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Francesco Landini

Davide Daolmi © 2006

 

 

Le fonti biografiche | Le musiche | Appendice

 

 

Fiesole ca. 1330 - Firenze 1397). Figlio del pittore Jacopo da Cosentino, perse la vista ancor bambino per un'infezione di vaiolo. Apprezzatissimo fra i contemporanei come musicista e compositore, è oggi considerato il più importante esponente dell'ars nova italiana. Delle 160 sue composizioni sopravvissute, 140 sono ballate.

Biografia (Fiori 2004)

Le fonti biografiche

Sacchetti, Rime (ca. 1350-80)

Fra le oltre 3o0 composizioni poetiche che sono raccolte nelle Rime di Franco Sacchetti, compilate fra il 1350 e il 1380 (ma la prima edizione è solo del 1936) vi è un sonetto indirizzato da Sacchetti a Francesco Landini, seguìto da altro dell'amico musicista in forma di risposta (si noti l'adozione della stessa rima). Ripubblicati in Wesselofsky 1867, I: 321-323.

Lo stile dei versi – più diretto quello di Sacchetti, più contorto e 'difficile' quello di Landini – restituisce due ambienti culturali della Firenze dell'epoca, vicini ma contrastanti. Sacchetti appartiene agli umanisti che, riscoperti i classici latini, diffidano del pensiero scolastico, Landini è un tradizionalista più legato alla filosofia del suo tempo (seppur con posizioni critiche).

Oltre al tono apocalittico, caro a Sachetti, i versi rivelerebbero che Landini li abbia musicati (ultima terzina), tuttavia oggi non rimane traccia della musica.

[243a] Franco Sacchetti a Francesco degli Organi [243b] Francesco degli Organi a Franco
Veggendo tante piaghe e tanti segni,
Francesco, io temo che, nel Ciel sovrano,
non abbia preso già la tromba in mano
que' [1] che vorrà che ciascun si rassegni;
Se, per segno mirar che dal Ciel vegni,
dover tosto finir e 'l monte e 'l piano
pensar si può: temp'è che noi veggiamo
di ciò demostrazione, e tu l'assegni. [1]
e temo ch'al gridar «Venite» a' degni [2]
il numero non si ritrovi vano,
perché lo 'ngrato popolo cristiano
segue pur Mal con forze e con ingegni. [3]
Discordia, fame e regni contra regni,
aer disposto a dar morte all'uom sano [2]
ch'hanno a significar? Fine mondano:
di che possibile è quel che disegni.
Abbia fame, discordia, morte e guerra
chi vacilla e chi fugge e non sa dove:
ma da' suoi vizi nessun si disserra.
Ma se 'l numer de' buoni andrà sì a terra
come tu temi, a me lagrime piove. [3]
E 'l vizio n'è cagion che 'l mondo afferra.
Dunque, col dolce suon che da te piove,
anzi che quell'orribil giunga in terra, [4]
prego ch'adorni le parole nove. [5]
Vestita la canzon che 'l cuor commuove
rimando a te; sì ch'omai per la terra
cantando potrà gire qui e altrove.
————
1.
Dio.
2. Degni di essere salvati.
3. Persegue il male con determinazione.
4. Prima che giunga sulla terra il suono della tromba del giudizio.
5. Chiedo a te, Francesco, di «adornare» con la musica i nuovi versi che ho scritto.
————
1.
Se per vedere un segno dal Cielo si può pensare che tutto («e il monte e il piano») stia per finire, è ora di riconoscere (quel segno) dimostrazione della fine imminente, come hai fatto tu.
2. Probabile riferimento alla Peste Nera del 1349.
3. Se moriranno i giusti, tuttavia, non musica, ma lacrime produrrò.

Salutati, [lettera] (1375)

Coluccio Salutati scrive al cardinale Pietro Corsini (+1405), già vescovo di Firenze (1363-1370) per raccomandargli Francesco Landini. Lettera conservata a Firenze, Arch. di Stato, Signori, Carteggio, Missive, Registri, 1. Cancelleria, filza 16. Pubblicata per la prima volta da Wesselofsky 1867, I: 323-326:

Landini, [rime] (ca. 1380)

Come segnala per la prima volta Lami 1748 nel codice 688 della Riccardiana di Firenze si conservano di Francesco Landini due poemetti latini intitolati:

Versus in laude loyce Ocham
Quidam terrenis curis, magnoque labore

e un sonetto:

Chi cerca possedere oro e argento (riprodotto in Mehus)

Il ms. fu copiato verso il 1380 alla corte papale di Avignone da Giovanni da Empoli, chierico fiorentino al seguito del cardinale Pietro Corsini (a questi Landini era stato raccomandato come organista da Coluccio Salutati nel 1375).

Il primo poemetto latino di Landini è – in omaggio a Ockham – un'invettiva contro un innominato personaggio fiorentino.

Landini, Ockham e un insolente ciceroniano

I Versus in laude loyce Ocham si pongono al centro delle questioni che alimenteranno il nascente Umanesimo fiorentino, nucleo generatore del Rinascimento italiano.

Il poemetto descrive Guglielmo da Ockham che appare in sogno al musicista per lamentarsi di chi ha suggestionato le menti di molti fiorentini ignoranti corrompendo filosofia e dialettica, con particolare riferimento a un sedicente intellettuale, in realtà uomo incolto e borioso, identificabile, come brillantemente dimostrerà Lanza, in Niccolò Niccoli, l'espressione più imbarazzante della nuova intellighenzia fiorentina.

Ockham è l'emblema dell'ultima fase della Scolastica, quella che si contrappone al Tomismo aristotelico. Per capire tutta la questione bisogna partire da qui.

La Scolastica, sorta di ombrello che raccoglie tutto il pensiero filosofico medioevale, si suole suddividere in tre fasi che hanno al centro la sua figura più emblematica: San Tommaso (tomismo, XIII sec.). La figura di riferimento per i primi otto secoli (VI-XII) è Sant'Agostino; Ockham identifica la concusione (XIV sec.).

L'agostinismo s'identifica, a grandi linee, con il platonismo cristianao. Platone, con la sua distinzione fra mondo sensibile e mondo intellettuale (delle idee), dove questo è superiore a quello (quindi dove la teoria è preferibile all'esperienza), non ebbe difficoltà a venir riletto dal pensiero cristiano.

L'urgenza razionalistica di San Tommaso (1221-1274), che si forma in ambiente universitario, gli farà prediligere l'approccio logico e deduttivo – scientifico – di Aristotele, necessario a 'dimostrare' la verità di fede, trasformando il filosofo greco in auctoritas cristiana (ipse dixit). Tommaso non avrà gran seguito, scontrandosi contemporaneamente con le gerarchie ecclesiastiche e gli ordini francescani (San Bonaventura). Sarà solo dopo la sua canonizzazione (1323) che il suo pensiero sarà rivalutato, quando ormai Ockham aveva da tempo proposto una nuova strada.

La posizione di Guglielmo da Ockham, nel prendere le distanze dagli universali, pure convenzioni del linguaggio, offrirà il destro al fiorire di speculazioni puramente teoriche (del resto, se sono convenzioni...) dette nominalismo o terminismo. Gli umanisti meno accorti confonderano il pensiero di Ockham con gli epigonismi terministici.

A partire dall'ultimo quarto del Trecento, un gruppo d'intellettuali fiorentini che prenderanno il nome di umanisti alimenteranno il recupero della classicità non mediata dai finalismi cristiani della scolastica. In una visione molto elitaria del sapere condanneranno, almeno in un primo tempo, persino l'uso del volgare di Dante, Petrarca e Boccaccio, contiguo al pragmatismo che aveva alimentato la reazione occamista.

L'umanesimo fiorentino si ricrederà sull'uso del volgare e imparerà a distinguere fra le posizioni di Ockham e le speculazioni nominaliste. Ma quando Landini scrive i Versus le posizioni di alcuni nuovi umanisti sono intransigenti e in particolare quella di Niccolò Niccoli particolarmente sopra le righe.

Sebbene Lanza, abbia avuto il merito di individuare brillantemente in Niccoli gli strali dell'invettiva di Landini, è azzardato delineare due schieramenti contrapposti: gli umanisti (a cui si lega Niccoli) che convergono intorno alla figura di Coluccio Salutati, e i tradizionalisti (con Landini) che fanno capo ai circoli di Giovanni Gherardi da Prato. Landini è certamente vicino a Gherardi, e l'«intestazione» dei Versus, citata per la prima volta da Lami, li dice dedicati ad Antonio da Vado (di cui Gherardi si dice discepolo), dello stesso Landini «grammaticae, loycae, rhetoricae optimum instructorem». Ma il compositore è anche in stretto contatto con il Salutati che lo apprezza come musicista e intellettuale.

Il senso dei Versus è quindi più che atto di contrapposizione, espressione di una cultura in fermento riconducibile nella sua complessità anche contraddittoria al nascente umanesimo fiorentino.

Landini, scrisse anche una ballata dal contenuto occamista: Contemplar le gran cose

Villani, Liber de origine (1382)

Il primo ricordo di Landini si deve a un suo amico, il cronachista Filippo Villani (1325-1405) che nel suo Liber de origine civitatis Florentiae et eiusdem famosis civibus dedica qualche riga alla memoria del compositore.

Il Liber, diviso in due parti (la seconda è una specie di dizionarietto di fiorentini famosi) fu redatto verso il 1382, poi, rivisto da Coluccio Salutati, vide una nuova versione nel 1396 (entrambe quindi Landini in vita). Una terza redazione è la traduzione-riassunto in italiano del 1405. L'editio princeps latina sarà pubblicata solo nel 1848 (nel 1997 l'edizione critica, a cura di G. Tanturli, nel 1997). Della trad. italiana del 1405 fu pubblicata nel 1747 solo la seconda parte come Le vite d'uomini illustri fiorentini «colle annotazioni del conte Giammaria Mazzuchelli» (Venezia, G. Pasquali). Fu questa l'edizione che, malgrado le numerose lacune e scorrettezze fu conosciuta dagli studiosi.

Di seguito la versione del 1396 (sostanzialmente identica a quella del 1382) con la traduzione italiana (parziale) pubblicata nel volume di Alberto Gallo della Storia della musica dell'Edt (1988). La traduzione delle parti mancanti (in corsivo) è di Davide Verga.

