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La vita di Monteverdi si snoda fra tre città: Cremona, Mantova e Venezia.

Monteverdi nacque a Cremona il 15 maggio 1567. Studiò musica con Marc’Antonio Ingegneri, maestro di cappella del Duomo cittadino. Già da adolescente pubblicò le sue prime composizioni sacre, dimostrando un talento precoce.
Nel 1591 entrò al servizio della corte dei Gonzaga a Mantova come musicista e cantore, diventando poi maestro della musica. Questo periodo fu estremamente fecondo: Monteverdi compose madrigali innovativi e iniziò a sperimentare nuove forme espressive, spesso al centro di polemiche per il suo stile audace e per l’uso espressivo delle dissonanze (celebre quella con Artusi). Nel 1607 presentò L’Orfeo, opera che segna una svolta fondamentale nello sviluppo del melodramma.
Dopo contrasti con la corte mantovana, nel 1613 Monteverdi si trasferì a Venezia, dove divenne maestro di cappella della Basilica di San Marco, uno degli incarichi musicali più prestigiosi dell’epoca. Qui rimase fino alla morte, rinnovando profondamente la musica sacra veneziana, dedicandosi anche al dramma per musica.
La musica di Monteverdi è stata catalogata in: SV = Stattkus-Verzeichnis = Claudio Monteverdi Verzeichnis der erhaltenen Werke, ed. Manfred H. Stattkus (Bergkamen 1985, 2/2006)
Terza pubblicazione del giovane Monteverdi, la prima profana dopo due sacre (Sacrae cantiunculae in latino e Madrigali spirituali in italiano). Le tre opere furono pubblicate dal 1582 al 1584, ovvero fra i 15 e i 17 anni del compositore che, già cantore presso il duomo di Cremona, aveva cominciato a studiare con il maestro di cappella Marc'Antonio Ingegneri. Fu certo l'approvazione del maestro (ricordato nei frontespizi), nonché la disponibilità economica della famiglia, a permettere una pubblicazione così precoce.
Venezia: Giacomo Vincenzi, Ricciardo Amadino, 1584 | Ed. (Wiki) | Ed. (Malipiero).
Canzonette d'Amore
| [strofa] [refrain] |
1. | Canzonette d’Amore che m’uscite del cuore contate* i miei dolori le man’ baciando a la mia bella Clori |
* raccontate |
| 2. | Ivi liete* e vezzose coronate di rose contate i miei dolori le man baciando a la mia bella Clori |
* sogg.: le canzonette | |
| 3. | Poi mirando il bel seno e 'l suo viso sereno contate i miei dolori in sen vivendo* a la mia bella Clori |
* variante già in Vecchi |
Il testo anonimo di questa canzonetta è tratto dal primo brano delle Canzonette a 4 di Orazio Vecchi (1580) [score | audio], la cui struttura musicale è molto simile.
