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Trovatori e crociate

I trovatori, intesi come cantastorie d'amore, e le crociate, luogo in cui convergono cavalleria e fede, sono forse fra gli emblemi più tipici del nostro immaginario medioevale.
Il moderno immaginario medievale è costruito sull'iconografia popolare ottocentesca – neogotica e più tardi preraffaellita – a sua volta derivata dall'estetica cavalleresca del primo Rinascimento, che riscopriva il romanzo duecentesco i cui miti (ciclo carolingio e bretone) erano rielaborati su vicende avvenute secoli prima. Oggi il fantasy fonde horror e fantascienza, aggiornamenti delle saghe gotiche.

V-VI Caduta dell'Imp. Romano   Origini britanniche      
IX Nascita del Sacro Rom. Imp.     Origini franche   Leggende nordiche
XII-XIII Epoca delle crociate Ciclo carolingio
Chanson de Roland      
Ciclo bretone
Perceval
Mitologia germanica
Edda
XV-XVIII Antico regime Ariosto e Tasso
Handel e Vivaldi
Tornei e Favole  
XIX Ottocento Walter Scott
Pupi siciliani
Mito del Graal Wagner

L'Ottocento sintetizza tutte queste suggestioni nel romanzo storico (Ivanhoe, Notre Dame), nel gusto neogotico (Incubo di Füssli, Frankenstein di Mary Shelley), nello stile preraffaellita (Waterhouse, Duncan).
Attraverso il filtro ottocentesco oggi l'immaginario medioevale elaborato all'epoca delle crociate si trasforma in fantasy, fantascienza, horror, cartoni animati, supereroi, anime, gothic metal etc.

Schema sinottico dei regni mediterranei.

da: Luigi Russo, Crociate, in Enciclopedia del Medioevo, Milano: Garzanti, 2007 (Le Garzantine), pp. 461-465.

Prima crociata | 1096-1099

E ormai invalsa la consuetudine di indicare in otto il numero delle crociate.

La prima, la più famosa, fu lanciata nel novembre 1095 da Urbano II al termine del concilio di Clermont e vide la partecipazione di alcuni dei più importanti signori dell'aristocrazia francese, normanna e tedesca:

Ugo di Vermandois, Roberto II di Normandia, [francesi del nord]
Raimondo di Tolosa, [francesi del sud]
Goffredo di Buglione, suo fratello Baldovino, [tedeschi]
Tancredi e Boemondo d'Altavilla, [normanni di Sicilia]

ma anche di numerosi cavalieri cadetti e avventurieri; vi fu anche una massiccia adesione popolare, probabilmente non prevista e incitata da una propaganda profetico-religiosa che ebbe tra i suoi esponenti Pietro d'Amiens detto l'Eremita.

Il canto Jerusalem mirabilis, unicum del Lat. 1139 (F-Pn), f. 50 (celebre ms. di San Marziale di Lomoge), fu scritto per sollecitare i fedeli alla crociata di liberazione.

Una volta giunti a Costantinopoli (fra l'autunno del 1096 e la primavera del 1097) i crociati furono accolti dall'imperatore Alessio I Comneno che, sospettoso di quelle grandi masse di combattenti tra cui erano presenti anche vecchi nemici come i normanni del Mezzogiorno, si fece prestare da tutti i condottieri occidentali un giuramento di fedeltà e diede il proprio appoggio all'esercito crociato in cambio del dominio sulle terre da esso conquistate lungo l'itinerario.

Ripreso il cammino alla volta dell'Asia Minore, le truppe crociate strapparono Nicea ai turchi (1097) grazie anche all'aiuto bizantino. Sconfitti i turchi a Dorileo, i crociati giunsero nell'autunno 1097 sotto le mura di Antiochia: dopo un assedio di nove mesi la città venne infine conquistata (1098) con un colpo di mano orchestrato da Boemondo d'Altavilla che, sconfessando gli accordi con i bizantini, se ne impossessò I'anno seguente determinando una rottura, mai più sanata, dell'alleanza tra occidentali e bizantini.

Le cronace raccontano che durante l'assedio di Antiochia un tal prete Stefano ebbe una visione: Cristo in persona lo aveva sollecitato a far cantare ai crociati Congregati sunt, un responsorio del mattutino (Cao 6326). La versione qui eseguita non è, come dichiarato, tratta dal Cod. Sangallese 391, f. 220v, né c'è perfetta corrispondenza con quest'edizione. La scheda dell'Académie de chant grégorien elenca varie fonti e altre sono in Global chant.

Frattanto (febbraio 1098) Baldovino di Buglione si era impadronito di Edessa, che venne eretta in contea. La strada per Gerusalemme era ormai sgombra. e i principali emiri locali preferirono scendere a patti con i crociati piuttosto che scontrarsi con loro.

Nel giugno 1099 le truppe cristiane giunsero sotto le porte della città santa, da pochi mesi ritornata in possesso dei Fatimidi d'Egitto; in meno di quaranta giorni questa cadde in mano cristiana; in seguito venne occupata tutta la fascia costiera siro-palestinese.

Nomen a solemnibus fu composto per celebrare la conquista di Gerusalemme. Molto diverse le esecuzioni di Modo antiquo e del New London Consort per il videogioco The dark age of Camelot. L'inno è conservato in F-Pn, lat. 3549 e 3719, e il solo testo ricompare sul f. 17r dei Carmina Burana.

Il primo sovrano del regno fu Goffredo di Buglione che rifiutò però la corona, ufficialmente in segno di rispetto nei confronti di Cristo; minori scrupoli si fece invece il suo successore, il fratello Baldovino, incoronato re I'anno successivo (Baldovino I di Gerusalemme).

A fianco del regno gerosolimitano si costituirono tre formazioni territoriali autonome: il principato di Antiochia e le contee di Tripoli e di Edessa.

Oltre a essere considerato il primo trovatore, Guglielmo ix partecipò alla I crociata e scrisse 'canzoni di crociata'.

Seconda crociata | 1147-1149

Fu proprio la caduta di Edessa in mano islamica nel 1144 a indurre papa Eugenio III a bandire I'anno successivo una nuova spedizione, la seconda crociata (1147-49), predicata in tutta Europa dal cisterciense Bernardo di Chiaravalle. Alla chiamata risposero, fra gli altri, il re di Francia Luigi VII [sposato con Eleonora d'Aquitania] e l'imperatore Corrado III.

La più antica 'canzone di crociata' di cui sia pervenuta la musica, è Chevalier, mult est guaritz, dove l'anonimo autore ricorda la caduta di Edessa del 1144 e la partecipazione di Luigi VII alla II crociata.

Pur essendo meglio organizata della precedente. la spedizione ebbe esito negativo non riuscendo né a riprendere Edessa né a conquistare Damasco, assediata inutilmente nel 1148. La delusione in Occidente fu enorme e le polemiche investirono lo stesso Bernardo.