XXV. De plerisque musicis florentinis qui in ea arte egregie floruerunt et presertim de Francisco ceco viro mirabili  
Musice artis disciplinam multi memorabiles florentini perfectissime habuere, sed qui in ea scientia aliquid ediderint pauci extant. Molti fiorentini degni di memoria ebbero perfetta conoscenza dell'arte musicale, ma pochi sono coloro che in quest'arte pubblicarono qualche cosa;
Inter quos Bartolus et ser Laurentius Masini pre ceteris prestantius et artificiosius cecinerunt. tra costoro Bartolo e ser Lorenzo Masini composero in maniera più eccellente e abile degli altri.
Quorum primus, cum alternatim organo et modulatis vocibus in nostra maiori ecclesia symbolum caneretur, tam suavi dulcique concentu diligentia artis ipsum intonuit, ut, relicta consueta organi interpositione, magno concursu populi, vocalem sequentibus armoniam deinceps vivis vocibus caneretur primusque omnium antiquam consuetudinem virilis chori organique abolere coegit. Il primo di essi quando nella nostra chiesa maggiore si cantava il Credo alternando il suono dell'organo alle voci del coro, lo intonò invece con tanto soave e dolce concento e perizia d'arte che, abbandonata la consueta interposizione dell'organo, con grande affluenza di popolo che seguiva l'armonia vocale, tutto il pezzo fu intonato vocalmente, e Bartolo fu così il primo che costrinse ad abbandonare l'antica consuetudine del coro e dell'organo.
Iohannes de Cascia, cum Mastini Della Scala tiranni veronensis atria questus gratia frequentaret et cum magistro Iacobo Bononiensi artis musice peritissimo de artis excellentia contenderet, tiranno eos muneribus irritante, mandrialia plura sonosque multos et ballatas intonuit mire dulcedinis et artificiosissime melodie, in quibus quam magne, quam suavis doctrine fuerit in arte manifestavit. Giovanni da Cascia quando frequentava come postulante la corte di Mastino della Scala signore di Verona e gareggiava in eccellenza artistica col maestro Jacopo da Bologna espertissimo nell'arte musicale, e il signore li stimolava con donativi, intonò numerosi madrigali, molti soni e ballate di meravigliosa dolcezza e di elaboratissima melodia, opere nelle quali mostrò a tutti di quanta dottrina e di quanta dolcezza egli fosse capace nell'arte musicale.
Sed hos reliquosque omnes, quos in arte hac laudabilis tulit antiquitas, Franciscus, qui adhuc vita fruitur, excedit; de quo non sine affectate fabule timore scribere ausim. Ma costoro e tutti gli altri che in quest'arte ha offerto la lodevole antichità supera Francesco attualmente vivente. Di lui non non oso scrivere senza il timore di [esser considerato] un inventore di favole.
Hunc vix dimidium temporis infantie egressum sors iniqua variolorum repentino morbo cecavit; hunc ipsum eundem ars musices fame luminibus reformavit. Severior occasio corporalia ademit lumina, sed interioris hominis oculos speculatio lyncea fecit: Superata appena la metà dell'infanzia [1] fu accecato da sorte inqua per un improvviso morbo di vaiolo; ma la musica gli fece ritrovare la vista attraverso la fama. Un caso alquanto grave lo privò degli occhi corporei, ma l'intelletto rese di Lince gli occhi dell'uomo interiore.
argumentum sane, si verum amemus, quo ferula illos adigamus, qui plenis sensibus miserrimo torpescunt otio; quos abuti honestius putarem, quam illos muliebri mollitie sub lenta ignavia obdormire. Verso tale esempio senza dubbio, se amiamo il vero, dobbiamo spingere a forza coloro che trascorrono il loro tempo abbandonati in un vergognoso torpore; potrebbero, credo, sfruttarlo più onostamente, invece di impigrirsi con stanca indolenza in vanità femminili.
Hic natus est Florentie patre Iacobo pictore vite simplicissime rectoque viro et cui minus honesta displicerent. Costui nacque a Firenze da Jacopo [2], pittore di vita assai semplice, uomo retto cui dispiacevano le cose poco oneste.
Postquam tamen infantiam luminibus orbatam excesserat, cecitatis miseriam iam intelligens, ut perpetue noctis horrorem aliquo levamine solaretur, celi, ut puto, benignitate, que tante infelicitati conpatiens solacia preparavit, decantare pueriliter cepit. Uscito dall'infanzia, durante la quale aveva perso la vista, comprendendo la miseria della cecità, per trovare qualche sollievo all'orrore della perpetua oscurità, per benevolenza, credo, del Cielo che avendo compassione di sì grande infelicità ne preparava la consolazione, cominciò a cantare da fanciullo;
Factus deinde maiusculus, cum melodie dulcedinem intellexisset, arte primum vivis vocibus deinde fidibus canere cepit et organo. fatto quindi più grandicello, avendo compresa la dolcezza della melodia cominciò a far musica da artista, dapprima con la sola voce, successivamente con strumenti a corde e con l'organo,
Cumque in arte mire proficeret, omnium stupore musice artis istrumenta, que nunquam viderat, prompte tractabat ac si oculis corporeis frueretur. ed avendo fatto mirabili progressi nell'arte, con stupore di tutti maneggiava con prontezza gli strumenti musicali che mai aveva visto, come se godesse della vista
Manuque adeo velocissima, que tamen mensurate tempora observaret, organa tangere cepit arte tanta tantaque dulcedine, ut incomparabiliter organistas omnes, quorum memoria posset haberi, sine dubio superaret e cominciò a suonare l'organo con mano velocissima e tuttavia rispettosa della misura del tempo e con sì grande abilità e dolcezza da superare senza paragone tutti gli organisti di cui si potesse avere memoria.
et, quod referri sine commento fictionis fere non potest, instrumentum organi tantis compositum fistulis, tantis interius contextum artificiis tamque dissimilibus proportionatum servitiis, inde expositis tenuissimis calamis, qui facile etiam perminimo contactu leduntur, atque exenteratis visceribus instrumenti, quorum series si locis dimoveantur suis per linee spatium corrumpitur et intromissum follibus spiritum stridulis compellit vocibus dissonare, omnibus remotis que ad compagem eius et ordinem pertinerent, temperatum et consonantiis modulatum restituat in integrum, emendatis que dissonantia discrepabant. e, cosa che quasi non può essere riferita senza crederla finzione, [nelle sue mani] lo strumento dell'organo – composto di così tante canne, internamente collegato con così tanti artifici, proporzionato con meccanismi così diversi (inoltre con canne esterne fragilissime che facilmente si rompono anche al minimo contatto, e la cui disposizione delle parti interne, quando rimosse, se viene spostata dalla sede, anche di poco, si altera tanto da indurre l'aria dei mantici a produrre suoni stridenti) – spostate tutte le canne dalla propria disposizione e successione, sa restituire pienamente temperato e modulato nelle consonanze, eliminate quelle che stonavano con dissonanza.
Et quod est amplius lira, lembuto, quintaria, ribeba, avena, thibiis et omni musicorum genere canit egregie et que reddunt sonitum concynnitum per varias symphonias ore emulans humanoque commiscens concentui tertiam quandam ex utroque commixtam tono musice speciem adinvenit iocunditatis ingenue. E cosa ancora più straordinaria si accompagna egregiamente con lira, liuto, quinterna, ribeca, avena, tibia e ogni genere di strumento; e tutti, attraverso varie armonie, emettono un suono consonante, quasi fosse un canto umano; e mescolando all'una e all'atra parte la concertazione di una terza voce, con divertita semplicità riscopre la bellezza della musica.
Insuper genus quoddam instrumenti ex lenbuto medioque cannone compositum excogitavit, quod appellavit syrenam, instrumentum sane quod reddat verberatis fidibus suavissimam melodiam. Inoltre inventò un tipo di strumento composto dal un liuto e da un mezzo cannone [salterio], che chiamò 'sirena', strumento a corde percosse che produce una melodia davvero dolcissima.
Referre quanta et quam multa fuerit in arte molitus supervacaneum puto, cum huiuscemodi virorum ephemeridas dicere obnubilare soleat gratiam brevitatis. Ritengo superfluo riferire quanto grandi e quanto numerose cose fece nell'arte, dal momento che enumerare le gesta di tali uomini comprometterebbe l'eleganza della sintesi.
Scire tamen opere pretium est neminem unquam organo excellentius cecinisse. Ex quo secutum est musicorum omnium consensu eidem artis palmam concedentium, ut Venetiis ab illustrissimo et nobilissimo Cipriorum rege ..?.. publice, ut cesaribus et poetis mos est, laurea donaretur et triumphantis specie per urbem illam publico plausu duceretur. Vale la pena di sapere che nessuno ha mai suonato l'organo in maniera più eccellente, per cui avvenne che, per consenso di tutti i musicisti che gli concedevano la palma dell'arte, a Venezia da parte dell'illustrissimo e nobilissimo re di Cipro gli fu pubblicamente offerta una corona d'alloro, come è consuetudine per gli imperatori e i poeti, e a modo di trionfatore fu condotto per la città tra il pubblico plauso.
Preter hoc ad laudis sue cumulum accedit quod gramaticam atque dyaleticam plene didicerit artemque poeticam metro fictionibusque tractaverit eaque sic arte molitus Comediam Dantis metro heroico pertractare, vulgaribus insuper rithimis egregia multa dictare. Oltre a ciò si aggiunge alla somma delle sue lodi il fatto che egli apprese la grammatica e la dialettica approfonditamente, e discusse l'arte poetica su questioni di metro e d'invenzione; e così con tal arte si occupò di commentare in metro eroico [esametri] la commedia di Dante, dettando molte acute riflessioni sulla versificazione in volgare.
Hec equidem omnia coniector in homine isto naturam et diligentiam ostendisse in contumeliam iuventutis nostre effeminate, que muliebri studens fuco et ornamento, virili relaxato animo, mollitie fatigatur. E secondo me tutto ciò ha messo in luce in quest'uomo una natura e un impegno che costituiscono un affronto verso la nostra giuoventù effeminata, che occupandosi del belletto e dell'ornamento, rilassato l'animo virile, si fiacca nella mollezza.
  ————
1.
L'età infantile per i latini si concludeva intorno ai sei anni, quindi Landini dovrebbe aver perso la vista a circa tre anni.
2. Jacopo da Casentino, la cui vita è raccontata dal Vasari.