Cruda Amarilli
Disputa con Artusi
Qui rise o Tirsi
———
Lamento di Arianna
Il primo importante lamento musicale
| Lamento d'Arianna | Pianto della Madonna | Lamento della Maddalena (I-Bc, Q 43) | ... con aggiunte di C.C. (I-Bu, 646.vi) | |
| Già l'invitto Giesù da l'alto monte a cui di folte olive verdeggiante corona orna la fronte, spiegat'in aria il suo corporeo velo d'Averno vincitor ne gira al Cielo. Quando la mesta penitente ebrea, ch'ebra di mortal duolo vedea ne l'altrui glorie i suoi tormenti, così in un punto sciolse con dolorosi accenti dall'egro cor gl'affetti, dagl'occhi il pianto e dalla lingua i detti: |
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| Lasciatemi morire. E che volete voi che mi conforte in così dura sorte, in così gran martire? Lasciatemi morire. |
Iam moriar mi Fili. Quis nam poterit mater consolari in hoc fero dolore; in hoc tam duro tormento? Iam moriar mi Fili. |
Ormai morirò, figlio mio. Chi mai potrà consolare una madre in questo dolore feroce, in questo tormento così crudele? Ormai morirò, figlio mio. |
Lasciatemi morire. E che volete voi che mi conforte in così dura sorte, in così gran martire? Lasciatemi morire. |
Lasciate mi morire. E chi volete voi che mi conforte in così dura sorte, in così gran martire? Lasciatemi morire. |
| O Teseo, o Teseo mio, sì che mio ti vò dir, che mio pur sei, benché t'involi, ahi crudo, agli occhi miei. Volgiti Teseo mio, volgiti Teseo, o Dio volgiti indietro a rimirar colei che lasciato ha per te la Patria e il regno e in queste arene ancora cibo di fere dispietate e crude lascierà l'ossa ignude. |
Mi Iesu, o Iesu mi sponse, sponse mi, dilecte mi, mea spes, mea vita, me deferis heu, vulnus cordis mei. Respice Iesu mi, respice Iesu precor, respice matrem, matrem respice tuam quae gemendo pro te pallida languet, atque in monte funesto in hac tam dura et tam immani Cruce tecum petit affigi. |
Mio Gesù, o Gesù mio sposo, sposo e diletto mio, mia speranza e vita, ah tu mi abbandoni, ferita al mio cuore. Volgiti, Gesù mio, volgiti, Gesù, ti prego, volgi lo sguardo a tua madre, guarda che gemendo per te langue pallida, e su questo monte funesto, su questa croce così dura e così crudele desidera essere crocifissa con te. |
O vita, o Gesù mio, sì che mio ti vuo’ dir, che mio pur sei, finché t’involi, ohimé, dagli occhi miei. Volgiti o Gesù mio, volgiti indietro, o Dio, vogliti indietro a rimirar colei che lasciato ha per te le gemme e gli ori, e in questo mondo ancora, preda di doglie dispietate e crude, lascerà l’ossa ignude. |
O Gesù, o Gesù mio, sì che mio ti vo' dir, che mio pur sei, benché t'involi, ahimé, dagli occhi miei. Volgiti, o Gesù mioVol-, volgiti, o Gesu, ah Dio, volgiti omai a rimirar colei che lasciato ha per te le gemme e gli ori, e in questo mondo ancora, cibo di fere dispietate e crude, lascierà l'ossa ignude. |
| O Teseo, o Teseo mio, se tu sapessi, o Dio, se tu sapessi, ohimé, come s'affanna la povera Arianna, forse, forse pentito rivolgeresti ancor la prora al lito. |
Mi Jesu, o Jesu mi, o potens homo, o Deus, en inspectores, heu, tanti doloris quo torquetur Maria. Miserere gementis, tecumquae extinta sit, quae per te vixit. |
Mio Gesù, o Gesù mio, uomo potente, o Dio, guardate, testimoni, ahi, qual dolore che tormenta Maria. Abbi pietà di chi geme, di chi con te muore, che per te ha vissuto. |
O Dio, o Gesù mio, se tu vedessi, o Dio, se tu vedessi ohimè, qual aspra pena sostiene or Maddalena, forse, forse veloci rivolgeresti i passi a queste voci. |
O Gesù, o Gesù mio, se ti potessi ahimè se ti potessi, ahimè, ridir la pena che soffre entro al suo petto l'afflitta Maddalena, forse mosso a pietà del gran cordoglio, benché leggiera nube t'appresti'l carro ed i destrieri i venti, attesteresti il corso a'Ma suoi lamenti. |