Partecipò alla crociata uno dei più celebri trovatori, Jaufre Rudel la cui biografia ispirò più di un romanzo.
Anche un celebre sirventese di Marcabru sembra legarsi alla II crociata.
La II crociata è quella di Eleonora d'Aquitania, ispiratrice e protettrice di poeti ed artisti fra cui il giovane Bernart de Ventadon, il più raffinato fra i trovatori.

Terza crociata | 1189-1192

Se la caduta di Edessa aveva determinato una massiccia risposta da parte occidentale, la notizia che il condottiero curdo Saladino, dopo aver sconfitto le truppe del regno di Gerusalemme ad Hattin nel luglio 1187, era riuscito a riconquistare la città santa, gettò l'Europa cristiana nella costernazione.

Il celebre Crucifigat omnes, scritto in occasione della caduta di Gerusalemme entra nel repertorio delle chansons de geste

Clemente III promosse subito una nuova spedizione – la cosiddetta terza crociata – cui aderirono i più importanti sovrani europei: l'imperatore Federico I Barbarossa, il sovrano inglese Riccardo I Cuor di Leone e il francese Filippo II Augusto.

Una chanson, Li nouviau tens , che solo evoca una partenza per mare, è stata ricondotta ai preparativi di questa crociata e a un troviere che forse non esiste, il Castellano di Coucy.
Una grande esortazione alla partenza è Ahi amours, com dure partie di Conon de Béthune. Sopravvive in tre intonazioni, la III (cod. K) è interpretata da The Early Music Consort (1970). — Poiché Conon, forse richiamato dai legami sentimentali, tornò presto in Francia, fu pubblicamente rimproverato dal suo maestro Huon d'Oisi con il sirventese Maugré tous sainz et maugré dieu ausi.

Mentre I'esercito tedesco si sciolse all'indomani della morte dell'imperatore avvenuta nel giugno 1190 nelle acque di un fiume della Cilicia, i contingenti francese e inglese dopo varie peripezie raggiunsero tra l'aprile e il luglio 1191 San Giovanni d'Acri, allora sotto assedio, e riuscirono a liberarla dalle truppe del Saladino.

Dopo oltre un anno di scontri venne siglato nel settembre 1192 un accordo: la regione siro-palestinese fu divisa in due, ma Gerusalemme restò nelle mani dei musulmani che concessero il libero accesso ai pellegrini.

A l'unica lirica di Riccardo cuor di Leone di cui si conservi la musica, Ja nuns hons pris , si lega il mito del troviere Blondel de Nesle.

Quarta crociata | 1202-1204

L'accordo non soddisfece gli occidentali che un decennio dopo organizzarono una nuova crociata, la quarta, voluta da papa Innocenzo III e partita da Venezia nel novembre 1202 sotto la guida di alcuni baroni, tra cui Bonifacio di Monferrato e Baldovino di Fiandra.

Mancando i fondi per pagare i veneziani fornitori della flotta per I'impresa, i crociati dovettero espugnare la città cristiana di Zara, ribellatasi al dominio veneziano. Subito dopo furono coinvolti anche nelle lotte inteme dell'impero bizantino: dapprima deposero l'imperatore Alessio III Angelo e restaurarono Isacco III Angelo, poi conquistarono e saccheggiarono Costantinopoli (1204). L'atto, condannato da papa Innocenzo iii, rappresentò il punto di arrivo di oltre un secolo di dissidi tra occidentali e bizantini: esso segnò anche l'inizio dell'effimero Impero latino d'Oriente e il trionfo di Venezia che da allora si impose quale incontrastato intermediario commerciale fra Oriente e Occidente.

Alla crociata, che diede origine al breve Impero latino, partecipò Audefroi le Bastard, celebre per essere autore di cinque chansons de toile di cui Bele Ysabiauz (in due incisioni del 1983 e 1989) mostra il farsi crociato come soluzione alle delusioni d'amore. Il canto della dama che cuce o fila rimane fino ad oggi un modello di 'chanson de femme' con esempi efficaci come Gretchen am Spinnrade di Goethe-Schubert (testo e audio).
Una vera 'chanson de femme' è la celebre Chanterai por mon courage (Canterò per rincuorarmi) di Guiot de Dijon interpretata da Early Music Consort (1970), Estampie (1995), Gothic voices (1998), Modo antiquo (2000)

Crociata albigese | 1209-1229

La crociata contro gli albigesi (1209-1229) fu indetta contro i catari, eretici provenienti dai Balcani che si stanziarono in Linguadoca, nella regione di Albi (da cui albigesi).

Dopo vani tentativi di conversione con l'aiuto dei frati domenicani, papa Innocenzo III, in risposta all'omicidio di un legato pontificio (1208), bandì la crociata. Sotto la guida di Simone de Montfort (+1218), i crociati sterminarono la maggior parte degli albigesi e si impossessarono delle loro terre. Dalla parte degli albigesi si schierò il re d'Aragona, mentre la Francia, con Luigi VIII e Luigi IX, appoggiò i crociati assicurandosi in questo modo il dominio del territorio. Nel 1229 il conte Raimondo VII di Tolosa, uno dei comandanti degli albigesi, dovette accettare la disfatta di questi ultimi, sancita dal trattato di Meaux (presso Parigi).

Trovatori e catari vissero e operarono negli stessi anni e sulle stesse terre. Vi è una relazione?

La conquista di Montsegur e le esecuzioni in massa sul rogo del 16 marzo 1244 posero fine all'ultimo tentativo di ribellione da parte degli albigesi. Piccoli gruppi sopravvissero in aree isolate e furono perseguitati dall'Inquisizione sino alla fine del XIV secolo.

Quinta crociata | 1217-1221

La quinta crociata, bandita dal IV concilio lateranense e diretta contro l'Egitto, fu guidata da Andrea II d'Ungheria e dal re di Gerusalemme Giovanni di di Brienne; i crociati conquistarono Damietta (1219), ma sconfitti da [al-Malik] figlio del sultano d'Egitto [fratello di Saladino] dovettero ritirarsi.

La perdita di Damietta (1222) è ricordata in Diro satis percussus vulnere un poemetto di Riccardo di San Germano, sopravvisuto senza musica ma interpretato da Modo antiquo.
Un certo Huon de Saint-Quentin (Piccardia), troviere che partecipò alla V crociata (unico dato biografico ricavato dalla sua chanson), scrisse Jerusalem se plaint (Gothic voices 1998) una chanson-invettiva contro la Chiesa in cui si ricorda questa sconfitta.

È passata alla storia più per la predicazione di Francesco d'Assisi davanti al sultano che per i successi conseguiti.

Sesta crociata | 1228-1229

Con la sesta crociata, promossa dall'imperatore Federico II d Svevia, si assisté invece alla ripresa di alcune posizioni in Terrasanta: Gerusalemme ritornò in mano cristiana ma la città venne completamente smilitarizzata in virtù dell'accordo raggiunto con il sultano egiziano al-Malik al-Kàmil (febbraio 1229).