Ecco invece come si presentava la traduzione del 1405 pubblicata in Mazzuchelli 1747: 46 (e ripresa in Bandini), versione che fu per lungo tempo la più conosciuta:

Di Francesco Cieco ed altri musici fiorentini
Molti sono stati i Fiorentini memorabili che perfettissimamente abbiano acquistato la disciplina dell'arte musica, ma pochi quelli che in essa alcuna cosa hanno composto: intra quali Bartolo e Lorenzo di Masino sopra gli altri degnamente cantarono, e Giovanni da Cascia; ma questi, e tutti gli altri i quali la laudabile antichità ha veduti, Francesco – il quale ancora vive (*) – avanza.
Questi al tempo della sua fanciullezza da sùbito morbo di vaiolo fu accecato, ma la fama della musica di grandissimo lume l'ha ristorato. Nacque in Firenze di Iacopo dipintore [Jacopo da Casentino], uomo di semplicissima vita. Passati gli anni dell'infanzia, privato del vedere, cominciando a intendere la miseria della cecità, per potere con qualche sollazzo alleggerire l'orrore della perpetua notte, cominciò fanciullescamente a cantare.
Dipoi essendo cresciuto, e già intendendo la dolcezza della melodia, prima con viva voce, dipoi con strumenti di corde e d'organo, cominciò a cantare secondo l'arte; nella quale mirabilmente acquistando, prontissimamente trattava gli strumenti musici (i quali mai non avea veduti) come se corporalmente gli vedesse – della qual cosa ognuno si maravigliava. E con tanta arte e dolcezza cominciò a sonare gli organi che, senza alcuna comparazione, tutti gli organisti trapassò.
Compose per l'industria della mente sua strumenti musici da lui mai non veduti, e né fia senza utile a sapere che mai nessuno con organo sanò più eccellentemente; donde seguitò che per comune consentimento di tutti i musici concedenti la palma di quell'arte, a Vinegia pubblicamente dall'illustrissimo re di Cipri, come solevano i Cesari fare [con] i poeti, fu coronato d'alloreo (**). Morì nell'anno della grazia 1390, e nel mezzo della chiesa di Santo Lorenzo è seppellito.
Note di Mazzuchelli:
(*) Forse qui il nostro autore, con quelle parole «ancora vive», non altro ha inteso se non che vivesse ancora in quel tempo nella memoria dei posteri. Infatti egli era morto da molti anni, siccome dice di questo articolo, ove aggiunge che morì nel 1390, e già nella prefazione si è detto che il nostro autore scriveva quest'opera nel 1405. Potrebbe tuttavia anche dirsi che alcuni di questi articoli, e fra gli altri il presente, fossero incominciati dal Villani prima del 1390 e terminati dipoi, o pure che alcun altro scrittore posteriore abbia posta mano ne' codici di quest'opera e vi abbia aggiunto ciò che dimostra in sé qualche contraddizione. [1]
(**) Questo fatto si riferisce altresì da Cristoforo Landino, suo parente, nell'Apologia nella quale si difende Dante e Firenze da falsi calunniatori, premessa a' suoi Commentari sopra la commedia di Dante. Ecco le parole del Landino:
Ma richiede l'amore dell'agnazione che non defraudi delle debite lodi Francesco Cieco, fratello del mio avolo, al quale tanto concedette la natura di giudizio nell'udito, quanto gli tolse nel viso. Cosa certo mirabile che privato in tutto del vedere fosse non indotto in filosofia, non indotto in astrologia, ma in musica dottissimo, nella quale tanto valse nel suono degli organi che nella nobilissima città di Venezia per giudizio di tutti i musici, i quali da tutte le parti quivi eran concorsi, fu in forma di poeta dal re di Cipri e dal duca veneto di laura corona ornato. [2]
————
1.
Come si vede il 1390, come data di morte, fu aggiunto posteriormente dal volgarizzatore (la redazione di Villani, come detto da lui stesso nelle prime righe, avvenne con Landini ancora in vita).
2. Sulla questione dell'alloro, poi frequentemente messa in dubbio, ne discuterà Lancetti nel 1839, con osservazioni interessanti.

Jacopo, Fimerodia (ante 1397)

[da Lanza, p. 111-112:] «Jacopo da Montepulciano nella Fimerodia destina tre seggi vuoti del Carro della Fama, dove sono gli spiriti degli illustri fiorentini, a tre eminenti personalità del mondo culturale fiorentino ancora in vita: il primo è per il Salutati («Coluccio eloquente, 'l qual compone | opra ch'ogni virtù nel core alletta»); il secondo per Filippo Villani, lodato soprattutto come esegeta di Dante («apritor più certo | del poeta volgar tutti gli arcani»); il terzo, infine, per il Landini:

... qui siederà la fonte e 'l fiume,
quel Francesco degli Organi, che vede
con mente più che con corporal lume.
Quest'è quel dolce vaso, il qual possiede
soave verso, pien d'ogni armonia,
quest'è colui al qual natura diede
arte perfetta e ogni melodia.
Cosa mirabil ch'al suo vago sòno
il cor si leva e tutto al ciel s'indìa ...
Edizioni:
Rodolfo Renier, Un poema sconosciuto degli ultimi anni del secolo XIV (Fimerodia di Jacopo del Pecora), analizzato ed illustrato, in Il Propugnatore, studi filologici, storici e bibliografici, 15 (1882): 350.
Poesie di mille autori intorno a Dante Alighieri, con note storiche, bibliografiche e biografiche, 15 voll. a cura di Carlo Del Balzo, Roma: Forzani e C., 1889-1909; III (1891), p. 74.
— Jacopo da Montepulciano, La Fimerodia, a cura di Mauro Cursietti, Roma: Bulzoni, 1992.

Salutati, Invectiva | Rinuccini, Responsiva (1397)

Il progetto di Gian Galeazzo Visconti, sul finire del Trecento era probabilmente quello di unificare sotto di lui tutta l'Italia. Dopo aver riunito i domini di famiglia con intrighi e prepotenze, era riuscito a occupare il Nord Italia. Nel 1395 l'imperatore Venceslao gli concesse il titolo di primo duca di Milano e nel 1397 quello di Lombardia. Le sue mire espansionistiche sull'italia centrale erano palesi e Firenze, pur allacciando alleanze anti-viscontee, sembrava non aver la forze di resistergli. La pressione di Milano finì nel 1402, quando Gian Galeazzo morì di peste.

Antonio Loschi, letterato al servizio del Visconti, nel 1397 scrisse la celebre Invectiva in Florentinos che gli fece ottenere il governo della cancelleria di Stato. All'invettiva rispose punto per punto con una celebre altra Invectiva il cancelliere di Firenze Coluccio Salutati.

Meno nota, ma anch'essa mossa dallo scritto di Loschi, è invece la Responsiva di Cino Rinuccini, i cui versi sono nella celebre Raccolta aragonese. Entrambi difesero le offese di Loschi contro Firenze, non trascurando di ricordare Landini. Così si esprime Salutati:

Nos, Franciscum Jacobi musicum et organistam honorare suarum virtutum meritis cupientes, cuius in hac quam longa oratione commendavimus, facultate, non quasi caecus, sed plus quam Argo oculatus emicuit, ex quo et urbi nostrae gloriosum nomen et ecclesiae Florentinae ab isto caeco lumen accendit. Noi desideriamo onorare Francesco [figlio] di Jacopo, musicista e organista, per i meriti delle sue virtù, del quale abbiamo ricordato, in questa davvero lunga orazione, [che] brillò per le capacità non come cieco ma con più occhi di Argo, e la cui luce accende il nome glorioso della nostra città e delle chiesa di Firenze.

Più circostanziato Cino Rinuccini:

E acciocché nelle arti liberali niuno savio ci manchi, avamo in musica Francesco, cieco nel corpo ma dell'anima alluminato, il quale così la teorica come la pratica di quell'arte sapea, e nel suo tempo nessuno fu migliore modulatore de' dolcissimi canti, d'ogni strumento sonatore e massimamente d'organi, co' quali con piacevole dolcezza ricreava gli stanchi.

L'originale perduto, scritto anch'esso in latino nel 1397, ci è giunto volgarizzato (probabilmente ad opera di Giovanni Gherardi da Prato) in una redazione dei primi anni del Quattrocento che necessariamente parla di Landini al passato. Fu pubblicato per la prima volta nel 1826 in appendice all'Invectiva di Salutati.

Invectiva Lini Colucii Salutati reipublicae Florentinae a secretis in Antonium Luschum Vicentinum de eadem republica male sentientem, codex ineditus, a cura di Dominico Moreni, Florentiae: typis Magherianis, 1826.

E di nuovo da Wesselofsky (1867) nell'edizione del Paradiso degli Alberti | 1/1 | 1/2 | 2 | 3

Gherardi, Paradiso (1425-45)

da: Carlo Cordé, in Dizionario Bompiani delle opere e dei personaggi, Torino 2002.

I paradiso degli Alberti. Con questo titolo dato dal primo studioso moderno che lo pubblicò (dal nome della villa fiorentina di un personaggio dell'opera, Antonio degli Alberti) venne denominato un romanzo in prosa del pratese Giovanni Gherardi (nato circa il 1367, morto tra il 1442 e il 1446) e da lui, già vecchio, lasciato probabilmente incompiuto. L'opera è più che altro un documento, per vero assai interessante come cornaca del tempo, della vita culturale e politica del primo rinascimento fiorentino. Dopo varie immaginazioni mitologiche (quali un fantasioso viaggio a Creta e a Cipro, regno di Venere, dove si parla a lungo di eroi e di prodezze d'amore) viene introdotta nel diseguale racconto una piacevole brigata di dotti che l'anno 1389, tra scherzi e sollazzi vari, discutono di filosofia, di problemi diversi e fin di politica. Le riunioni avvengono sia a Campaldino, nella villa del conte Carlo Poppi, sia a Firenze in quella già menzionata per il titolo del libro.

Giovanni Gherardi da Prato nel 1426 si ritirò a Prato dove compose Il paradiso degli Alberti, titolo attribuito all'opera dal Wesselofsky, suo primo editore, nel 1867. Un'invenzione, dunque, che ricalca quella del Decameron di Boccaccio, senonché in questo caso il rapporto fra ambientazione e racconti o conversazioni dei personaggi è tutto sbilanciato in direzione del'ambientazione che rappresenta la parte preponderante del racconto.

Landini è ampiamente citato nel III libro di cui qui si trascrivono i passi. Nel quarto, dopo esser stato occasione di una di un nuovo argomento di discussio (v. infra) racconterà egli stesso una lunga novella che chiuderà il libro. Si può leggere a partire dal § 313 dell'ed. Einaudi on line.