| Ma con l'aure serene tu te ne vai felice et io qui piango. A te prepara Atene liete pompe superbe ed io rimango cibo di fere in solitarie arene. |
Sed promptus ex hac vita discendis, o mi Fili, et ego hic ploro. Tu confringes infernum hoste victo superbo et ego relinquor preda doloris solitaria et mesta. |
Ma tu, pronto, lasci questa vita, figlio mio, e io qui piango. Tu spezzerai l’inferno, vinto il nemico superbo, e io resto preda del dolore, sola e mesta. |
Ma tra nubi sereni tu te ne vai felice et io qui piango. Dal Cielo a te ne viene schiera lieta e superba, et io rimango preda di pene in solitarie arene. |
Ma già con l'aure a gara, tu te ne vai felice et io qui piango. Il Cielo a te prepara liete pompe superbe, ed io rimango Rimango, ahi cor mio lasso, spettatrice d'un freddo e duro sasso. |
| Te l'uno e l'altro tuo vecchio parente stringeran lieti, et io più non vedrovvi, o madre, o padre mio. |
Te Pater almus teque fons amoris suscipiant laeti, et ego te non videbo, o pater, o mi sponse. |
Il Padre benigno e la fonte d'Amore ti accolgano lieti, ed io non ti vedrò più, o figlio, o mio sposo. |
Te nell’amato sen Padre beato stringerà lieto, et io più non vedrotti, o luce, o Gesù mio. |
Te nel suo amato sen l'eterno Padre stringerà lieto, ed il mio seno accoglie lagrime di fuori e dentro acerbe doglie. |
| Dove, dov'è la fede che tanto mi giuravi? Così ne l'alta sede tu mi ripon degl'avi? Son queste le corone onde m'adorni il crine? Questi gli scettri sono, queste le gemme e gli ori? Lasciarmi in abbandono a fera che mi strazi e mi divori? |
Haec sunt, haec sunt promissa archangeli Gabrielis? Haec illa excelsa sedes antiqui patris David? Sunt haec regalia serta quae tibi cingant crines? haec ne sunt aurea sceptra et fine, fine regnum? Affigi duro ligno et clavis laniari atquae corona? |
Sono queste, sono queste le promesse dell’arcangelo Gabriele? È questo l’eccelso trono dell’antico padre Davide? Sono queste le corone regali che devono cingerti il capo? Sono questi gli scettri d’oro e infine, infine il regno? Essere inchiodato al duro legno, lacerato dai chiodi e dalla corona? |
Dunque, dunque i bei lampi, mio sol, tra nubi ascondi? Così gli eterni campi senza di me sol varchi? Son queste le corone, onde m’adorni il crine? Queste le pompe sono, che sperai da tuoi lumi? Lasciarmi in abbandono a doglia che mi strugga e mi consumi? |
Dove, dov'è il tuo amore che all'amor mio si deve? Così nell'alta sede senza di me ne sedi? Quest'è l'ottima parte, che s'elesse Maria? Questi i diletti sono onde l'alma si bei? Ch'io resti in abbandono tra venti di sospiri e scogli di martiri nell'immenso ocean de' pianti miei? |
| Ah Teseo, ah Teseo mio, lascierai tu morire invan piangendo, invan gridando aita la misera Arianna ch'a te fidossi e ti dié' gloria e vita? Ahi che non pur rispondi! Ahi che più d'aspe è sordo a miei lamenti! |
Ah Iesu, ah Iesu mi, en mihi dulce mori. Ecce plorando, ecce clamando rogat te misera Maria, nam tecum mori est illi gloria et vita. Heu fili, non respondes! Heu surdus es ad flectus atquae quarellas! |
Ah Gesù, ah Gesù mio, ecco per me dolce è morire. Ecco piangendo e gridando, ti supplica la misera Maria: morire con te per lei è gloria e vita. Ahimè, figlio, non rispondi! Ahimè, sei sordo ai pianti e ai lamenti! |
Ah speme, ah Gesù mio, lascerai tu morire, invan piagendo, invan gridando aita l’afflitta Maddalena ch’a te fidossi, a cui se’ gloria e vita? Ahi che non pur rispondi! Ahi, che più d’aspi sord’a miei lamenti! |