Walther von der Vogelweide, il più celebre dei Minnesänger, cantò alla corte di Federico II e il suo Lied più famoso, Palästinalied, ricorda la VI crociata.

Ma i successi diplomatici dello svevo furono vanificati dalle lotte fra papato e impero: Federico era partito alla volta della Terrasanta gravato della scomunica lanciatagli da Gregorio IX nel settembre 1227 e fu incoronato in una Gerusalemme caduta sotto l'interdetto del patriarca gerosolirnitano.

All'ingiusta scomunica fa riferimento Au tans plain de felonie, chanson di Thibaut de Champagne, uno fra i più celebri trovieri del suo tempo.

Settima crociata | 1248-1254

La città santa fu di nuovo perduta nell 1244 nel quadro dei rivolgimenti causati dall'avanzata mongola verso ovest, e Innocenzo IV lanciò nel Concilio di Lione (1244) un nuovo appello alla guerra contro gli infedeli. Unico a raccoglierlo fu il capetingio Luigi IX, in seguito salito agli onori degli altari, che si fece promotore delle ultime due crociate: la settima ebbe per obiettivo I'Egitto e vide la completa disfatta dei crociati francesi e la cattura dello stesso sovrano.

La chanson anonima Nus ne porroit de mauvese reson è un incitamento per Luigi IX a rimanaere in Terra Santa, malgrado le sconfitte, e liberare Gerusalemme.

Ottava crociata | 1270

L'ottava, breve e disastrosa, diretta a Tunisi, si interruppe bruscamente alla morte del re Luigi IX causata da un'epidemia scoppiata nell'accampamento crociato.
Dopo l'estremo e vano richiamo di Gregorio X (Concilio di Lione, 1274), gli ultimi domini latini finirono in mano musulmana; San Giovanni d'Acri cadde nel 1291.

Canti di Crociata | Bibliografia

Lewent 1908
Kurt Lewent, Das altprovenzalische Kreuzlied, «Romanische Forschungen», xxi/2 (1905), pp. 321-448.

Bedier · Aubry 1909
Joseph Bedier · Pierre Aubry, Les chansons de croisade avec leurs melodies, Paris: Honore Champion, 1909; rist. anast. Geneve: Slatkine Reprints, 1974.

Dijkstra 1995 | indice/intro
Cathrynke Th. J. Dijkstra, La chanson de croisade: etude thematique d'un genre hybride, Amsterdam: Schiphouwer en Brinkman, 1995.

Page 1998
Christopher Page, Echoes of the crusades, «Early music review», 46 (Dec. 1998), p. 18.

Bracken 2001
Paul Bracken, A textual and source-related study of Old French crusading songs with special consideration of issues relating to performance and musical transcription, PhD, University of Nottingham, 2001.

Routledge 2001 | parziale
Michael Routledge, Songs, in The Oxford Illustrated History of the Crusades, a cura di Jonathan Riley-Smith, Oxford: Oxford University Press, 2001, pp. 91-111.

Paterson 2003
Linda Paterson, Lyric allusions to the crusades and the Holy Land, Pdf online da symposium (2003).

Paterson 2005 | parziale
Linda Paterson, Occitan Literature and the Holy Land, in The World of Eleanor of Aquitaine: Literature and Society in Southern France between the Eleventh and Twelfth Centuries, a cura di Marcus Bull e Catherine Léglu, Woodbridge: Boydell Press, 2005, pp. 83-100.

Wikipedia 2009
Crusade song, in Wikipedia, aggiornamento 2009.

Li nouviau tens, la III crociata e il ‘cuore mangiato’


John William Waterhouse, A tale from Decameron (1916),
Liverpool: Lady Lever Art Gallery.

La chanson Li nouviau tens et mais, oltre ad essere copiata in numerosi codici trovierici, è citata (vv. 7033-7039) nel Roman de la rose (ca. 1220) di Jean Renart (da non confondere con l'omonimo roman di Lorris e Meung, xiii sec.); e soprattutto compare nel Roman du Chastelain de Couci et de la Dame de Fayel (ca. 1300) di tal Jakemes (altre volte detto Jakemon Sakesep). Da qui l'anonimo autore diventa il 'Castellano di Coucy' a cui poi la tradizione ha attribuito altre liriche altrimenti anonime.

Il romanzo del castellano di Coucy e della dama di Fayel · Rinaldo, castellano di Coucy, fiero cavaliere e buon poeta, s'innamora della signora di Fayel. Ella, sulle prime, fedele al marito, non lo corrisponde; commossa poi dall'ardore del sentimento che ha suscitato, consente a ch'egli partecipi a una giostra coi suoi colori. Il cavaliere fa prodigi di valore e un po' alla volta il cuore della dama è conquistato. Cominciano così gli appuntamenti notturni con la complicità di una fedele cameriera, Isabella, ch'è pronta, se mai il signore di Fayel dovesse sapere la cosa, a far credere che il castellano di Coucy viene per lei.
Denunziati da una dama innamorata di Rinaldo e gelosa del segreto che ha scoperto, spiati dal signore di Fayel, essi riescono a scongiurare il pericolo grazie a Isabella. Fatti più guardinghi essi continuano tuttavia a vedersi con l'aiuto di un servo, Goberto, di cui la dama di Fayel si è conquistata la fiducia. Ma, nuovamente informato e sospettoso, il marito escogita uno stratagemma; fingerà di volersi recare crociato in Terra Santa e portare seco la moglie. I due amanti si disperano e Rinaldo pensa immediatamente di crociarsi anche lui. Infatti si unisce ai cavalieri di Riccardo Cuor di Leone; ma al momento di partire il signore di Fayel si finge malato e rinuncia alla partenza tra la disperazione dei due innamorati.
La dama dona la sua treccia a Rinaldo che parte; egli si copre di gloria contro i Saraceni, poi, ferito mortalmente da una freccia avvelenata, prima di morire raccomanda a Goberto che l'ha accompagnato, di imbalsamare il suo cuore e di portarlo in un cofano, con le trecce, alla sua dama. Mentre Goberto sta per giungere a Fayel con la preziosa reliquia incontra il suo antico padrone che gliela porta via. L'antico odio e la gelosia suggeriscono a questo una terribile vendetta: fatto preparare dal cuoco un piatto prelibato col cuore del castellano di Coucy lo dà a mangiare alla moglie, poi le dice di che si tratta e le mostra le trecce. Ella giura che dopo un così nobile cibo non ne gusterà più altro, cade a terra svenuta e muore. [da Dizionario letterario Bompiani, Milano 1947]

Poiché Li nouviau tens fa riferimento, seppur di sfuggita, a una crociata – «ainz que voise outre mer» (prima d'andare oltremare) – e poiché i Signori di Coucy parteciparono alla terza crociata (esplicitamente ricordata nel Roman di Jakemes), s'è creduto d'individuare in Guy de Coucy, il fantomatico Castellano. Tuttavia la vicenda del 'cuore mangiato' è tratta dalla vida di Guillem de Cabestany:

Vida · Guglielmo di Cabestaing fu un cavaliere della regione di Rossiglione, che confina con la Catalogna ed il Narbonese. Fu uomo molto avvenente nella persona e molto pregiato nell'armi e nelle cortesie e nei servigi di vassallo. E c'era nella sua regione una dama che aveva nome madonna Soremonda, moglie di don Raimondo di Castel Rossiglione, ch'era molto nobile e ricco e cattivo e crudele e fiero e orgoglioso. E Guglielmo amava d'amore la donna, e cantava di lei e componeva per lei le sue canzoni. E la dama, ch'era giovane e gaia e nobile e bella, gli voleva bene sopra ogni cosa al mondo. E ciò fu riferito al marito, che indagò ogni cosa, e un giorno trovato Guglielmo senza compagnia, lo uccise, e poi fece trarre il cuore dal petto e tagliare la testa. E fece arrostire il cuore e lo fece condire con la peverata, e lo fece dare da mangiare alla moglie. E quando la donna l'ebbe mangiato, Raimondo le chiese: "Sapete voi che cosa avete mangiato?" ed ella rispose: "No, se non ch'è stato un cibo molto buono e saporito". Ed egli le disse che quel ch'ella aveva mangiato era il cuore di ser Guglielmo di Cabestaing; e perché meglio lo credesse, fece portare la testa innanzi a lei. E quando la donna ciò vide e udì, perdette la vista e l'udito. E quando rinvenne disse: "Signore, per certo m'avete dato così buon mangiare, che mai più non mangerò altra cosa". E quand'egli udì ciò le corse sopra con la spada, e volle colpirla sulla testa. Ed ella corse ad un balcone e si lasciò precipitare giù. E così morì. [trad. R. Gagliardi]

Ma anche la vida del troviere di Rossiglione è in realtà recuperata da una favola tradizionale che aveva trovato eco anche nel racconto di Tristano e Isotta. Nei frammenti di Tommaso d'Inghilterra, una delle prime versioni della vicenda (seconda metà del xii sec.), un lai che canta Isotta abbandonata da Tristano, ci fa supporre che circolassero canti su quella storia:

En sa chambre se set un jor | e fait un lai pitus d’amur: | Coment dan Guirun fu supris, | pur l’amur de sa dame ocis | quë il sur tute rien ama, | e cument il cuns puis dona | le cuer Guirun a sa moillier | par engin un jor a mangier | e la dolur que la dame out | qant la mort de sun ami sout. [vv. 781-790]
E così [Isotta], che siede nella sua stanza, canta un pietoso lai d'amore di quando ser Guirun fu colpito e ucciso per amore della sua dama che più di tutto amava, e di quando il conte poi diede con inganno il cuore di Guirun a sua moglie da mangiare e del dolore che patì la dama quando seppe della morte del suo amante.

Benche il mito di Tristano si celtico, probabilmente la vicenda del 'cuore mangiato' è indiana tant'è che compave a fine Ottocento in una raccolta di antiche favole indiane a cura di Charles Swynnerton (The adventures of the Panjab hero Raja Rasalu, Calcutta 1884), e sotto varie forma si triva nella tradizione cortese. Della macabra vicenda v'è menzione nell'Ensenhamen (xii sec.); nel Lai d'Ignaure attribuito a Jean Renart (che include nel banchetto anche i genitali dello sfortunato); e nel poema Das Herzmäre del minnesinger Konrad von Würzburg (seconda metà del xiii sec.).

La prima versione in italiano compare nella Novella di messe Ruberto del Novellino (fine xiii sec.). La vicenda sarà poi resa celebre da Boccaccio la racconta nel Decamerone, iv.9 (1349).

In tempi moderni dalle vicende del Roman di Jakemes, unite a un'altra celbre storia medioevale, Le chatelaine de Vergy, l'attore e drammaturgo Dormont Belloy scrisse il dramma Gabrielle de Vergy da cui Andrea Leone Tottola trasse trasse un libretto per l'omonima opera di Michele Carafa (1816). Il testo fu reintonato come Raul di Créqui da Johann Simon Mayr (Milano 1809) e Francesco Morlacchi (Dresda 1811); come Fayel da Carlo Coccia (Firenze 1817); e finalmente Gabriella di Vergy da Gaetano Donizetti (1826) e Saverio Mercadante (Lisbona 1828).

La versione di Donizetti non andò in scena nel '26 e fu ripresa nel '38 per il San Carlo di Napoli. Nemmeno in quell'occasione, in un'altra di poco successiva, e in una terza versione preparata per Parigi ebbe modo di essere allestita: la censura ritenne il finale troppo crudo:

Scena IV · Entrano i cortigiani seguiti dalle dame di corte.
cortigiani Intrepidi entrambi, entrambi valenti,
la lotta fu dubbia per lunghi momenti,
ma in fine Fayello al fier giovinetto
profonda ferita nel petto gli aprì.
[...]
Scena V-VI · Cella nella torre del castello. Gabriella sola.
gabriella Nella tenzon... chi soccombeva? Illeso
chi mai ne usciva? Che temer degg'io?
E che sperar? Oh Ciel!
Forse, forse... Oh quale illusion gradita...
Oh qual raggio... Ciel! Tu, Fayello qui?
fayel Io stesso.
gabriella                 Misera me.
fayel                                     Sì, io stesso.
gabriella Tutto comprendo adesso! Ebben ov'è?
Rispondimi, ov'è Raoul?
fayel Mel chiedi? Della sua sorte dubiti
se vivo me qui vedi?
gabriella Dunque?
fayel                 Dunque l'improvvido
scontato ha il suo delitto.
Sotto il mio ferro vindice
ei cadde al suol trafitto.
gabriella (Oh Ciel, quest'empio
tu non punisci ancor?)
fayel Tanto l'amasti, o perfida?
gabriella L'amai d'immenso amor.
L'amai sì come un angelo
ché tale a me parea;
l'amai d'amor ch'esprimere
non puote umana idea.
E l'amo ancora, sappilo.
Per lui m'avvampa il cor.
Morrò, ma in lui quest'anima
sarà rapita ancor!
[...]
fayel Ebben, attendi: l'ultimo
suo voto fia compìto.
A un cenno di Fayel un servo entra con un vaso
coperto da un panno. Seguono i cortigiani.
Olà!
gabriella         Un velen recatemi
e tutto fia finito.
A me...
Leva il panno elancia un grido.
              Che veggo!... Oh Cielo!
fayel Miralo, del tuo Raoul è il cor!
gabriella                                                          Empio!
Mi lascia!... Il cor!... Che brivido d'orror!...
Ah vanne, togliti dal guardo mio.
Frenarmi, o perfido, più non poss'io.
Funesta smania m'assale e accende,
ebbra mi rende d'ira e furor!
Paventa iniquo, paventa insano,
e presto a coglierti di Dio la mano
sull'esecrabile tuo capo piombi
e ti circondi d'odio e di squallor.
cortigiani   Di tanta angoscia oppressa
soccombe al suo dolor.
Pietà di lei ti prenda,
perdona al suo dolor.
gabriella Empio!
fayel               Perfida, ammiralo!
cortigiani Oh Ciel, la misera d'affanno muor!