Libro III  
[...] ripetendo quanto s'era detto e fatto a Poppi, mise in animo ad alcunon volere ragunare in qualche luogo più piacevole e atto una compagnia di singularissimi, famosi e chiarissimi uomini quanto per lo tempo al mondo si fosse, i quali nella nostra gloriosa città in quelli tempi si ritrovaro, chi per uno fine e chi per un altro.
Era stato chiamato e eletto pelli maestri e uficiali de' nostro studio maestro Marsilio da santa Sofia, padovano, uomo fisico di mirabile scienza e dottrina, non solamente nella principale sua medicina, ma in tutte l'arti liberali sanza dubbio meritevolmente glorioso e famoso.
Similemente ancora per simile modo ci era maestro Biagio da Parma, universal filosofo e metamatico più che altro che quella età si avesse.
Eraci il divino intelletto del nostro tanto famoso maestro Luigi, teologo sommo e preclarissimo oratore, a le cui laude di bisogno sarebbe lo mare della eloquenzia di Demostane e Cicerone.
Eraci ancora il preclaro e famoso teologo e metamatico maestro Grazia, non meno d'ingegno divino che umano.
Fioriva ancora in que' tempo Francesco delli Organi, musico teorico e pratico, mirabil cosa a ridire, il quale, cieco quasi a natività, si mostrò di tanto intelletto divino che in ogni parte più astratta mostrava le sottilissime proporzioni de' suoi musicabili numeri, e quelle con tanta dolcezza col suo organo praticava, che cosa non credibile pure a udilla. E non ostante questo, elli con ogni artista e filosofo gìo disputando non tanto della sua musica, ma in tutte l'arti liberali, perché di tutte quelle in buona parte erudito sì n'era.
Presentazione della compagnia.
Fue adunche, in questo felicissimo e grazioso anno, la città molto di feste e di letizia gioconda; i famosi cittadini, governatori di tanta republica, lietissimi e contenti nella pace sicura; i mercatanti ottimo temporale avieno, per che li artefici e la minuta gente santa spese o gravezza, sendo convenevolmente l'anno abondante, in questa felicità si vedìeno, e volentieri ciascheduno a festeggiare e godere si provava. Serenità dei tempi.
Facevasi molti conviti, magnifici e spesso, infra' quali piaque al padre carissimo Coluccio, nostro cancelliere, avere seco a disinare con buona e dimentica letizia tutti i sopra detti nomati, con più e più medici e artisti e altri notabili cittadini.
E venuto il dì diputato, riceùti lietissimamente e in molta abondanza di splendide vivande e in copia grande di preziosissimi vini, secondo che 'l tempo chiedeva, dopo moltissime armonie da Francesco con sua compagnia sonate e cantate, finendo il lieto lesinare, Coluccio così cominciò a dire:
Convito a casa di padre Coluccio.
Quanto io v'abbia a ringraziare della cortesia e piacere aùto da voi, io né saprei né potrei. Tanto ricordare vi voglio che a voi piacere sia qui questa sera cenare, imperoché costume fiorentino si è in questi tempi così fare. E a noi conviene questo costume seguire e servare, imperoché buona consuetudine e prescritta sta in luogo di fermissima legge.
Piaque a ciascuno quello dovere fare, sperando quel dì con grandissimi consolazione passare; e dopo mille belli ragionamenti lietissimi, ciascuno a suo allogiamento ne gìo, faccendo Coluccio lietissima compagnia per buono spazio.
Coluccio reinvita gli ospiti per la sera.
Da poi, da loro presa licenza, e verso sua casa tornando scontratosi in messer Antonio di messer Nicolao delli Alberti, il quale a diporto con sua compagnia n'andava, fattosi le debite salutazioni, così cominciò messer Antonio a parlare:
Bene dovete avere aùto, singularissimo padre, questa mattina grandissimo piacere e consolazione, sendo stato tra tanti notabili e sommi teologhi e filosofi, a presso de' quali io punto non dubito che ogni parte di filosofia, sì morale come naturale, è familiare e pronta: ben n'ho grande invidia: piacesse a Dio che io avessi tanta grazia che qualche dì voi fossi al Paradiso, imperò che quivi più in agio istaremo che dentro alla cittade. E voi sommamente priego che siate di tanto operatore e che insieme co'lloro lo facciate: sapete quanto è luogo atto e come in uno punto avere si possono tutti gli agi e piaceri.
Coluccio incontra Antonio degli Alberti. Questi invita il padre e la sua compagnia al Paradiso.
Coluccio, che volentieri udìa quanto dicea, al cavalieri così rispose:
Messer, io vi prometto che mai simile consolazione non ebbi, vegendo e udendo tanti valenti uomini [...] Ora, col nome di Dio, a voi piacerà questa sera venire a cena co'lloro, e quanto voi dite, dell'essere con voi al Paradiso, ingegnerenci di fallo.
Coluccio accetta e lo controinvita per quella sera.
A cui così il cavaliere rispuose:
Bene non vuole la mia fortuna che io possa venire, imperò che questa sera più gentili uomini festegianti cenano meco; ma bene voi priego che, cenato che voi avete, vi piaccia venire a fare collazione tutti insieme nel nostro giardino, e quivi daremo forma alla dilettevole gita del Paradiso.
Piaque al cancelliere la diliberazione, e così si partiron andando ciascuno a suo viaggio.
Antonio ha ospiti e chiede di unirsi a loro per il dopo cena.
Venuto poi il vespro e i valenti uomini raunati, e gitone al tempo a tavola con molti piaceri e sollazzi, faccendo Biagio ora uno giuoco ora un altro, per sì fatta forma che facea maravigliare chi più lo conoscea, nonché coloro che usi di vedello non erano [...] Et così fu la cena tanto gioconda e piena di festa, che mai simile a quella si vide. Cena da Coluccio.
Finita in questi piaceri e le tavole levate, piaque al cancelliere alla compagnia così dire:
Voi sapete, reverendissimi padri e ottimi amici, quanto è stata graziosa, magnifica e onorata la casa della famiglia delli Alberti, e singularmente la propia del valoroso e per ogni bono essempo raguardevole e ricordevole a ogni memoria cavaliere messer Nicolao, qui a noi per l'arietro vicina, e come sempre gli uomini di virtù hanno onorato. Al presente messer Antonio suo figliuolo, ritenendo la natura e costume del padre, in singulare grazia m'ha chiesto che nel suo giardino io vi conduca, sì che, chi nol sa, apari una sua lietissima casa. Il perché a me pare, se di vostro contentamento è, che noi l'andiamo a vedere, e non fia sanza grandissima consolazione di ciascuno e cortesia e letizia somma al giovane cavaliere.
Coloccio invita tutti ad andare da Antonio.
Non n'ebbe sì tosto dette queste parole il cancelliere, e dalla brigata risposto che facesse quanto a lui piacesse, che messere Antonio, con onorevole compagnia già in sulla piazza de' Peruzzi si era, aspettando che uscissor di fuori quelli che col cancellieri cenato avìeno; uscendo innanzi egli, facendosi con debite salutazioni, quelli singulari maestri per la mano prendea dicendo:
Ei piacerà alla vostra carità venire a vedere una nostra casa?
Il maestro Luigi, che seco molta contezza avea, prestissimamente rispuose:
Vedete messere che in contro a voi noi ci facciamo per fare quanto a voi piacere si fia.
Antonio va ad accogliere la compagnia.
Et tutti insieme nella ricca casa entraro; e passato per lo cortile, dove a mano destra era una loggia ricamente ornata di tappeti, pancali e splendidissimi capoletti, et oltrepassando entrarono al giardino, dove in s'uno pratello, circundato d'altissimi arcipressi e abeti, melaranci e melagrani, alori, mortini e ulivi, aparechiato si era da sedere richissimamente con una credenza da uno de' canti, suvi molte argentiere con molte e varie confezzioni ne frutta, co' molti vasi di vetro pieni di preziosissimi vini.
Era in quell'ora nel giardino uno piacevolissimo brezzo, che tutta la gioconda brigata rinfrescava. Posto a sedere i valenti uomini, Francesco, che lietissimo era, chiese il suo organetto, e cominciò sì dolcemente a sonare suoi amorosi canti, che nessuno, quivi si era, che per dolcezza della dolcissima armonia nolli paresse che 'l cuore per soprabondante litizia del petto uscire gli volesse. [...]
A casa di Antonio.
Et così in festa la collazione splendidissimamente aparechiata si fue; e lietissimamente fornita, parve al padre Coluccio essere tempo che messer Antonio la brigata invitasse alla gita del Paradiso: e così [Antonio] lo fece per questa maniera:
Voi, padri e maestri singularissimi miei, per vostra carità m'avete fatto tanta cortesia, che questa vostra casa avete voluta vedere. Piacesse a Dio fosse tale quale merita le vostre virtudi. Il perché sommamente voi ne ringrazio, sperando di corto che vorrete vederne un'altra, la quale qui di fuori presso alla città voi avete. Il tempo sia omai nella vostra elezione; ma tanto dire vi voglio che, inanzi che di qui vi partiate, eleggerete il quando a voi piacerà. Tanta forza con vostra licenza usare me ne pare, non veggendo io abilemente potervi sì unitamente acozzarvi come al presente si siete.
Coluccio suggerisce ad Antonio di far vedere il Paradiso agli ospiti. Antonio chiede loro quando vogliono andare.
Ristrinsonsi insieme i maestri; e finalmente comisono [= commisero, assegnarono] nel cancelliere la lezione [= scelta] di quel dì che dovessono gire, e quello che a lui piacea tutti concorrieno di fare. Rimaso adunche la lezione del dì al cancellieri, e elli prestissimamente rispuose così in nome di tutti al cavaliere:
Perché i buoni e piacevoli pensieri, massere Antonio, prestissimamente in execuzione mettere si deono, e per voi contentare, vi rispondo che domattina noi tutti insieme al Paradiso saremo. Omai sanza altre eccezzioni da noi fatte questo empiere vedrete.
Ringraziò la brigata il cavalieri. Da poi, partitosi con grazioso commiato ciascuno, a loro magioni tornaro, rimagnendo prima di tutti insieme doversi trovare la mattina per lo fresco al Paradiso, come promesso avìeno.
La compagnia fa decidere Coluccio che propone la mattina seguente.
Venuto da poi la mattina, e trovatosi la brigata al grazioso luogo, come la sera dinanzi ordinato avieno, e trovato messer Antonio co' fratelli e con sua onorevole compagnia, entraro dentro al palagio, con grandissima letizia riceùti: dove tutti insieme ne girono alla cappella; e quivi aparechiato, un prete una messa cum modesto modo si disse. E finita la messa, con molta giocondità nel giardino delli abeti a presso alla fonte ne giro, dove aparechiato si era da sedere con molti ricchi pancali, e ivi a presso ritto uno dirizzatoio, in sul quale erano molti vasi d'ariento con altri pieni di preziosissimo vino e di varie e peregrine confezzioni; eravi ancora molti frutti soavi e freschi, ciriege, poponi ottimi e rugiadosi fichi. E cominciata la collazione a quelli dolcissimi brezzi, per molti e molti sergenti che puliti e lietamente servieno, rinfrescandosi colla frigidissima aqua, cantando per le cime de li odorosissimi pini, abeti e cipressi infinito numero d'uccelletti: sì che ciascuno di loro essere istimava nel più bel paradiso. La mattina dopo al Paradiso: messa e banchetto.
Da poi, fatta la collazione, e veduto per la prateria diversi e strani animali sommamente piacevoli e maravigliosi a quelli considerare e vedere, fu aparechiato e porto a Francesco musico il suo organetto. E elli, presolo, cominciò sì dolcemente a toccarlo e con tanta dolcissima armonia sonando, che ciascuno grande maraviglia prendea: e così per laudevole spazio sonando, tutti d'infinita dolcezza inebriava.
Et mentre che queste cose si facieno, venero dentro al giardino una lietissima e gioconda compagnia di legiadre e bellissime donne, sendo dinanzi da loro molte vezzose e angeliche pulcellette e in compagnia di loro legiadrissimi giovenetti. E fatto reverente salutazione prima a tanto famosi maestri e suseguentemente a ciascuno da loro, furon lietamente vedute e accettate, parendo loro questa essere singularissima grazia e ventura, avere per obietto sì bellissime creature.
Musica e danze di fanciulle.
E fattosi più innanzi a presso di loro, una di loro così cominciò a dire:
Reverendi padri e maestri, dapoi che a voi è piaciuto esser venuto a vedere questa contrada, per la qual cosa a noi è singularissima grazia, preghianvi che con vostra pace voi noi accettiate, sì che possiamo con somma consolazione voi udire, e finalmente portarne utile e santissimo ammaestramento.
Udito questo onestissimo dire i valenti maestri, piaque loro commettere al maestro Biagio la risposta; per che il maestro Luigi così disse:
Onestissime donne, non sia a voi grave lo 'ndugio di nostra risposta, imperò che elli è qui il maestro Biagio che pienamente vi dirà quale è nostro piacere e intenzione.
E prestamente si volse al maestro Biagio e disse:
Maestro, voi avete udito queste venerabili donne: a voi sta la risposta. Fatela loro voi, come merita tanta bontade ne gentilezza.
La ragazze chiedono di poter ascoltare i discorsi dei dotti. Deciderà mastro Biagio.
È mestieri [= bene] adunche, amici karissimi, la condizione più tritamente del maestro Biagio sapere, acciò che pienamente comprendiate i suoi costumi e modi. È il maestro Biagio uomo di mirabil scienza e doctrina, come in parte di sopra udito avete, e non solamente in filosofia naturale e morale, ma in ogni parte di metamatica arguto demostrativo e più ch'altro reale e sofista secondo che la astuzia nell'argumentazione richiede. Oltre a questo è sommo teolago, di memoria tenacissima e grande, che maraviglia a pensarla, e è tanto abituato alla lettura, singularmente di filosofia naturale, che sanza libro avere innanzi ogni difficilissima lezione improviso si legge, dilucida e dechiara. Vedete adunche quante sono le sue virtudi. Per altra parte non credo che trovare si potesse uomo che sano sia di celebro, di minore intendimento di lui intorno alle cose politiche o economiche e singularmente circa la eloquenza. Il perché piaque al maestro Luigi, con piacere della compagnia, dare al maestro Biagio la risposta alle graziose donne, per prendere di lui piacere. Udirete adunche come la fece e con quanto leggiadra eloquenzia. Virtù di mastro Biagio.
Veduto il maestro Biagio, dopo molta repugnanza per non farla, dovere rispondere, non altrementi che così dixe:
O bone, o bone, domine mee; bone, bone, domine mee! inchinandosi quasi a terra e sanza avere in capo alcuna cosa, sendo il suo capo per vechiezza quasi tutto calvo e picciolo: il perché, sì per essere ancora piccolo e sparuto di persona come per lo tempo, uno mentecatto parea.
Risposta di Biagio.
Le donne, che lui vedieno sì inginochiato a terra e sì dire né altro, maravigliavansi. Ma una di quelle, con una buona e onesta baldanza, il cui nome è Ginevra, figliuola del notabile padre messer Nicolaio, facendosi più innanzi il prese per mano e su levollo e in tal maniera parlò:
Molto a ringraziare v'abiamo di quanto ci ha risposto il nostro maestro Biagio, che ci chiama sue madonne. Noi li vogliamo essere sue buone figliuole, pur che meritiamo essere in vostra compagnia.
Ringraziamento delle fanciulle.
Rallegrossi ciascuno del modo del maestro e commendando il buono e presto acorgimento della valorosissima giovane e di sua risposta ; e prestamente con piacere di tutti e singularmente di Francesco musico due fanciullette cominciarono una ballata a cantare, tenendo loro bordone Biagio di ser Nello, con tanta piacevolezza e con voci sì angeliche, che non che [= non solo] gli astanti uomini e donne, ma [come] chiaramente si vide e udì, li ucelletti che su per li cipressi erano farsi più pressimani [= vicini] e i loro canti con più dolcezza e copia cantare.
Le parole della ballata son queste:
Musica.
Orsù, gentili spirti ad amar pronti,
volete voi vedere il Paradiso?
Mirate d'esta Cosa suo bel viso.
Nelle sue santi luci arde e sfavilla
Amor vettorioso, che divampa
per dolcezza di gloria chi la mira.
Ma l'alma mia, fedelissima ancilla,
piatà non trova in questa chiara lampa,
e null'altro che lei ama o disira.
O sacra iddea, al tuo servo un po' spira;
mercé, merzé sol chiamo già conquiso.
Deh, fallo, pria che morte m'abbia anciso.