Ah Gesù, ah Gesù mio, lascierai tu morire, per te piangendo, de te chiedendo aita, l'afflitta Maddalena, cui tu più caro sei che la sua vita? Ahi, che pur non rispondi! Ahi, che più del mio cor degl'occhi miei non curi il duol, non t'ammollisce il pianto. Potessi almen nel tuo divino aspetto, fuggitivo amor mio, fissar lo sguardo e serenar le luci. Che se patisce il core per la tua dipartenza de' dannati le pene, de' beati le gioie per la tua dolce vista goderebbero gl'occhi. Così de' miei tormenti fora in parte scemato il grave incarco avendo in me diviso al cor l'inferno a gl'occhi il paradiso. Ahi che ciò mi contende quella nube importuna, che, fatta preda del mio gran tesoro, qual contumace ladra ratta sen fugge per gl'aerei campi. |
| O nembi, o turbi, o venti Sommergetelo voi dentr'a quell'onde. Correte orche e balene e delle membra immonde empiete le voragini profonde! Che parlo, ahi che vaneggio? Misera, ohimé che chieggio? |
O mors, o culpa, o inferne, esse sponsus meus mersus in undis velox o terrae centrum aperite profundum et cum dilecto meo quoque absconde. Quid loquor, heu quid spero? misera, heu iam quid quero? |
O morte, o colpa, o inferno, che il mio sposo sia sommerso nelle onde, rapido, o centro della terra, apri le tue viscere e nascondi anche me con il mio diletto. Che dico, ahimè, che spero? Misera me, che cosa cerco ormai? |
O nembi, o turbi, o venti, riportatelo voi da queste sponde. Correte furie, correte, e quel che mi s’asconde, rapite tra voragini profonde. Che parlo, ahi che vaneggio? Misera, ohimé che chieggio? |
O nembi, o turbi, o lampi, disperdetelo [... ... lacuna del ms ... ...] ahi che vaneggio? Misera, ohimè che veggio? |
| O Teseo, o Teseo mio, non son, non son quell'io, non son quell'io che i feri detti sciolse. Parlò l'affanno mio, parlò il dolore, parlò la lingua, sì, ma non già il core. |
O Iesu, o Iesu mi, non sit, non sti quid volo, non sit quid volo sed fiat quod tibi placet. Vivat mestum cor meo pleno dolore, pascere Fili mi, Matris amore. |
O Gesù, o Gesù mio, non sia, non sia ciò che voglio io, non ciò che voglio: sarà ciò che a te piace. Viva il mio cuore afflitto, colmo di dolore; nutriti, figlio mio, dell’amore di tua madre. |
O vita, o Gesù mio, non son, non son quell’io, non son quell’io che i feri detti sciolse: parlò l’affanno mio, parlò il dolore, parlò la lingua sì, ma non già il core. |
O Giesù, o Giesù mio, non son, non son quell'io, non son quell'io che al tuo voler m'opposi, Parlò l'affanno mio, parlò il dolore, Parlò la lingua sì, ma non già 'l core. |
| Misera! ancor do loco a la tradita speme e non si spegne fra tanto scherno ancor d'amori il foco? Spegni tum Mortem omai le fiamme indegne. |
Misera, ancor do loco a fuggitiva speme e non ha spento in tanti pianti ancor Amor il foco? Spegni tu, Morte, omai l'aspro tormento. |
Misera, e pur la Morte pasci di nuova speme, e non si sdegna viver fra tanti affanni il cor dolente? Spegni tu, Morte, ormai giorni si rei. |
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| O madre, o padre, o dell'antico regno superbi alberghi ov'ebbi d'or la cuna; o servi o fidi amici (ahi fato indegno) mirate ove m'ha scort'empia Fortuna, mirate di che duol m'ha fatto erede l'amor mio, la mia fede e l'altrui inganno. Così va chi tropp'ama e troppo crede. |
O Luna, o Stelle,
o Sol, mio Sol divino,
eterna imago in cui dolente ognor miro; o Cielo, o fidi spirti, o fier Destino, mirate oggi pietosi il mio martire, mirate di che duol m’ha fatto erede il mio sole, mentre fugge e in ciel s’asconde. Qui tacque, più ch’al dir a pianger pronta. |
O lussi, o pompe,
