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Solmisazione

maestro     

agata

maestro
agata
maestro
Tu avrai già conosciuto,
Agata, qual è il tuono.
                                                   A prima vista!
Cesolfaut.
                        Ohibò!
                                         Gesolafa?
Oh poveretto me. Sbagli, è Befà!

In questo 'Recitativo dopo il duetto' dalle Convenienze e inconvenienze teatrali di Donizetti (Napoli 1827, libretto di Domenico Gilardoni) vi sono alcune strane parole – Cesolfaut, Gesolafa, Befà – che altro non sono che l'antico modo di chiamare le note:

Gesolreut = G sol re ut (sol)
Fefaut = F fa ut (fa)
Elami = E la mi (mi)
Delasolre = D la sol re (re)
Cesolfaut = C sol fa ut (do)
Befa / Bemi = B fa / B mi (si/ si)
Alamire = A la mi re (la)

Non esiste evidentemente un «Gesolafa» (ma solo un 'Gesolreut') e «Befà» gioca con l'assonanza con befa', befana, con cui il Maestro appella Mamm'Agata, la madre della primadonna.

Nell'azzeccato allestimento dell'opera (Fano 2009), il nome delle note, incomprensibile al pubblico odierno, è stato mutato lasciando opportunamente il gioco di parole (ultimo minuto della clip).

Questo modo di nominare le note, detto solmisazione, rimase in uso in Italia fino alla prima metà dell'Ottocento. Pone le sue origini nel celebre espediente suggerito da Guido d'Arezzo nella sua Epistola ad Michaelem (1032):

Se dunque desideri imprimerti nella moria un suono o un neuma [vocem vel neumam] ... devi individuare quel suono o quel neuma all'inizi di un melodia che ti sia notissima ... Come è ad esempio questo canto di cui mi servo per istruire i fanciulli, siano principianti o esperti:

Vedi come questa melodia nelle sue sei sezioni abbia inizio con sei suoni differenti? Così se uno avrà imparato l'inizio di ciascuna sezione, dopo essersi esercitato tanto da saper subito intonare senza esitazione qualsiasi sezione desideri, potrà intonare facilmente quegli stessi sei suoni ovunque li veda, secondo le loro proprietà. [Guido d'Arezzo, Le opere, a cura di Angelo Rusconi, Firenze 2005, p. 137]

L'inno suggerito da Guido appartiene all'Ufficio delle ore (vespri del 24 giugno, LU, p. 1504), pressoché identico a quello proposto da Guido:

— Inno

Il canto recupera le prime quattro strofe (più una aggiunta) delle 13 dell'inno di San Giovanni attribuito a Paolo Diacono (720-799), qui affiancato alla traduzione di Giuseppe Vecchi (1951):

Ut queant laxis resonare fibris
mira gestorum famuli tuorum,
solve polluti labii reatum, sancte Iohanmes.
Perché i fedeli sulla lenta lira possano cantare la tue grandi gesta, sciogli la colpa dell'impuro labbro, o San Giovanni.
Nuntius celso veniens Olympo
te patri magnum fore nasciturum,
nomen et vitae seriem gerendae ordine promit.
Un angelo disceso dall'alto Olimpo rivela al padre la tua grande nascita, ed il nome e, per ordine, le gesta della tua vita.
Ille promissi dubius superni
perdidit promptae rnodulos loquelae,
sed reformasti genitus peremptae organa vocis.
Egli dubbioso della promessa divina, perdette l'uso della pronta favella, ma tu nascendo gli ridonasti l'organo della perduta voce.
Ventris obstruso positus cubili
senseras regem thalamo manentem;
hinc parens nati meritis uterque abdita pandit.
Nascosto ancora nel seno della madre, sentisti il Re che giaceva nel talamo; ed ecco ambo le nadri, per merito del figlio, schiudono il pondo ascoso.
Antra deserti teneris sub annis
civium turmas fugiens petisti,
ne levi saltem maculare vitam famine posses.
Dalla tenera età, lasciando i luoghi abitati, ti rifugiasti negli antri del deserto, per non macchiare la tua vita con una sola parola leggera.
Praebuit hirtum tegimen camelus
artubus sacris, strophium bidentes,
cui latex haustum, sociata pastum mella locustis.
Il cammello ti offrì una dura veste al casto fianco, gli agnelli una cintura, a te, cui l'acqua fu bevanda, e furono cibo miele e locuste.
Ceteri tantum cecinere vatum
corde praesago iubar adfuturum,
tu quidem mundi scelus auferentem indice prodis.
Gli altri profeti vaticinarono soltanto presagendo nel cuore la luce ventura; ma tu mostri col dito Colui che toglie la colpa del mondo.
Non fuit vasti spatium per orbis
sanctior quisquam genitus Iohanne,
qui nefas saecli meruit lavantem tingere lymphis.
Non nacque per lo spazio del vasto mondo alcun altro più santo di Giovanni, che meritò lavare coll'acqua Colui che lava i peccati della terra.
O nimis felix meritique celsi,
nesciens labem nivei pudoris,
praepotens martyr eremique cultor, maxime vatum!
O te felice, adorno di alti meriti, che non conosci macchia, al niveo pudore, potente martire, ed anacoreta, massimo dei profeti!
Serta ter denis alios coronant
aucta crementis, duplicata quosdam,
trina centeno cumulata fructu te, sacer, ornant.
Trenta serti coronano alcuni santi, il doppio di questi ne corona altri, ma il triplo ti adorna, aumentato del frutto, con cemto corone.
Nunc potens nostri meritis opimis
pectoris duros lapides repelle,
asperum planans iter et reflexos dirige calles,
Perciò, ricco di tanti meriti, sciogli la durezza del nostro cuore di pietra appianando l'aspro cammino; drizza il nostro storto sentiero,
ut pius mundi sator et redemptor
mentibus pulsa livione puris
rite dignetur veniens sacratos ponere gressus.
affinché il Fattore e Redentore del mondo alle anime purificate da macchia di colpa si degni, venendo, guidare, pietoso, i santi passi.
Laudibus cives celebrant superni
te, Deus simplex pariterque trine,
supplices ac nos veniam precamur, parce redemptis.
Te i cittadini del cielo con lodi celebrino, Dio uno e trino, supplici anche noi ti chiediamo perdono: abbi pietà dei redenti.