 

Orsù gentili spirti | Micrologus | Fior di Dolceça | Zig-Zag Territories, 2005 [ZZT 050603]

 
Finito il canto dell'angeliche pulcellette, sendo già tempo che le tavole al desinare erano insieme coi valletti aparechiati, e preso quivi l'aqua alle mani, uscirono del giardino e in una sala terrena riccamente guernita per mangiare si ponieno. Il pranzo in giardino.
E dopo molte splendide vivande, levato le tavole e cantato e sonato più canti e suoni, due pulcellette con due garzonetti, Mattio pigliò con una isnella e leggiadrissima danza, dicendo Alexandro di ser Lamberto quella al tutto volere sonare elli; e colla sua chitarra sì dolcemente sonò che non ch'altri ma Francesco musico tutto ringioire facea. E così per buono spazio di tempo l'ozio passaro con giocondissima festa.
Era nel luogo molte reverende matrone e padri venerabili per altorità, i quali i loro figliuoli con somma dilezzione raguardavano, parendo loro, essendo in quel luogo, dovere eglino per singulare memoria sempre doversene ricordare: e di tanto molti di quelli che a vedere stavano s'accorgeno.
Alessandro suona alla danza di Mattio.
Finito la legiadra danza e tutti rimasi in silenzio, e essendo già il tempo vicino a girsi a posare, messere Antonio così cominciò a parlare:
Reverendi padri e maestri, quando a voi piacesse gire a posarvi, a voi sta.
Il perché a tutti parve non essere ancora il tempo debito né laudabile, dicendo co' alta voce il maestro Biagio:
Io non voglio altra posa, mi.
Nessuno vuole riposarsi.
E così fra loro ragionando si partì più e più che quivi a vedere erano stati; sì che, rimaso le gentilissime donne e venerabili padri a sedere, Allexandro, che bene considerava, così cominciò a dire:
Io forse presuntuoso sarò a parlare sanza expressa comessione di voi padri e maestri miei. Ma la giocondità sì della vostra presenza, come delle preziosissime vivanda con tanta letizia aùte, che io né voglio né tenere mi posso d'uno dubbio che al presente m'è nella mente caduto a voi di scoprire, parendomi doverne essere prestissimamente contento e chiarito. E bene a me è sommo contentamento e piacere che presente tanto oneste matrone e di somma reverenza degne, quello si dichiari, imperoché tocca a loro come a noi. Ma non ostante il mio piacere, niente direi che con vostra grazia e pace io non dicessi, aspettando che in vostra consolazione a me il comandiate.
Udito tutti così dire a Allexandro, piacevolmente fu detto che quanto volea dicesse, onde prestissimamente così disse e propuose:
Perché molto e molto considerato sì ho, mentre che alle vezzose donzelle co' giovanetti danzando sonava, quanto è l'amore e l'effezzione de' genitori verso i loro figliuoli; e per molti segni conoscendo io qui essere molti padri e madri, e veggendo li affettuosi sembianti di ciascuno, m'ha fatto dubitare assai di quello che prima sanza molta examinazione affermativamente tenea, per che quello che al presente per me si dubita alla vostra reverenza propongo: quale è magiore amore o quello del padre, o della madre nel loro figliuolo?
Piaque molto a ciascheduno la proposta per Allesandro facta, e per più consolazione, chiarezza e dottrina diliberarono che, considerato [che] questa era materia da udire l'openioni di più, imperò che tocava sì alle donne come alli uomini, che chi volesse argomentare per quella parte a lui piacesse liberamente potesse. E così dissono e vollono che si seguisse per le donne e li uomini [...]
Alessandro propone un argomento di discussione.
Libro IV  
[...] Dopo questo novellare, sendo già il sole montato e cominciando a riscaldare, standosi alle dolcissime ombre la compagnia, cantando mille ugelletti fralle verzicanti frondi, fu comandato a Francesco che toccasse un poco l'organetto, per vedere se il cantare dell'ucelletti menomasse o crescesse per lo suo suonare.
E così prestissimamente facea, di che grandissima maraviglia seguìo: ché, cominciato il suono, si vidono molti uccelli tacere e quasi come attoniti faccendoni più da presso, per grande spazio udendo, passaro. Da poi, ripresso il lor canto, radoppiandolo mostravano inistimabile vaghezza, e singolarmente alcuno rusignuolo, in tanto che a presso a uno braccio sopra il capo di Francesco e dell'organetto venivan.
Il perché, ragionando i valenti uomini insieme, si propuose per alcuno uno probema, finito il dolcissimo sonare di Francesco, in questa forma e maniera: se uno animale più ch'un altro avesse d'arte o d'ingegno, considerato che quello rusignuolo più parea intendere la dolcezza e l'ermonia di Francesco, che altro uccello che in quel luogo fosse.
La quale proposta fu lodata da ciascuno più tosto perché dava matera al ragionamenti, che per dubiosa che fosse a quelli che ciascuna parte di philosofia e theologia sapieno. [...]
Ma musica di Landini suggerisce un nuovo argomento di discussione.

Landino, De suis maioribus (1445) e Commentari (1481)

Oltre alle poche righe che il celebre commentatore di Dante Cristoforo Landino, pronipote di Francesco Landini, scrisse sul suo avo musicista nelle note introduttive alla Divina commedia (di cui v. supra le note di Mazzuchelli a Villani), si ha anche un suo poemetto intitolato De suis maioribus in cui il letterato dedica ampio spazio, quasi 100 versi su un totale di 150, al compositore. Il poemetto è il xxiv di Xandra (1443-45) una raccolta di rime che, alla stregua di Petrarca, idealizza la figura di Alessandra. La prima redazione, dedicata a Leon Battista Alberti, fu poi ampliata fino a raggiungere la forma definitiva nel 1458 in tre libri (dedicatario il protettore Pietro de' Medici).