o de' miei antichi falli lascivi arredi ond'arse il cor immondo; o servi, o ciechi amanti, ahi vita indegna, mirate ove m'ha scorto empia follia, mirate di che duol m'ha fatto erede il mio amor, le mie colpe, e i vostri inganni. Così va ch'il mondo ama e tarda crede. |
Lamento della ninfa
Testo di Ottavio Rinuccini, Poesie (Firenze 1622): 223-224 | Ed. Malipiero, pp. 286-294 |
Lea Desandre + Ensemble Pygmalion |
Nuria Rial + L'Arpeggiata
| [ninfa] Soprano |
[narratore] Tre voci |
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| 1. | Non avea Febo ancora | recato al mondo il dì ch'una donzella fuora | del proprio albergo uscì |
quartine di settenari | |
| 2. | Sul pallidetto volto | scorgease il suo dolor spesso gli venia sciolto | un gran sospir dal cor |
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| 3. | Sì calpestando fiori | errava or qua or là i suoi perduti amori | così piangendo va |
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| 4. | Amor dove dov'è la fe' | ch'el traditor giurò? |
– Dicea il ciel | mirando e'l pie fermò | |
| — | Miserella ah più no no | tanto gel soffrir non può | distico di ottonari (refrain) | |
| 5. | Fa che ritorni il mio |
amor com'ei pur fu o tu m'ancidi ch'io | non mi tormenti più |
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| 6. | Non vo' più ch'ei sospiri | se non lontan da me No, no che i suoi martiri | più non dirammi affè |
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| 7. | Perché di lui mi struggo | tutt'orgoglioso sta Che sì che sì se'l fuggo | ancor mi pregherà? |
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| 8. | Se ciglio ha più sereno | colei che'l mio non è già non rinchiude in seno | Amor sí bella fè |
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| 9. | Né mai sí dolci baci | da quella bocca avrai né più soavi ah taci | taci che troppo il sai |
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| 10. | Sí tra sdegnosi pianti |
spargea le voci al ciel cosí ne' cori amanti | mesce amor fiamma e gel |
Il tetracordo discendente (la sol fa mi) è usato anche nel rock: Hit the Road Jack (Percy Mayfiled / Ray Charles, 1961)
Ballo delle ingrate
Combattimento di Tancredi e Clorinda
I due libri di Scherzi sono il proseguimento delle sue Canzonette (1584). Il primo libro, sempre a tre voci, non usa però più i fascioli separati ma impagina le canzonette sullo stesso foglio. Il secondo libro prediligerà composizioni a voce sola e basso continuo. Il fatto che entrambi i libri escano a firma di un curatore sembra voler segnare una presa di distanza dalla produzione d'intrattenimento: non sono stati pubblicati per volontà del suo ature ma di altri. Tuttavia è possibile che la presenza del fratello (1607) serva a giustificare la lettera di risposta ad Artusi, pubblicata in fine volume.
Scherzi musicali a tre voci ... raccolti da Giulio Cesare Monteverde suo fratello, e novamente posti in luce, con la dichiarazione di sua lettera che si ritrova stampata al Quinto libro de' suoi madrigali (Venezia: Ricciardo Amadino, 1607) | testi | ed. (Malipiero)
Damigella tutta bella | ed. |
Kožená / Marcon
| 1. | Damigella |
tutta bella versa versa quel bel vino fa che cada | la rugiada distillata di rubino |
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| 2. | Ho nel seno |
rio veneno* che vi sparse Amor profondo ma gittarlo | e lasciarlo vo' sommerso* in questo fondo |
* veleno colpevole * voglio lasciarlo sommerso |
| 3. | Damigella |
tutta bella di quel vin tu non mi sazi fa che cada | la rugiada distillata di topazi |
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| 4. | Ah che spento |
io non sento il furor de gl’ardor miei men cocenti | meno ardenti sono ohimè gli incendi Etnei |