— Royal Philarmonic Orchestra · Alan Francis, dir. | Opera Rara 1993

La prima rappresentazione col titolo Gariella ebbe luogo solo vent'anni dopo la morte del compositore (1848) riadattata per il San Carlo da due allievi di Donizetti (Gabriele Puzone e Paolo Serao) che trassero brani da altre opere del maestro e aggiunsero ex novo altri brani, fra cui un molto più truculento del precedente: i tempi erano cambiati. L'opera ciò malgrado non ebbe alcun successo.

gabriella Scellerato, quel sangue fumante
si sollevi e ti spruzzi sul viso!
Da quel petto squarciato e grondante
si riversi in tuo petto il dolor!
Dal sepolcro l'ucciso risorga
qual fantasma d'orribile aspetto,
e t'immerga nel cor maledetto
il pugnal che strappavagli il cor!

Li nouviau tens

Versione del cod. R

Da Joseph Bédier, Pierre Aubry, Les chansons de croisade avec leurs mélodie, Paris: Honore Champion, 1909.

Versione del cod. V

Versione del cod. K

musica: [I] R, [II] V, [III] K P X M T — edizioni: Bedièr-Aubry 1909, Tischler 577.1
testo: A a C K L M O P R r4 T U u V X 6 — edizioni: Raynaud 985-986
versificazione:   a10' b10 a10' b10 b10 b10 a10' b7 – 6 coblas unissonans

— The Early Music Consort (David Munrow) | 1970
— Musica Ficta de Buenos Aires | ?

Li noviaus tens et mais et violete
et rosignols me semont de chanter,
et mes fins cuers me fait d'une amourete
si doux present que ne l'os refuser.
Or me laist Dieus en tel honor monter,
que cele ou j'ai nom cuer et mon penser,
tiegne une foiz entre mes braz nüete,
     ainz que voise outre mer.
La nuova stagione, maggio, le viole,
gli usignoli mi invitano a cantare,
e il mio nobile cuore mi fa un dono d'amore
così dolce che non oso rifiutarlo.
Ora Dio mi conceda di salire all'altro onore
di tenere ancora una volta fra le mie braccia nude
colei in cui sono il mio cuore e i miei pensieri
prima di andare oltre il mare.
Au comencier la trouvai si doucete,
je ne cuidai por li mal endurer;
mais ses douz vis et sa fresche bouchete
et si bel oel vair et riant et cler
m'orent ainz pris que m'osasse doner.
Se ne m'i veut retenir ou quiter,
mieuz aim a li faillir, si me promete,
     qu'a une autre achiever.
All'inizio la trovai così dolce,
che non pensai di patire del male per lei;
ma il suo dolce viso e la sua fresca bocca
e i suoi begli occhi chiari, ridenti e splendenti,
mi presero ancora prima che osassi concedermi.
Se lei non mi vuole tenere o lasciare,
preferisco astenermi da lei, lo prometto,
piuttosto che avere successo con un'altra.
De mil sospir ke je li doi par dete
ne me veut ele un seil quite clamer,
ne fausse amours ne lait que s'entremete    
de me n'i lait dormir ne reposer.
S'ele m'ocit, mains avra a garder;
e m'en sai vengier fors au plorer;
car cui Amors destruit et desirete,
     ne s'en set ou clamer".
Dei mille sospiri che a lei devo
non me ne vuol lasciare libero nemmeno uno;
e il falso Amore non mi dà tregua
e non mi lascia dormire e riposare.
Se lei mi uccide, [Amore] avrà meno da fare,
e non so vendicarmi se non piangendo,
perché chi Amore rovina e priva di energie,
non sa dove chiedere aiuto".

Riccardo Cuor di Leone, Ja nuns hons pris

Riccardo I d'Inghilterra – impropriamente legato alla figura di Robin Hood (il mito si colloca un secolo dopo) – vien detto 'Cuor di Leone' in seguito ai suoi successi contro il Saladino durante la III crociata. A lui si attribuiscono due chansons di cui Ja nuns hons pris conserva anche la musica.

fonti: C K N O U X za — edizioni: Tischler 1995, XII/95
versificazione:   a10 a10 a10 a10 a10 b6 – 5 coblas doblas + envoi (a10 a10 b7 a10 b6)s

— The Early Music Consort (David Munrow) | 1970
— Ensemble Perceval (Guy Robert) | 1987
— Erik Axel Wessberg (Viking tones) | 1998
— Ensemble Perceval | 1998
— Modo Antiquo (Bettina Hoffman) | 2000

Ja nuns hons pris ne dira sa raison
A droitement, se dolantement non:
Mais par esfort puet il faire chançon.
Mout ai amis, mais povre sunt li don.
Honte i avront, se por ma reançon
Sui ça deus yvers pris.
Mai nessun prigioniero potrà esprimere
bene quel che sente senza lamentarsi:
ma sforzandosi puo' comporre una canzone.
Ho molti amici, ma poveri sono i loro doni.
Saranno biasimati, se per non darmi riscatto,
son già due inverni che sono qui prigioniero.
Ce sevent bien mi home e mi baron,
Ynglois, Normanz, Poitevin et Gascon
Que je n'ai nul si povre compaignon
Que je lessaisse, por avoir, en prison.
Je nou di mie por nule rentrançon,
Car encor sui pris.
Ma i miei uomini e i miei baroni,
Inglesi, Normanni, Pittavini e Guasconi,
Sanno bene che non lascerei marcire in prigione
Per denaro neanche l'ultimo dei miei compagni.
E non lo dico certo per rimproverarvi,
Ma perché sono ancora qui prigioniero.
Or sai je bien de voir, certeinnement,
Que je ne pris ne ami, ne parent,
Quant on me faut por or ne por argent.
Mout m'est de moi, mès plus m'est de ma gent;    
Qu'après ma mort avront reprochement,
Se longuement sui pris.
Ora so bene, con certezza,
Che un prigioniero non ha più parenti nè amici,
Poiché mi si tradisce per oro o per argento.
Soffro molto per me, ma più per la mia gente,
Poiché, dopo, la mia morte sarà biasimata
Se a lungo resterò prigioniero.
N'est pas mervoille se j'ai le cuer dolent,
Quant mes sires mest ma terre en torment.
S'il li membrast de nostre soirement
Que nos feïsmes andui communement,
Je sai de voir que ja trop longuement
Ne seroie ça pris.
Non c'è da meravigliarsi se ho il cuore dolente,
Dato che il mio Signore tormenta la mia terra.
Se si ricordasse del nostro giuramento
Che entrambi facemmo di comune accordo,
So con certezza che mai, adesso,
Da così tanto sarei prigioniero.
Ce sevent bien Angevin et Torain,
Cil bacheler qui or sont riche et sain,
Qu'encombrez sui loing d'aus, en autre main.
Forment m'aidessent, mais il n'en oient grain.
De beles armes sont ore vuit et plain,
Por ce que je sui pris.
Lo sanno bene gli Angioini e i Turennesi,
Quei baccellieri che son sani e ricchim ora,
Che io sono lontano da loro, in mano ad altri.
Mi aiuterebbero molto, ma non ci sentono.
Di belle armi e di scudi sono privi,
Perché io sono qui prigioniero.
Contesse suer, vostre pris soverain
Vos saut et gart cil a cui je m'en clain;
E por ce que je sui pris.
Je ne di mie a cele de Chartrain,
La mere Loëys.
Sorella Contessa, che conservi e protegga
Il vostro alto pregio Colui cui mi appello
E per cui sono prigioniero.
E non lo dico certo a quella di Chartres,
La madre di Luigi.