De suis maioribus I suoi avi
[...] [...]
Hic avus, o Francisce, tibi cui Musa canora
arte dedit priscos aequiperare viros,
E questi ti è avo [1], Francesco, a te cui la Musa ha accordato di uguagliare gli antichi nell'arte dei suoni.
nec magis Aoniae gaudent Amphione Thebae,
cum stupeant dulci saxa coisse lyra,
quam tua Tyrrheni soliti per templa, per aedes,
organa tam facili cernere pulsa manu.
L'aonia Tebe, stupefatta di fronte alle pietre mosse dalla dolce lira di Anfione [musico], non gode più del nostro Tirreno [2] quando, nei luoghi sacri e nelle chiese, ascolta i tuoi organi suonati da mano così abile.
Lesbous celeres canto delphinas Arion
permulsit, vitreas dum rate findit aquas;
at Rhodopes gelidis ducebat montibus ursos
Orpheus et fulvos per iuga summa lupos.
Col canto Arione di Lesbo ammaliò i veloci delfini mentre su una barca fendeva le onde di cristallo; e sui gelidi monti del Rodòpe, Orfeo conduceva orsi e fulvi lupi attraverso le vette più alte.
Sed neque per silvas, neque per freta dulcius illo
hactenus audisse iurat Apollo melos;
quin et adoptiva Musam de stirpe parentem
retulit et Musis dignus alumnus erat.
Ma né per le selve né per i flutti – giura Apollo – si è mai udita prima una musica più dolce di quella; ed anzi [Francesco] ne ricavò una musa quale madre adottiva e delle muse era degno discepolo.
Sed simul, heu, nulli superi Dii cuncta dedere,
nullus et ex omni parte beatus erit.
Nam qui Sirenas superabat voce canoras
damnata aeterna lumina notte tulit.
Non quia sic meritus fuerit: sed noscite quanta
invidia livor infera regna premat.
Ma, nello stesso tempo, ahimè, a nessuno gli dei superni tutto concedono, e nessuno sarà mai interamente felice: chi le sirene canore superava nel canto ebbe gli occhi condannati ad una notte senza fine. Non perché così avesse meritato, ma – lo si ammetta – per l'invidia con cui il livore opprime gli inferi.
Est inter Stygias Phthone deterrima nymphas
tempora cui multus oraque pallor obit.
Hanc pater et Stygiae Phthonem dixere sorores
invida quod tristi fronte secunda videt.
Vi è tra le ninfe stigie la cattivissima Ftone [3] cui molto pallore percorre le tempie ed il volto. Costei il padre e le stigie sorelle chiamarano Ftone ché con fronte accigliata guarda invidiosa ai casi felici.
Haec patrias primis tenebras iam liquit ab annis,
ausa per excelsas aetheris ire plagas;
namque potest hominum res si turbare secundas
tunc fruitur proprio nympha maligna bono.
Costei fin dai primi anni lasciò le tenebre patrie, osò andare attraverso le alte plaghe del cielo; e infatti, quando riesce a turbare le felicità umane, allora la ninfa maligna ha il suo piacere.
Ergo forte trium perscrutans fata sororum
audierat Lachesis talia voce dari:
Nascetur Faesula Franciscus origine tali
Dircaeum quali vidimus arte Linum.
Ordunque, esaminando attenta i vaticini delle tre sorelle [4],le era accaduto di udire tali parole pronunciate da Làchesi: «Nascerà Francesco, fiesolano d'origine [5], dotato di un'arte tale quale quella che vedemmo a Lino dirceo» [6]
Protinus tumuit dea saeva suisque
supplicibus Clothon vocibus alloquitur:
O dea, nam nulli vitae sub lumen ituro
te sine mortali ianua prima datur;
Castalii quae sacra colunt Heliconides antri
iam mira cupiunt arte parare virum.
Subito s'infiammò la dea malvagia e con le sue suppliche si rivolse a Cloto: «O dea [che] senza te a nessun uomo in procinto di venire alla luce si dà il primo accesso, [sappi che] le Eliconidi [7] che abitano i luoghi sacri dell'antro castalio già vogliono munire un uomo di arte mirabile.
Et cupiunt et tanta illas fiducia cepit
ut sibi, vel sine te, cuncta licere putent.
Lo vogliono, e tanto superba è la fierezza che le anima da ritenere che a loro, anche senza di te, tutto sia lecito.
At tu ne quisquam quondam tua numina temnat,
ne lateat possit quid tuus orbe furor,
illius aeterna damnabis lumina nocte:
sit Linus, ut iactant, dummodo caecus eat.
Ma tu, affinché la tua autorità nessuno disprezzi, affinché non rimanga celato quanto possa il tuo furore nel mondo, condannerai i suoi occhi ad una notte eterna: sia Lino, come pretendono, ma cieco.
Hac olim Thamyrim poena afflixere Camenae,
certaret cantu cum superare deas.
Hac nunc illarum poena afficiatur alumnus,
sic tua qui spernat numina nullus erit.
Questa pena le Camene inflissero un tempo a Tamiri, poiché tentava di superare le dee nel canto. Con questa pena sia ora punito il loro discepolo, così non vi sarà alcuno che disprezzi la tua autorità».
Dixerat et partus maturi venerat hora
atque tuam, mater, Parca petebat opem.
Ergo ades et puero reseras dum limen, adempta
aetheris in lucem luce venire iubes.
Queste le parole; ed era giunta l'ora del parto: la madre, o Parca, chiedeva il tuo aiuto. Tu, dunque, sei lì; e mentre al bimbo dischiudi la soglia, imponi che privo di luce venga alla luce del cielo.
Non tamen Aoniae caecum sprevere puellae,
nec puduit molli saepe fovere sinu.
Musarum silvis, Musarum montibus olim
lusit, Musarum captus amore puer.
E tuttavia le aonie fanciulle non lo disprezzarono perché cieco, né si vergognarono di scaldarlo spesso sul loro morbido seno. Giocò un tempo nei boschi delle muse, sui monti delle muse, catturato il fanciullo dall'amore delle muse.
Quin et Pierias, Phoebo ducente, per umbras
audivit sacros ex Helicone choros;
audivit varia modulantes voce sorores:
haec ore, haec tibiis, concinit illa fide.
E anzi udì attraverso le ombre di Pieria [8] – Febo alla guida – i cori sacri dell'Elicona; udì le sorelle modulare suoni con musica varia: questa con la bocca, quella con i flauti, quella cantando con la cetra.
Atque hic disparibus nato distincta cicutis
organa porrexit Calliopea suo,
atque ait: Ausonias, sume haec, i nate per urbes,
i nostras laudes, nostraque facta cane.
E a questo punto Calliope pose innanzi al suo nato organi diversi per canne dissimili e disse: «Prendili, figlio, va' per le città d'Ausonia, va' e canta le nostre lodi e le nostre opere.
Tanta hic carminibus tibi gloria surget Etruscis,
Thraicii quanta carmine vatis erat.
Nam mire Tusco vivens celebraberis Arno,
Lydia qua fulvus temperat arva leo.
E allora dai canti etruschi si leverà a te una gloria tanto grande quanto lo era quella nel canto del poeta di Tracia [9].Straordinariamente, infatti, sarai celebrato, ancora vivente, sull'Arno toscano, e là dove il fulvo leone governa le terre di Lidia [10].
Nulla dies sacrum poterit subducere nomen,
sed tua post maior funera crescet honos.
Nec mater de te quicquam mentita: suisque
egregiam verbis facta tulere fidem.
Nessun giorno potrà sottrarre un nome che è sacro, e dopo la tua morte crescerà anzi maggiore l'onore». Su di te nessuna menzogna disse la madre: gli accadimenti tennero egregiamente fede alle sue parole.
Namque Fluentini solus dum cantibus aedem
pontificís celebras, Tuscia tota ruit;
teque rudes doctique simul iuvenumque
senumque pectora divinis obstupuere sonis.
E quando con la musica infatti glorifichi il tempio del pontefice di Firenze, la Toscana vi si precipita tutta; insieme dotti e ignoranti sono ad ascoltarti, i cuori dei giovani come dei vecchi stupiscono a quei suoni divini.
Sed nec tu fueras una contentus in arte
cum posses veterum dogmata nosse patrum.
Nam solers rerum causas penitusque repostae
naturae occultas tendis inire vias;
et quod terrenis oculis vidisse negatum est
cernere mente parens Calliopea dedit.
Ma nello stesso tempo sazio non eri nell'arte potendo conoscere le dottrine degli antichi padri: ingegnoso cerchi allora di scoprire le cause delle cose e le vie occulte della natura nascosta nel profondo; e ciò che ti fu negato di vedere con gli occhi terreni la madre calliopea ti accordò di discernere con la mente.
Iamque tuum nomen duras transcenderat Alpes
oraque complerat trans freta longa virum.
Già il tuo nome le dure Alpi aveva varcato e aveva riempito le bocche degli uomini al di là delle distese marine [11].
Quin et marmoreo moríens donare sepulcro,
quod nunc Laurenti templa vetusta tegunt;
templa tegunt quae mox Cosmus suffulta columnis,
fornice sublimi conspicienda dabit.
E anzi morendo vieni donato ad un marmoreo sepolcro che ora il tempio antico consacrato a [San] Lorenzo conserva; lo conserva proprio quel tempio che presto Cosimo renderà, da colonne sorretto, meraviglia mirabile per la volta altissima [12].
Tunc licet aurato niteant laquearia tecto,
et Faesclus multa splendeat arte lapis,
non tamen e media quoquam removeberis aede,
nec volet hoc, doctis qui favet ingeniis;
nam favet ingeniis Cosmus quin luce carentum
inviolata loco busta manere iubet.
Ora i soffitti a cassettoni risplendano pure per la copertura dorata, e per il molto cesello brilli la pietra di Fiesole, e tuttavia non sarai altrove rimosso dal centro del tempio, né questo vorrà colui che i dotti ingegni sostiene; Cosimo, infatti, protegge gli ingegni e anzi ordina che i sepolcri di coloro che di essi son senza luce rimangano in loco inviolati.
Aeternum, Francisce, igitur per saecula vives,
et tuus Elysium spiritus arva colet.
Vivrai dunque, Francesco, per i secoli in eterno, e lo spirito tuo abiterà i campi elisi.
[...] [traduzione di Davide Verga]
—————
1.
Rif. ai versi precedenti in cui si parla del nonno di Francesco — 2. L'Italia — 3. Personificazione dell'invidia — 4. Le tre Parche, che hanno in mano il destino degli uomini: Cloto (tesse il filo della vita), Lachesi (lo distende sul fuso) e Atropo (lo recide) — 5. Questa è l'unica attestazione che riferisca il paese natale di Landini — 6. Lino era figlio di Anfimaro e della musa Urania, era un abile musico; alcune fonti lo dicono maestro di Apollo e Tamiri. Dirceo è solitamente un aggettivo affiancato ad Amfione, altro celebre musico della mitologia, citato più avanti — 7. Le muse fedeli ad Apollo che amano soggiornare in Elicona o, come detto poco oltre la Castalia — 8. Altra località della Tracia cara alle muse — 9. Orfeo — 10. Venezia. E' un riferimento alla corona d'alloro — 11. Anche in questo caso si tratta dell'unica testimonianza coeva e oggi nota che riferisca della celebrità di Landini anche in Europa — 12. Per ordine di Cosimo de' Medici proprio in quegli anni si stava ultimando in San Lorenzo il rifacimento di Brunelleschi.