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| 5. | Nova fiamma |
più m’infiamma arde il cor foco novello se mia vita | non s’aita ah ch’io vengo un Mongibello |
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| 6. | Ma più fresca* |
ognor cresca dentro me si fatt’arsura consumarmi | e disfarmi per tal modo ho per ventura* |
* rinnovata * per sorte |
Scherzi musicali, cioè Arie e madrigali in stil recitativo, con una ciaccona … raccolti da Bartholomeo Magni, 1/2vv, bc (Venezia: Gardano, 1632) | testi | ed. (Malipiero)
| 246. 247. 248. 249a. 250. 249b. 251. 150. |
Maledetto sia l’aspetto Quel sguardo sdegnosetto | Armatevi pupille | Begl’ occhi à l'armi Eri già tutta mia Ecco di dolci raggi il sol armato Et è pur dunque vero Io ch'armato Zefiro torna e di soavi accenti Armato il cor |
3 strofe, S+bc 3 parti, S+bc 3 strofe, S-bc T-bc 7 strofe, S+bc T-bc TT+bc TT+bc, poi in Madrigali viii |
Zefiro torna
| Rinuccini | Petrarca |
| Zefiro torna e di soavi accenti l'aer fa grato e'il pié discioglie a l'onde e mormoranda tra le verdi fronde fa danzar al bel suon su'l prato i fiori |
Zefiro torna e'l bel tempo rimena e i fior'e l'erbe sua dolce famiglia e garrir Progne e pianger Filomena e primavera candida e vermiglia |
| Inghirlandato il crin Fillide e Clori note temprando lor care e gioconde e da monti e da valli ime e profonde raddoppian l'armonia gli antri canori |
Ridon i prati e'l ciel si rasserena Giove s'allegra di mirar sua figlia l'aria e l'acqua e la terra è d'amor piena ogn'animal d'amar si riconsiglia |
| Sorge più vaga in ciel l'aurora e'l sole sparge più luci d'or, più puro argento fregia di Teti il bel ceruleo manto |
Ma per me lasso tornano i piú gravi sospiri che dei cor profondo tragge quella ch'al ciel se ne portò le chiavi |
| Sol io per selve abbandonate e sole l'ardor di due begli occhi e'l mio tormento come vuol mia ventura hor piango hor canto |
e cantar
augelletti e fiorir piagge e 'n belle donne honeste atti soavi sono un deserto, e fere aspre e selvagge |
Et è pur dunque vero
Composizione messa insieme per lasciare Mantova e trovare posto a Roma. Monteverdi, che non riteneva di essere adeguatamente ricompensato, si era dimesso nel 1608 per otterene dal duca Vincenzo Gonzaga un piccolo stipendio regolare. Tentò comunque la strada di Roma dedicando i Vespri al papa Paolo v (1605-1621). L'operazione non ebbe l'esito sperato, anzi creò diffidenze nei suoi confronti. Morto Vincenzo (1612), il figlio Francesco licenziò Monteverdi. L'anno successivo il compositore fu assunto come maestro di cappella a San Marco (Venezia).
È probabile che la messa – polifonica e contrappuntistica, cioè in stile antico per l'epoca, molto diversa dalle altre composizioni del Vespro — sia stata scritta per mostrare la sua periziona polifonica ai musici della cappella romana.
Sanctissimae Virgini Missa senis vocibus ac Vesperae pluribus decantandae, cum nonnullis sacris concentibus, ad sacella sive principum cubicula accommodata (Venezia: Ricciardo Amadino, 1610)
| vv/coro | str/bc | ||||
| Missa In illo tempore | 1. 2. 3. 4. 5. |
Kyrie I | Christe | Kyrie II [Gloria] Et in terra pax | Qui tollis [Credo] Patrem omnipotentem | Crucifixus [C6AT] | Et in Spiritum Sanctus | Benedictus Agnus Dei I – Agnus Dei II [C6AT5B7] |
|
||
| Vespro della Beata Vergine | 1. 2. 3. 4. 5. – – |
Deus in adiutorium +
[responsorio] Domine ad adiuvandum Dixit Dominus (109) [mottetto] Nigra sum Laudate pueri (112) [mottetto] Pulchra es Lætatus sum (121) [mottetto] Duo Seraphim clamabant Nisi Dominus (126) [mottetto] Audi cœlum Lauda Jerusalem Dominum (147) Sonata sopra Sancta Maria ora pro nobis [inno] Ave maris stella Magnificat Magnificat |
