermones suos in judicio:
quia in aeternum non commovebitur.
In memoria aeterna erit justus;
ab auditione mala non timebit.
Paratum cor ejus sperare in Domino,
confirmatum est cor ejus;
non commovebitur donec despiciat inimicos suos.
Dispersit, dedit pauperibus;
justitia ejus manet in saeculum saeculi:
cornu ejus exaltabitur in gloria.
3. ... exaltabitur in gloria      
4. Peccator videbit et irascetur
dentibus suis fremet et tabescet
desiderium peccatorum peribit
Il peccatore vedrà e si adirerà
digrignerà i denti e si consumerà
il desiderio dei malvagi andrà in rovina
10. Peccator videbit, et irascetur;
dentibus suis fremet et tabescet:
desiderium peccatorum peribit.
5. Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto
sicut erat in principio et nunc et semper
et in saecula saeculorum. Amen
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo
come era nel principio ed ora e sempre
così nei secoli dei secoli. Amen
   

 

Lamento della Madonna

Opere

Orfeo (1607)

L’Orfeo di Claudio Monteverdi, rappresentato nel 1607 a Mantova su libretto di Alessandro Striggio, vuole ricreare la tragedia greca classico e diventa uno dei primi esempi di opera. Ispirata al mito di Orfeo ed Euridice, racconta la discesa del poeta negli Inferi per salvare l’amata perduta.

Possente spirto, atto iii: Orfeo convince Caronte | testo | musica: stampa 1607 | parte | Furio Zanasi (Concerto Italiano, Alessandrini, 2015)

Finale atto iv: Orfeo s'è voltato | testo | I profeti delle quinta (live 2019) | Les Arts Florissants (live 2017)

Poppea

Per una storia della musica attraverso l'opera di Monteverdi:
Cap. I. Tetracordo e quinta (Pitagora, timbro): Lamento della ninfa (Madrigali 1638) — Tragedia greca: Orfeo
Cap II. Liturgia (Credo, Nicea, messa): Credo e varianti (dalla Messa a 4: Selva) — Ore, tropi, sequenze, contrafacta: Responsorio (Vespro) e Lamento d'Arianna
Cap. III. Notazione: Raggi dov'è il mio bene (Canzonette) — Teoria: Artusi — Guido d'Arezzo: Iste confessor II (Selva) — Mottetto: Beatus I (Selva) — Trovatori e materia cavalleresca: Combattimento
Cap. IV. Fomes fixes (Ars nova): Et è pur dunque vero (Scherzi 1632) — Fiamminghi: Messa a 6 (da Gombert)
Cap. V. Stampa (frottole e madrigali): Damigella tutta bella (Scherzi 1607), Qui rise o tirsi (Madrigali 6) — Musica strumentale: Possente spirto (Orfeo) — Nuovo mondo: Zefiro torna (Scherzi 1632) — Teatro: Ballo delle ingrate (Madrigali 1638)
Cap. VI. Il mercato: Alcun non mi consigli (Madrigali 9) — Opera: Poppea