Chevalier, mult est guaritz

È la più antica 'canzone di crociata' di cui sia pervenuta la musica: l'anonimo autore ricorda la caduta di Edessa del 1144 e la partecipazione di Luigi VII alla II crociata.

fonte unica: Erfurt, Biblioteca Amploniana, ms. 32 (seconda metà XII sec.) — edizione: CMM 107/X, 890
versificazione:   a8 b8 a8 b8 a8 b8 a8 b8 – refrain: a8 b8 a8 b8 (7 strofe, la IV e la V mutile)

— The Early Music Consort (David Munrow) | 1970
— Modo Antiquo (Bettina Hoffman) | 2000
— Cançonièr (Tim Rayborn)


da Joseph Bédier, Pierre Aubry, Les chansons de croisade avec leurs mélodie, Paris: Honore Champion, 1909, p. 7.

 

Chevalier, mult estes guariz,
Quant Deu a vus fait sa clamor
Des Turs e des Amoraviz,
Ki li unt fait tels deshenors.
Cher a tort unt ses fieuz saisiz;
Bien en devums aveir dolur,
Cher la fud Deu primes servi
E reconuu pur segnuur.

Ki ore irat od Loovis
Ja mar d'enfern avrat pouur,
Char s'alme en iert ea pareis
Odles angles nostre Segnor.

Cavalieri, siete molto privilegiati,
quando Dio ha rivolto a voi la sua denuncia
contro i Turchi e gli Almoravidi [*]
che gli hanno fatto sì grave onta.
Certo, a torto, han reso i suoi feudi:
ne dobbiamo ben provare dolore
perché là fu Dio il primo ad essere servito
e ad essere risconosciuto come Signore.

Chi ora andrà con Luigi, [**]
giammai dovrà temere l'inferno
perché la sua anima se ne andrà in paradiso
con gli angeli di nostro Signore.

[*] Musulmani stanziali in Spagna e Africa nord occidentale. E' un modo per indicare la totalità musulmana.
[**] Luigi VII re di Francia, fra i promotori della II crociata.
Pris est Rohais, ben le savez,
Dunt cretiens sunt esmaiez,
Les musteirs an e desertez:
Deus n'i est mais sacrifiez.
Chivalers, cher vus purpensez,
Vus ki d'armes estes preisez;
A celui voz cors presentez
Ki pur vus flit en cruiz drecez.

Ki ore irat ...

Rohais [*] è presa, lo sapete bene,
e per questo i cristiani sono sconfortati.
Le chiese sono incendiate e distrutte,
Dio non v'è più sacrificato.
Cavalieri, perché vi soffermate a pensarci,
voi che siete apprezzati per le armi?
Offrite il vostro corpo a colui
che per voi fu messo ritto sulla croce.
[*] Edessa, ritornata in mano musulmana nel 1144, fu la causa della II crociata.
Pernez essample a Lodevis,
Ki plus ad que vus nen avez:
Riches est e poesteiz,
Sur tuz altres reis curunez:
Deguerpit ad e vair e gris,
Chastels e viles e citez:
Il est turnez a icelui
Ki pur nus fut en croiz penez.

Ki ore irat ...

Prendete esempio da Luigi
che possiede più beni di voi.
Egli è ricco e potente,
coronato sopra tutti gli altri re:
ha abbandonato il vaio e il grigio,
castelli, villaggi e città
e si è rivolto a colui
che fu tormentato sulla croce per noi.
 
Deus livrat sun cors a Judeus
Pur metre nus fors de prisun;
Plaies li firent en cinc lieus,
Que mort suffrit e passiun.
Or vus mande que Chaneleus
E la gent Sanguin le felun
Mult li unt fait des vilains jeus:
Or lur rendez lur guerredun!

Ki ore irat ...

Il Signore lasciò il suo corpo ai Giudei
per tirarci fuori dalla prigione;
gli fecero piaghe in cinque punti,
tanto che sopportò morte e passione.
Ora vi manda a dire che i Cananei
e la gente di Sanguin [*] il fellone
lo hanno combattutto assai vilmente:
ora rendete loro la ricompensa che meritano.
[*] Imad al-Din Zangi, il condottiero musilmano che nel 1144 sottrasse Edessa ai cristiani.
Deus ad un turnei enpris
Dntre Enfern e Pareis,
Si mande trestuz ses amis
Ki lui volent guarantir
Qu'il ne li seient failliz
...

Ki ore irat ...

   
Char le fiz Deu al Creatur
Ad Rohais estre ad un jorn mis:
La serunt salf li pecceur
...
Ki bien ferrunt e pur s'amur
Irunt en cel besoin servir
...
Pur la vengance Deu furnir.

Ki ore irat ...

   
Alum conquer Moisès,
Ki gist ci munt de Sinai;
A Saragins nel laisum mais,
Ne la verge dunt il partid
La Roge mer tut ad un fais,
Quant le grant pople le seguit:
E Pharaon revint après:
Il e li suon furent perit.

Ki ore irat ...

Andiamo a riprendere Mosè
che andò sul monte Sinai;
non lasciamolo più ai Saraceni,
né lasciamo loro il bastone [*]
con cui separò tutto in un volta il Mar Rosso,
quando il grande popolo lo seguì,
il faraone gli venne dietro:
egli e i suoi morirono.
[*] La 'verga di Mosé' è una delle mitiche reliquie, insieme al Santo Graal, che i cristiani trovarono a Costantinopoli quando la conquistarono durante la IV crociata (1204). Questi versi fanno supporre che in quegli anni la reliquia fosse a Edessa, dove era certamente (per poi essere traslata a Costantinopoli prima del 1204) un'altra celebre reliquia, il Madylion, ovvero quell'immagine di Cristo che alcuni ritengono essere la Sindone.

 

Catari e trovatori

da: Francesco Zambon, I trovatori di fronte al catarismo, in Le royaume oublié: La tragédie cathare, 3 cd + booklet in 7 lingue a cura di Jordi Savall e Montserrat Figueras, Bellaterra: Alia Vox, 2009, pp. 387-390.