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Ed. critica (Biazeck, 2013) | Ed. senza Bc (Rottländer, 2019) |
Odechaton
Tratta dall'omonimo mottetto di Nicolas Gombert (1495-1560) | Ed. |
Odechaton

| 1. 2. 6. 8. 3. 9. 5. 10. 6a. 4. |
In illo tempore loquente Jesu ad turbas extollens vocem quaedam mulier de turba dixit [illi] "Beatus venter qui te portavit et ubera quae suxisti" At ille dixit "Quinimo beati qui audiunt verbum Dei et custodiunt illud" — Lc 11.27-28 |
In quel tempo mentre Gesù parlava alle folle alzò la voce una donna dalla folla e disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte» Ma egli disse: «Piuttosto beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la custodiscono» |
Selva morale e spirituale ... dedicata alla Sacra Cesarea Maesta dell'Imperatrice Eleonora Gonzaga (Venezia: Bartolomeo Magni, 1640) | Ed. (Wiki)
| vv/coro | str/bc | ||||
| A | 3 madrigali morali 2 canzonette morali |
252 253 254 255 256 |
O Ciechi il tanto affaticar Voi ch'ascoltate E questa vita un lampo a 5 voci Spontava il dì Chi vol che m'innamori |
||
| messa sezioni alternative |
257 258 259 260 261 |
Messa a 4 da capella – Kirie, Gloria, Credo, Sanctus, Agnus Gloria Crucifixus Et resurrexit Et iterum |
|
||
| B | mottetto inni |
262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 |
Ab æterno ordinata sum (basso) Dixit I Dixit II Confitebor I Confitebor II Confitebor III alla francese Beatus I Beatus II Laudate pueri I Laudate oueri II Laudate dominum I Laudate Dominum II Laudate Dominum III Credidi Memento Sanctorum meritis I (anche altri inni) Sanctorum meritis II (anche altri inni) Iste confessor II [a] (anche Ut queant) Deus tuorum militum Magnificat I Magnificat II Salve regina (con eco) Salve Regina [I] Salve Regina [II] |
|
|
| mottetti | 286 287 288 |
Iubilet tota civitas (in dialogo) Laudate Dominum Pianto della Madonna (sopra l'Arianna) |
|
Inno per il vespro in ricordo di un vescovo confessore (la versione nel LU è stata rivista nel 1632). Scritto su strofa saffica (3 endecasillabi saffici e un adonio) può essere adattata ad ogni inno che usa tale strofa, il cui più famoso è Ut queant laxis attribuito a Paolo Diacono
| Iste confessor | Domini sacratus Festa plebs cuius | celebrat per orbem Hodie letus | meruit secreta Scandere Coeli |
Questo confessore, consacrato al Signore, la cui festa il popolo celebra in tutto il mondo, oggi, lieto, meritò di salire ai segreti del Cielo. |
| Qui pius, prudens | humilis, pudicus Sobrius, castus | fuit et quietus Vita dum presens | vegetavit eius Corporis artus |
Pio, prudente, umile e puro, sobrio, casto, fu anche pacato, finché la vita presente animò le membra del suo corpo. |
| Ad sacrum cuius | tumulum frequenter Membra languentem | modo sanitati Quo libet morbo | fuerint gravata Restituuntur |
Presso il suo sacro sepolcro, spesso, le membra degli infermi tornano alla salute, da qualunque malattia siano state oppresse. |
| Unde nunc noster | chorus in honorem Ipsius hymnum | canit nunc libenter Ut piis eius | meritis iuvemur Omne per aevum |
Perciò ora il nostro coro, in suo onore, canta volentieri un inno per lui, affinché, per i suoi pii meriti, siamo aiutati per tutti i secoli. |
| Sit salus illi | decus atque virtus Qui supra coeli | residens cacumen Totius mundi | machinam gubernat Trinus et unus |
Siano salvezza, onore e potenza, a Colui che , sedendo sopra la sommità dei cieli, governa l’ordine di tutto il mondo, Trino e Uno. |
Ed. (Wiki) |
(Iste confessor) |
(Ut quean laxis) Ensemble Elyma, Garrido
Credo a 4 |
—
Credo concertato (Ensemble Elyma, Garrido) |
— Et incarnatus:
(a 4) |
(conc.)