Monaldi, Istoria (1587-1609)

Cfr. Negri. La datazione del ms. si ricava dalla dedica al granduca Ferdinando I (1587-1609). Non consultato.

Poccianti, Catalogus (1589)

Catalogus scriptorum Florentinorum omnis generis quorum et memoria extat, atque lucubrationes in literas relatae sunt ad nostra usque tempora mdlxxxix, auctore reverendo patre magistro Michaele Pocciantio Florentino, ordinis servorum B. M. Virg. Cum additionibus fere cc scriptorum fratris Lucae Ferrinij alumni sacrae theologiae professoris, atque cum tabulis locuplectissimis ipsum exornantibus, Florentiae: apud Philippum Iunctam, 1589.

Pp. 58-59. Cit. in Negri.

Mini, Discorso (1593)

Discorso della nobiltà di Firenze e de fiorentini, di Paolo Mini medico, filosofo, e cittadino fiorentino, Firenze: per Domenico Manzani, 1593.

Un cenno a p. 96 e p. 103 (è detto il «quarto laureato»). Cit. in Bandini.

Gaddi, Corollarium (1636) e De scriptoribus (1648)

Jacopo Gaddi, attivo a Firenze nel secondo quarto del Seicento, fu letterato e bibliofilo, autore di numerosi scritti poetici e storici, fondatore (1620) dell'Accademia degli Svogliati e ricordato soprattutto per l'amicizia con John Milton durante il suo soggiorno fiorentino (1638). Gaddi, nel suo:

Iacobi Gaddij Corollarium poeticum, scil. poematia, notae, explicationes allegoricae olim conscriptae, Florentiae: typis Petri Nestei ad signum Solis, 1636.

ricorda Francesco Landini in una nota di due righe in un elenco di poeti laureati (p. 82):

Venetiis Franciscus Landinus, a Cypri rege et a duce Veneto, qui floruit an. 1380 circiter.

L'informazione è tratta certamente dal Villani di cui Gaddi possedeva due apografi (I e II redazione) poi lasciati alla biblioteca Laurenziana (cfr. Mehus).

Altrettanto laconico è l'accenno nelle pagine dedicate a Cristoforo Landino (I, p. 284-285) in:

De scriptoribus non ecclesiasticis, Graecis, Latinis, Italicis primorum graduum, in quinque theatris, scilicet Philosophico, Poetico, Oratorio, Historico, Critico, Iacobi Gaddii, academici Svogliati, critico-historicum et bipartitum opus. In prima parte agitur de iis, qui opera ediderunt ante annum salut. mdl duobus, et amplius annorum millibus convolutis, Florentiae, Typis Amatoris Massae, m.dc.xlviii [1648].

Qui si fa semplicemente riferimento al Corollarium:

Landini gentiles fuerant Franc. poeta laureatus et Gabriel poeta et historicus, de quibus egi breviss. in Corol.

Allacci, Poeti (1661)

Poeti antichi raccolti da codici mss. della Biblioteca Vaticana e Barberina, da monsignor Leone Allacci e da lui dedicati alla Accademia della Fucina della nobile & esemplare città di Messina, Napoli: per Sebastiano d'Alecci, 1661.

A p. 243 riproduce il testo del sonetto scritto da Landini in risposta a Sacchetti.

Del Migliore, Firenze (1684)

Firenze città nobilissima, illustrata da Ferdinando Leopoldo Del Migliore. Prima, seconda e terza parte del primo libro, Firenze: nella Stamp. della Stella, 1684

Un accenno a p. 37 (parlando di Squarcialupi). Cit. in Bandini.

Crescimbeni, Istoria (1711)

La celebre Istoria della volgar poesia di Giovanni Mario Crescimbeni ebbe vicenda editoriale complessa (cfr sintesi). Nel IV vol. dei Commentari (1711) c'è una breve memoria di Francesco Landini (lib. I, n. 47):

Francesco degli Organi
Fiorentino poeta antico del quale si leggono le rime nella raccolta dell'Allacci (pag. 343 [sic, ma 234]), fiorì in tempo di Franco Sacchetti, ed ha rime anche in Chisiana (Cod. 580, fogl. 776 [I-Rvat, Chig. l.vi.131, c. 387v]) molto migliori di quelle dell'Allacci pubblicate, come dimostra la seguente ballata:
Gentil aspetto in cui la mente mia ... [un'altra ballata (Deh pon quest'amor giù) è al recto della stessa carta]

Negri, Istoria (1722)

Il gesuita ferrarese Giulio Negri († 1720) lasciò notizie ms. sugli scrittori fiorentini che furono pubblicate un paio d'anni dopo la sua morte come:

Giulio Negri, Istoria degli scrittori fiorentini, la quale abbraccia intorno a' due mila autori che negli ultimi cinque secoli hanno illustrata coi loro scritti quella nazione, in qualunque materia ed in qualunque lingua e disciplina, con la distinta nota delle lor' opere, così manoscritte che stampate, e degli scrittori che di loro hanno con lode parlato o fatta menzione, Ferrara: Bernardino Pomatelli, 1722.
Francesco Landini
La solenne coronazione con cui fu riconosciuta l'eccellenza del merito di questo insigne poeta nella gran città di Venezia – che ne fu il teatro con le destre del re di Cipri, ch'allora trovavasi in quella regia dominante, e del doge della Serenissima Repubblica Veneta, alla presenza d'innumerabili spettatori – ben dà a vedere in che alta riputazione fosse da tutti tenuto ed onorato questo fiorentino poeta.
Viveva con somma gloria e credito, non meno per le sue poesie, circa il 1380, che per il suo dilicatissimo canto che incatenava l'ammirazione d'ognuno; e, tutto che cieco, fu dotato dalla natura d'ingegno sì perspicace che poté passare per buon astronomo e filosofo. Scrissi molti poetici e musicali componimenti, come di tutto ne fanno fede:
Jacobus Gaddi, in Corollario et in tomo de Scriptoribus non ecclesiasticis, verbo 'Landinus, cioè Cristofano', ove dice: «Landini gentiles fuerunt: Franciscus poeta laureatus, et Gabriel, poeta et historicus».
Pietro Gio. Monaldi [1], che nella sua storia ms. delle famiglie fiorentine scrive di Francesco quello che siegue: «è nell'armonia Francesco Landino di tanto giudizio che nella città di Venezia per giudizio di tutti i musici, quivi concorsi per udirlo, fu in forma di poeta, dal re di Cipri e dal duce venento, di laura corona coronato».
Michael Poccianti in Catalogo illustrium scriptorum Florentinorum.
Antonio Magliabechi nelle sue Annotazioni [2].
Gio. Mario Crescimbeni nella seconda edizione della Storia della volgar poesia, nella classe I del V libro [3].
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1. Erudito fiorentino attivo alla fine del Cinquecento. Una copia della sua Istoria delle famiglie della città di Firenze e delle nobiltà fiorentina, dedicata al granduca Ferdinando I si conserva alla Magliabechiana.
2. Non saprei dire a quali «Annotazioni» ci si possa riferire. Magliabechi (1633-1714), erudito conservatore della biblioteca Palatina di Firenze, lasciò il suo personale patrimonio librario per una biblioteca pubblica che, aperta nel 1747, prese il nome di Magliabechiana.
3. Non è l'Istoria, ma i Commentari a esser divisi in classi, e tuttavia nulla è detto su Landini nel libro V, bensì nel IV.

Bandini, Specimen (1747)

Angelo Maria Bandini, Specimen literaturae Florentinae saeculi XV, in quo dum Christophori Landini gesta enarrantur virorum ea aetate doctissimorum in literariam remp. merita status gymnasii Florentini a Landino instaurati et acta academia Platonicae a magno Cosmae excitatae cui idem praeerat, recensentur et illustrantur, omnia ex codd. mss. Laurentianis, Riccardianis, Magliabechianis, Strozianis, Ambrosianis, Medilanensibus et ex archivis publicis eruit digessit, notisque locupletavit, 2 voll., Florentiae: sumptibus Iosephi Rigacci, 1747-1751.

Nella sua monografia su Cristoforo Landini, Angelo Maria Bandini, dedica il § III a Francesco Landini che, secondo l'abero genealogico ivi tracciato era fratello del nonno omonimo di Cristoforo:

§ III
[i, p. 36] Verum quasi Landinorum progenies per viros omni virtutum genere praeditos propaganda esset continuo, in lucem Iacobus emisit Franciscum, qui cum a puero oculis captus esset, Caeci nomen obtinuit (*). Hic itaque ob summam, admirabilemque carmina extemplo fundendi facultatem [1] ab inclyto rege Cypri, et a Venetiarum duce anno circiter mccclx publice Venetiis corona laurea decorari meritus est. In musica vero arte adeo valuit ut pneumatica organa populo undique constuendi, incredibili, et, ut ita dicam, caelesti suavitate pulsaret [2].
— [segue l'elegia di Landino]
Eumdem Christophorus noster inter Florentinos oratore, eloquio illustre reponit; ita enim de eo loquitur in Apologia ante Dante commentarium adposita: [...]
Gaddius
vero in Coroll. Poetic. et tom. I De scriptoribus non ecclesiasticis v. Landinus ait: [...] – Vid. Pocciantem – et Nigrium in Hist. Flor. Scriptor.Antonium Magliabechium in Notis. – I. Marium Crescimbenium, Cl. I. lib. V, et Leopoldum Del Migliore in Flor. Illustrata [3].
Apud Paullum Minium in libello de Florentina nobilitate, Florentiae anno mdxciii [1593] impresso, p. ciii legitur: «Il numero de' poeti fiorentini è tanto grande che io non credo che nazione alcuna l'avanzi» etc.; deinde de laureatis poetis agens subdit: «Il quarto fu Francesco Landini, il quale fiorì nel mccclx, morì nel mcccdxxx coronato in Venezia per mano del re di Cipri. Fu costui gran musico e cieco. onde il Cieco si addimandò»; et pariter p. xcvi inter illustre mathematicos eundem recenset.
Denique in bibliotheca Laurentiana Plut. lxi inest cod. chartac. xli ab Philippo Villanio exaratus, cum titulo Vita di Dante e del Petrarca, del Boccaccio et altre opere di fiorentini illustri, et di ms. Stefano Porcari, ubi legitur Francisci elogium, in hunc modum:
[segue (p. 41) la vesione italiana del 1405 pubblicata in Mazzuchelli 1747]
(*) In elegia cit. De suis maioribus, haec de eo Christophorus noster cecinit: [...] [Landino]
—————
1. Letteramente: per la sua somma e ammirevole capacità di comporre canti estemporaneamente. Nulla sappiamo delle eventuali doti d'improvvisatore di Landini, e nulla ne poteva sapere Bandini che qui lavora di fantasia. La frase tuttavia fu spesso ripresa e verrà a far parte della mitologia del compositore.
2. Delle notizie qui riportate l'unica inedita è la datazione della cerimonia di Laurea di Landini. Il «circa 1360» troverebbe conferma nel primo dei tre soggiorni del re ci Cipro a Venezia, avvenuto nel dicembre 1361.
3. E' questa la seconda informazione bibliografica non derivata da Negri.