 


Copertina del volume-CD Le royaume oublié
Jordi Savall, dir. (Alia Vox 2009)

Una constatazione si impone immediatamente a chi osserva la civiltà occitana del medioevo: è la larga coincidenza cronologica e geografica che esiste fra la diffusione della poesia dei trovatori e quella della religione catara; infatti, in un periodo che va almeno dalla meta del xii secolo alla fine del xiii e in un'area che comprende tutto il Languedoc occidentale e alcune regioni limitrofe come il Quercy [Cahors] e il Perigord, le due esperienze convissero fianco a fianco nelle stesse corti, nelle stesse città, negli stessi borghi.

[...] il castrum di Fanjeaux, che Peire Vidal descrive nella canzone-sirventese Mos cors s'alegr'e s'esjau come un «paradiso» cortese, era anche uno dei più importanti centri di eresia, dove predicò il celebre Guilhabert de Castres e ricevette da lui il consolament Esclarmonda, sorella del conte Raimon-Rogier de Foix. Non mancarono nemmeno i trovatori – come Peire Rogier de Mirapeis, Raimon Jordan, Aimeric de Peguilhan e qualche altro che aderirono, almeno per un periodo della loro vita, alla fede eterodossa.

Storiografia

Ben presto, almeno a partire dai primi decenni dell'Ottocento, questi dati di fatto hanno spinto alcuni studiosi a ricercare gli eventuali influssi o rapporti che possono aver legato i due grandi fenomeni. Basandosi su precedenti studi di Gabriele Rossetti (in particolare i cinque volumi de Il mistero dell'amor platonico nel medioevo, Londra 1840), uno storico dilettante francese affiliato ai rosacrociani, Eugène Aroux, formulò intorno alla metà del secolo nel suo Les mystères de la chevalerie et de l'amour platonique au moyen âge (1858) il mito del «linguaggio segreto» dei trovatori.

Secondo la sua tesi, priva di qualsiasi serio fondamento, in tutta la produzione amorosa occitana la donna amata rappresenterebbe la parrocchia o la diocesi, l’amante sarebbe il «perfetto» cataro, e il marito geloso il vescovo o il parroco cattolico; l'unione matrimoniale, rifiutata dai trovatori, adombrerebbe così l’appartenenza di una comunità alla fede cattolica, mentre il rapporto adululterino fra la dama e il fin aman esaltato dal canto cortese significherebbe il passaggio di questa comunità alle credenze dei catari o «albigesi».
Questa ingenua chiave di lettura, che riduce tutta la poesia amorosa dei trovatori a una esposizione in codice delle dottrine e delle vicende storiche degli eretici, fu ripresa anche in seguito da scrittori altrettanto bizzarri, come Josephin Peladan (autore di un Le secret des troubadours, 1906) e Otto Rahn (nella sua Crociata contro il Graal, 1933); ma fu subito ridicolizzata da storici e filologi.

Non fu però del tutto abbandonata l'idea di una qualche relazione tra la fin'amor e il catarismo: questa idea costituisce anzi il nucleo centrale dell'importante libro di Denis de Rougemont, L'amore e l'occidente (1939).

Rougemont sostiene infatti che alcuni temi fondamentali dei trovatori come quelli della «morte» o del «segreto» rivelano tutto il loro significato solo nella comparazione con la dottrina catara; non che i poeti occitani siano stati dei veri e propri «credenti» della Chiesa eretica, ma secondo lui essi furono almeno ispirati dall’atmosfera religiosa del catarismo. La donna cantata nelle loro poesie sarebbe così l'anima, la parte spirituale dell'uomo che è prigioniera della carne e con la quale egli potrà ricongiungersi solo dopo la morte. Da queste idee, e da quelle simili di Deodat Roche, deriva anche la nozione di una «ispirazi0ne occitaniea» di matrice platonica, che Simone Weil elaborò in un famoso saggio uscito nei «Cahiers du Sud» del 1942.

In Italia

[...] ln tutta In produzione lirica medievale esiste un solo testo in cui siano esposte apertamente alcune concezioni catare: il suo autore non è un occitano ma un poeta italiano del tardo Duecento, Matteo Paterino, che nella canzone Fonte di sapienza nominato, indirizzata al celebre Guittone d'Arezzo, e pubblicata solo recentemente in edizione critica, oppone alla dottrina cattolica professata dal destinatario la teologia dei due princìpi, da lui illustrata in termini strettamente aderenti a quelli di Giovanni di Lugio e della Chiesa eretica di Desenzano.

A dire il vero, esiste anche un testo poetico occitano nel quale sono riassunte le idee fondamentali del catarisrno; ma non si tratta di un testo lirico, bensì di un dibattito fra un inquisitore, lsarn, e un «perfetto» cataro convertito, Sicart de Figueiras: le Novas del heretge. Ora, benche Sicart sia un personaggio storico ben attestato dalle fonti inquisitoriali e i fatti storici cui si riferisce il poernetto siano in gran parte accertabili, l'autore del testo – probabilmente lo stesso Isarn – lo presenta in termini fortemente denigratori e inserisce le dottrine catare da lui professate in un contesto caricaturale.

Canzone della crociata albigese

Nemmeno il grande poema di paratge [framm.], la seconda parte della Canzone della crociata albigese, il cui autore prende decisamente le parti dei conti di Tolosa contro i crociati francesi e il clero, mostra la minima traccia della teologia catara.

[...] Una impressionante testimonianza letteraria è innanzitutto l'appena citata Canzone della crociata albigese, che narra gli eventi della guerra dal suo inizio (1209) fino al terzo assedio di Tolosa da parte dei crociati (1218). Giunta fortunosamente fino a noi – ce la conserva un solo manoscritto [F-Pn, Fr. 25425] – essa è formata da due parti, opera di due autori distinti.
La prima, composta dal chierico navarrese Guilhem de Tudela a ridosso degli avvenimenti, giunge fino alla vigilia della disastrosa sconfitta occitana di Muret (1213) e si mostra favorevole alla crociata; ma Guilhem esprime ripetutamente anche la sua ammirazione per i signori meridionali, coinvolti a suo giudizio senza colpa nella giusta lotta contro gli eretici, e descrive con straordinaria efficacia e partecipazioni le violenze di una guerra devastatrice: fra gli episodi del suo poema che rimangono indelebilmente impressi nella memoria sono il massacro indiscriminato degli abitanti di Béziers [audio] nella cattedrale dove si erano rifugiati dopo la presa della città da parte dei crociati (1209) e la crudele lapidazione come eretica di dama Girauda, signora di Lavaur, [audio] anche in questo caso dopo la conquista della citta (1211).
La seconda parte della Canzone – opera di un anonimo che si e proposto recentemente di identificare con il trovatore Gui de Cavaillon, composta verso il 1228-29, prima della pace di Meaux-Parigi – riprende la narrazione esattamente nel punto in cui l'aveva lasciata interrotta il suo predecessore, ma le imprime un carattere completamente diverso, creando uno dei più grandi capolavori di tutta In letteratura medievale. ll suo autore [è] entusiasticamente favorevole ai conti di Tolosa e violentemente ostile a Simone di Montfort [...]