Salmo (mottetto) fra i più rappresentativi della produzione tarda di Monteverdi. Il testo loda le virtù dell’uomo giusto, promettendo una ricompensa divina. La musica impiega sei voci (SSATTB) ed è concertata a 2 violini.
Beatus vir I |
(ed.) |
(scheda)
| Salmo 111 (112) | ||||
| 1. | Beatus vir qui timet Dominum in mandatis ejus volet nimis Potens in terra erit semen ejus generatio rectorum benedicetur Gloria et divitiae in domo eius et iustitia eius manet in saeculum saeculi Exortum est in tenebris lumen rectis misericors et miserator et iustus |
Beato l’uomo che teme il Signore che trova grande gioia nei suoi comandamenti Potente sulla terra sarà la sua discendenza la generazione dei giusti sarà benedetta Gloria e ricchezza saranno nella sua casa e la sua giustizia rimane per sempre Nelle tenebre sorge una luce per i giusti misericordioso, pietoso e giusto |
1. 2. 3. 4. |
Beatus vir qui timet Dominum: in mandatis ejus volet nimis. Potens in terra erit semen ejus; generatio rectorum benedicetur. Gloria et divitiae in domo ejus, et justitia ejus manet in saeculum saeculi. Exortum est in tenebris lumen rectis: misericors, et miserator, et justus. |
| 2. | Iucundus homo qui miseretur et commodat disponet sermones suos in iudicio quia in aeternum non commovebitur in memoria aeterna erit iustus ab auditione mala non timebit paratum cor eius sperare in Domino confirmatum est cor eius non commovebitur donec despiciat inimicos suos dispersit dedit pauperibus iustitia eius manet in saeculum saeculi cornu eius exaltabitur in gloria |
Felice l’uomo che ha compassione e concede amministra le sue parole con giustizia perché non vacillerà in eterno il giusto sarà ricordato per sempre non temerà cattive notizie saldo è il suo cuore confida nel Signore il suo cuore è stabile non vacillerà finché non vedrà la rovina dei suoi nemici egli dona largamente ai poveri la sua giustizia rimane per sempre la sua potenza si innalza nella gloria |
5. 6. 7. 8. 9. |
Jucundus homo qui miseretur et commodat; disponet sermones suos in judicio: quia in aeternum non commovebitur. In memoria aeterna erit justus; ab auditione mala non timebit. Paratum cor ejus sperare in Domino, confirmatum est cor ejus; non commovebitur donec despiciat inimicos suos. Dispersit, dedit pauperibus; justitia ejus manet in saeculum saeculi: cornu ejus exaltabitur in gloria. |
| 3. | ... exaltabitur in gloria | |||
| 4. | Peccator videbit et irascetur dentibus suis fremet et tabescet desiderium peccatorum peribit |
Il peccatore vedrà e si adirerà digrignerà i denti e si consumerà il desiderio dei malvagi andrà in rovina |
10. | Peccator videbit, et irascetur; dentibus suis fremet et tabescet: desiderium peccatorum peribit. |
| 5. | Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto sicut erat in principio et nunc et semper et in saecula saeculorum. Amen |
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo come era nel principio ed ora e sempre così nei secoli dei secoli. Amen |
L’Orfeo di Claudio Monteverdi, rappresentato nel 1607 a Mantova su libretto di Alessandro Striggio, vuole ricreare la tragedia greca classico e diventa uno dei primi esempi di opera. Ispirata al mito di Orfeo ed Euridice, racconta la discesa del poeta negli Inferi per salvare l’amata perduta.
Possente spirto, atto iii: Orfeo convince Caronte | testo | musica:
stampa 1607 |
parte |
Furio Zanasi (Concerto Italiano, Alessandrini, 2015)
Finale atto iv: Orfeo s'è voltato | testo |
I profeti delle quinta (live 2019) |
Les Arts Florissants
(live 2017)