Come mostra il frammento dell'Epistola, Guido non definisce una griglia scalare che identifichi i rapporti intervallari fra le note – il cosiddetto 'esacordo' con le sillabe ut re mi fa sol la, come teorizzato in seguito – ma semplicemente un sistema mnemonico per individuare altezze fisse (facendo uso di un buon orecchio assoluto).

L'anonimo Liber argumentorum (ca. 1100), commento al Micrologus di Guido, estrarrà per la prima volta le sillabe, associandole alle sole lettere G A B C D E (ancora quindi concependole come altezze fisse).

Solo verso l'inizio del xii sec. (il trattato di riferimento è il De musica di Johannes Cotto o Afflighemensis), si riconobbe all'esacordo la proprietas di un unico semitono al centro potendolo quindi applicare alle altezze C D E F G A e F G A B C D, ovvero collocando il centro dell'esacordo in tutti i punti dove il sistema teleion greco, descritto da Boezio, poneva un semitono (mi-fa, si-do, la-si):

Estendendo il sistema da 15 a 21 note si avevano così tre tipi di esacordo, 'naturale' (viola, C-A, semitono: mi-fa), 'duro' (giallo, G-E, semitono: si-do), 'molle' (bruno, F-D, semitono: la-si):

Ovviamente la moderna nota si in corrispondenza dell'esacordo molle (F-D) deve intendersi bemolle.

La distribuzione dei tre esacordi fu spontaneamente anche applicata alla 'mano', un luogo fisico su cui collocare le 21 altezze. La mano venne in uso assai dopo Guido, ma essendo da questo momento associata alla solmisazione, divenne anch'essa invenzione di Guido.

In questo questo il prof. William Mahrt intona l'inno Ut queant laxis indicando le altezza sull'esacordo naturale della mano guidoniana.

Indicare a questo punto il sol con G sol re ut o, in un'unica parola Gesolreut, individuava i quattro nomi di un'altezza che i cantanti intonavano ripetendo Ge-sol-re-ut un po' come Mamm'Agata nelle Convenienze di Donizetti.

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Che il sistema non fosse in realtà facilissimo era bene noto ai teorici fin dal Cinquecento, e tuttavia rendeva molto più spontaneo ed intiuitivo il rapporto fra modi autentici e plagali del sistema modale.

Sebbene già all'inizio del Seicento si cominciarono a prospettare altri modi di intonazione, solo ad Ottocento inoltrato il sistema fu definitivamente dismesso. Carlo Gervasoni scrive infatti nella sua Scuola di musica (Piacenza 1800):

Sònovi ... due diverse maniere di solfeggiare, l'una detta all'Italiana, per essere stata inventata in Italia circa il 1024 dal celebre Guido d'Arezzo [1]: l'altra appellata alla Francese, per essersi ritrovata in Francia dopo che l'erudito Mr. Lemaire nel 1620 aggiunse alle sei sillabe di Guido la sillaba si, per nominare il settimo suono della scala [2]. Il modo di solfeggiare all'Italiana egli è il più difficile, a motivo delle varie mutazioni che in quello si praticano, le quali consistono nel rendere l'intonazione delle medesime note con diverse sillabe, secondo la diversa maniera di giugnere all'ottava, secondo la posizione de' due semitoni di esse, e secondo che per la medesima si ascende o si discende. Questa maniera di solfeggiare è tutt'ora in uso per apprendere il canto gregoriano, nel quale riesce di non volgare vantaggio, per essere una tal sorta di canto ordinato col sistema degli esacordi. Il modo di solfeggiare alla francese è più naturale, più breve e più facile da apprendersi; poiché in questo ciascuno de' sette suoni della scala ha sempre il suo nome proprio, e riconoscendosi così la giusta proporzione nelle ottave, come si ascende egualmente, si discende ancora. [pp. 197-198]

[1] La ragione per cui Gervasoni dati al 1024 l'invenzione di Guido forse si lega al riferimento nell'Epistola a papa Giovanni xix, pontefice dal 1024 al 1032 (nel testo si parla di avvenimenti avvenuti facendolo preferibilmente propendere per l'inizio del pontificato).

[2] Jean La Meire (1581-1650), matematico e ingegnere francese, non scrisse mai nulla al riguardo, ma suggerì a Mersenne di chiamare za il settimo suono dell'esacordo. La proposta fu accolta e sostenuta da Mersenne (Harmonie universelle, 1636) ma non prese piede se non nel secolo successivo. In realtà la proposta era già stata avanzata nel 1601 da Joachim Burmeister (1564-1629), teorico tedesco, che nell'appendice Musicae practicae al suo Musica autoschediastike ('Musica improvvista') suggeriva di chimare si e se rispettivamente il si e il si. Ma la più nota e conosciuta proposta – e ciononostante parimenti inascoltata – venne nel 1613 da Adriano Banchieri che, in un intera sezione della sua Cartella musicale, propone i nomi ba e bi come contrazione di Befa e Bemi.