Miraval

[... È evidente] la profonda consonanza esistente fra le posizioni antiromane dei catari e quelle espresse in una vasta produzione di sirventesi composti soprattutto nella prima meta del xiii secolo e dominati da una violenta polemica contro il clero e contro i Francesi. [...] Emblematico è il caso di Raimon de Miraval, il cui canzoniere fa quasi da cerniera tra il trobar amoroso del xii secolo e quello politico-morale che domina nel successivo.

Raimon era cosignore di un piccolo castello che fu conquistato da Simon de Monfort nei primi anni della Crociata (probabilmente nel 1211) costringendo il trovatore alla umiliante condizione di faidit, di esule. Nelle prime sei coblas della canzone Bel m'es qu'ieu chant e coindei [audio] egli sviluppa i tradizionali temi erotici (elogio della donna amata, richiesta d'amore, descrizione delle gioie e dei tormenti provocati dalla passione ecc.), ma cambia completainente registro nell'ultima cobla e nelle due tornadas. Qui egli rivolge una accorata supplica al re Pietro II d'Aragona invitandolo a combattere contro i Francesi per consentirgli di riprendere possesso di Miraval e per restituire la città di Beaucaire al conte di Tolosa Raimondo vi: solo allora, egli dichiara, «donne e amanti potranno tornare alla gioia che hanno perduto». ll disastro di Muret, dove Pietro ii trovò la morte, darà il colpo di grazia a queste speranze.

Cardenal

E fu soprattutto dopo Muret che incominciò a levarsi la voce di numerosi poeti, per lo più legati ai conti di Tolosa, che composero violente invettive contro i Francesi invasori e contro le sempre più pesanti ingerenze del clero in Occitania e nelle regioni confinanti. Fra questi i nomi più importanti sono quelli di Peire Cardenal, Guilhem Figueira e Guilhem Montanhagol. Nei loro componimenti, come in quelli di numerosi altri trovatori, la Chiesa e il clero sono oggetto di attacchi portati sia sul piano propriamente religioso, sia su quello politico.

Da una parte sono messi in caricatura e fustigati i vizi diffusi tra il clero, soprattutto la lussuria e la gola; e per esempio il caso del godibilissimo sirventese contro i domenicani di Peire Cardenal, Ab votz d'angel, lengu'esperta, non blesza; dall'altra – e con maggiore durezza – sono criticate le ambizioni temporali della Chiesa, la sua complicità con i francesi invasori, le indulgenze promesse a chi uccideva dei cristiani in una criminale crociata.

Monanhagol

Dopo il 1233 sono severamente censurati anche i metodi brutali e persecutori spesso praticati dal Tribunale dell'Inquisizione, come nel sirventese Del tot vey remaner valor [audio] di Guilhem Montanhagol [...]

[...] le accuse contenute nelle prime due coblas del sirventese Li clerc si fan pastor [audio] dello stesso Peire Cardenal dove i membri del clero cattolico sono successivamente descritti come «assassini», come «lupi rapaci» travestiti da pecore e come illegittimi detentori del potere nel mondo, corrispondono esattamente a quelle rivolte loro in un passo del trattato originale cataro (scritto in occitano) La Gleisa de Dio.

Del resto, in una deposizione resa nel 1334 davanti al celebre inquisitore Jacques Fournier, si legge che una ventina d'anni prima – cioè all'inizio del secolo – un certo Guilhem Saisset si mise a recitare proprio la prima cobla di questo sirventese davanti al fratello, vescovo di Pamiers; allora un eretico notorio presente in quella occasione, Bertran de Taix, gli chiese di insegnargliela affermando che il clero non solo possedeva tutti i difetti elencati da Peire Cardenal, ma molti altri ancora. [...] è infatti possibile, se noi addirittura probabile considerando la cronologia dei testi, che sia stato proprio il trattato sulla Gleisa de Dio a riprendere gli argomenti e le immagini di un capolavoro poetico che dovette sicuramente godere di un successo straordinario (ce lo conservano infatti ben dieci manoscritti).

Figueira

[...] il testo piu conforme in assoluto ai temi della predicazione antiromana dei catari è certamente l'infuocato sirventese contro Roma di Guilhem Figueira, D'un sirventes far en est son que m'agenssa [audio1 (Lilium Lyra, 2010 · strofe 1-3, 7, 22) | audio2 (Jordi Savall, 2009 · strofe 1-2, 8-9, 22-23), composto sulla musica del canto mariano Flors de Paradis (PC 461.123)].

[...] A partire da una fondamentale opposizione dicotomiea tra Falso e Vero (la falsa Chiesa di Roma contrapposta al vero insegnamento di Cristo), il discorso di Figueira è abilmente costruito su tre strati di riferimenti intertestuali:
— il lessico deriva dalle invettive di Marcabru contro le falsas putas, le meretrici che corrompono i giovani cavalieri;
— attraverso un secondo strato di riferimenti tratti questa volta dalla Bibbia – [...] l'invettiva di Gesù contro gli scribi e i Farisei (Mt 23.13-33) – la Chiesa viene assimilata a coloro che, secondo le parole di Gesù, erano gli eredi di chi uccise i profeti e chiuse agli uomini le porte del regno dei Cieli;
— [...] un terzo strato di riferimenti intertestuali conduce direttamente all'ecclesiologia calara: l'invettiva [...] è uno dei passi del Vangelo più spesso citati dai catari anche nei testi originali che ci sono pervenuti, come la Gleisa de Dio e il Libro dei due Principi, nel quadro della loro polemica contro la persecuzione della Chiesa nei loro confronti.
Fra i tanti passi del componimento che si potrebbero citare, un verso è particolarmente rivelatore: quella in cui Roma è accusata di fare «per scherzo martiri i cristiani» [v. 58]. ll termine martire è qui usato in una accezione assolutamente insolita nella poesia trobadorica: abitualmente riferito alle pene d'amore o al martirio di Cristo e dei santi, esso e qui riferito alle vittime della Chiesa stessa, come in numerosi testi catari dove corrisponde esattamente alla nozione di 'martirio in Cristo'; [... inoltre] il termine crestians era quello con cui gli eretici designavano se stessi (cristinai o boni cristiani) [...].

Non sorprende, percio, che anche questo sirventese sia citato in un documento inquisitoriale, il verbale di un processo per eresia intentato nel 1274 contro un mercante di Tolosa, Bernart Raimon Baranhon. A una domanda degli inquisitori, che gli chiedono se fosse mai venuto in possesso di un libro intitolato Biblia in Romano e che incominciava con le parole «Roma trichairitz», Baranhon risponde di no ma ammette di aver ascoltato una volta alcune coblas composte da un giullare di nome Figueira; e cita a memoria tutta la prima cobla di D'un sirventes, dichiarando di averla recitata più volte in pubblico [...].