Lami, Novelle (1748)

Le «Novelle letterarie» sono un monumento del giornalismo erudito settecentesco. Pubblicate per iniziativa di Giovanni Lami, bibliotecario della Riccardiana di Firenze, uscirono per quasi trent'anni dal 1740 al 1769, anno della morte di Lami. Teologo, professore di storia ecclesiastica e consulente del granduca, Lami si proponeva di dar voce all'erudizione della sua città, dove «forse più che in ogni altra d'Italia, e si studia e si ha un buono gusto e critica da dare ad altri, e si stampa originalmente». L'intento era di pubblicare «in breve foglio volante ogni settimana le notizie di letteratura che la nostra città e l'altre d'Italia ci somministrano». Le colonne settimanali recavano una numerazione che ricominciava ogni anno in modo che i fogli potessero essere rilegati in volume e identificati con l'annata di pubblicazione.

All'indomani della pubblicazione veneziana delle Vite del Villani curata da Giammaria Mazzuchelli uscirono una serie di articoli nelle «Novelle» e alle coll. 363-368 (n. 23, 7 giugno 1748) Lami commenta anche le notizie su Landini.

Brescia [1]
Continuazione del ragguaglio sopra le Vite degli uomini illustri scritte da Filippo Villani.
La vita di Fracesco Cieco si può illustrare con quanto ne scrive il suo agnato Cristoforo Landino in una elegia nella quale tra le altre canta: «Hic avus, o Francisce [... 6 versi ...] cernere pulsa manu etc.» Qui però il Landino sembra accennare che Francesco nascesse cieco e non già che accecasse nella sua fanciullezza, come scrive il Villani poiché [Landino] dice: «Dixerat et partus maturi [... 8 versi ...] musarum captus amore puer etc.» Della sua scienza musica e del sua gran credito e delle altre sue congnizioni canta nella seguente maniera: «Nam mire Tusco [... 20 versi ...] templa vetusta togunt etc.»
Questa elegia è colle altre del Landino, intitolate Xandra e che si conservano mss. nella Riccardiana; e questa medesima biblioteca ci somministra qualche saggio delle sue poesie sotto nome di Francesco Organista di Firenze. Questo è codice ms. di quei tempi, cioè d'intorno al 1380, e contiene, oltre a molte altre cose, poesie latine e toscane di questo Francesco, e posso dire che lo stile latino non è inferiore a quello d'altri di que' tempi, come di Coluccio Salutati, del Boccaccio, e dello stesso Francesco Petrarca. Un poemetto così è intitolato «Incipiunt versus Francisci Organistae de Florentia, missi ad dominum Antonium, plebanum de Vado, grammaticae, loycae, rhetoricae optimum instructorem, et factim in laudem loycae Ocham». Eccone il principio: «Vix bone dimidium [... 8 versi ...] turba sevum viso est etc.» [2]
Del padre di Francesco che fu Iacopo dipintore, si può vedere quanto ne scrive Giorgio Vasari nel tomo 1 delle Vite de' pittori; Pellegrino Orlandi nel suo Abecedario pittorico; e Filippo Baldinucci nel Decennale IV all'anno 1350, per tacere di altri.
Il re di Cipri che coronò Francesco in Venezia sembra essere stato il re Piatro il Grande, il quale fu a Venezia nel 1364 ritornando di Francia, mentre era doge Lorenzo Celsi. Poté seguire quell'anno la coronazione di Francesco, benché il re Pietro fosse a Venezia anche innanzi al 1361, quando era doge Giovanni Delfino; poiché si pone il fiorire di Francesco al 1360 e però nel 1364 sarà stato maggiore il suo grido. L'andata di Francesco Petrarca a Venezia nel 1362 e gli onori che gli furono fatti da quella augusta repubblica, risultanti dal decreto fatto da quel senato e riportato da Paolo Morosini nell'Istoria Veneziana, poterono essere di allettamento ad un altro toscano eccellente, quale era Francesco Cieco, di portarsi a quella dominate; e la sua coronazione poté accadere nelle sontuose feste celebrate in Venezia in occasione della riduzione di Candia all'obbedienza, alle quali in quell'anno si ritrovò pure presente il re di Cipri; e appunto vi era anche il Petrarca, il quale descrive queste feste nell'epistola II del libro IV delle Senili, nulla però parlando della presenza del re di Cipro e della coronazione di Francesco Cieco.
—————
1. Luogo di allocazione dell'articolo, presumibilmente derivivato dalla patria di Mazzuchelli.
2. E' la prima volta che si fa riferimento a questo prezioso codice della Riccardiana (ms. 688) che conserva alcuni unica politici di Landini.

Degli Agostini, Notizie (1752)

Giovanni Degli Agostini, Notizie istorico-critiche intorno la vita e le opere degli scrittori viniziani, 2 voll., Venezia: presso Simone Occhi, 1752-1754; rist. amast. Bologna: Forni, 1975.

Dalla Prefazione (p. xvii):

Succedette per altro in Venezia l'uffizio pubblico della coronazione a guisa di Poeta, nella persona del cieco fiorentino Francesco Landini. filosofo, astronomo e di ciascuno strumento armonico suonatore eccellente, per mano del re di Cipri e del doge Lorenzo Celsi nel mccclxii [1362], la qual notizia si trae da Cristofano Landino (di cui fu fratello Francesco dell'avolo suo) ne' prolegomeni al Commento di Dante; dal Priorista di Chiari [1] nella classe xxvi de' mss. della Magliabechiana; come pure da Pietro di Giovanni Monaldi nella sua storia ms. delle famiglie fiorentine; dal Cinelli nelle notizie inedite de' Letterati di Firenze (*) [2], e dal p. Giulio Negri nella sua Istoria degli scrittori fiorentini (**).
(*) In Bibl. Magliabechiana, Class. ix, sub litt. F — (**) A c. 201, col. 1.
—————
1. Antonio Magliabechi, citato anche da Negri. — 2. Primo riferimento a tal fonte (non consultata).

Lapo, Epistola (1753)

Epistola o sia ragionamento di messer Lapo da Castiglionchio, celebre giureconsulto del secolo xiv, colla vita del medesimo composta dall'abate Lorenzo Mehus. Si aggiungono alcune lettere di Bernardo suo figliuolo e di Francesco di Alberto suo nipote. Con un'appendice di antichi documenti, Bologna: per Girolamo Corciolani ed eredi Colli a S. Tommaso d'Aquino, 1753.

Riferimento (p. xl) agli scritti di Landini alla Riccardiana.

Arrighi-Landini, Tempio (1755)

Orazio Arrighi Landini, Il tempio della filosofia, poema di Orazio Arrighi Landini fra gli agiati Dorinio, in cui con accrescimenti e osservazioni del medesimo autore s'illustra il sepolcro d'Isacco Newton con gli argomenti di Leontippo accad. agiato, Venezia: appresso Marco Carnioni in Merceria all'insegna dell'Europa, 1757.

A prefazione del volume è una dedicatoria in versi che il «dottissimo padre don Giuseppe Maria Fioretti, chierico regolare Somasco, e professore di filosofia nel ducale seminario di Castello in Venezia» rivolge all'autore Arrighi-Landini, accennado ai suoi avi:

Ancora assai per lo mondo diffuse
son le grazie de' tre donde scendete
cui l'ingemmate porte il Cielo ha schiuse.

Nell'ampia nota 6 (p. 30) a questa dedica l'autore ricorda i «tre» celebri suoi avi fra cui anche Francesco Landini:

Il p. d. Giuseppe Maria Fioretti, di cui avrò occasione di parlare più abbasso, allude qui ai tre Landini celebri per letteratura, il primo de' quali e il più antico è quel Francesco Cieco il quale, sotto il principato del serenissimo Lorenzo Celsi, fu nell' 1362 coronato dell'alloro solennemente in Venezia per mano del principe medesimo e del serenissimo re di Cipro, e ciò per la di lui eccellenza nel suono degli organi, come si può ricavare dall'apologia in favor di Dante del chiarissimo Cristoforo Landini e da molti altri autori citati nella prefazione alle vite de' veneziani per lettere p. Gio. degli Agostini, min. osser., il quale se ridur possa alla fine la sua vasta e bella intrapresa lascierà alla sua patria un gran testimonio de suo amore e della grande sua erudizione [1]. Il chiarissimo abbate Angiol Maria Bandini nel suo Specimen literatura Florentinae, t. I, p. 36 e 37, dice che tal coronazione seguì «ab summam admirabilemque carmina extemplo findendi facultatem». Comunque però sia è certissimo il fatto, e il nostro poeta morì nell'1380 e fu sepolto in Firenze nel mezzo della chiesa di S. Lorenzo.
—————
1. Giovanni Degli Agostini (1701-1755), l'erudito, bibliotecario in San Francesco della Vigna a Venezia, era già morto da due anni, il che fa supporre che questa nota fosse stata scritta molto prima della pubblicazione e non più corretta (ovvero che Arrighi ne ignorasse la morte).

Mehus, Ambrosii Traversarii (1759)

Lorenzo Mehus (1716-1802), bibliotecario della Laurenziana di Firenze, è una delle più straordinarie figure di erudito settecentesco. Il suo lavoro più monumentale fu la pubblicazione del carteggio (già raccolto da Pietro Canneti, 1659-1730) del beato Ambrogio Traversari (1386-1489), generale dei Camaldolesi e in stretta corrispondenza con tutti gli umansti fiorentini del suo tempo. Il vol. in folio di un migliaio di pagine, con ogni lettera minuziosamente annotata, è per quasi la metà preceduto da una storia letteraria del Trecento fiorentino, ampiamente tratta da documentazione inedita, come dettagliatamente riferisce il titolo:

Ambrosii Traversarii, generalis camaldulensium, aliorumque ad ipsum, et ad alios de eodem Ambrosio, latinae epistolae a domno Petro Canneto abbate camalddulensi in libros xxv tributae variorum opera distinctae, et observationibus illustratae. Accedit eiusdem Ambrosii vita in qua historia litteraria Florentina ad anno 1192 usque ad annum 1440. Ex monumentiis potissimum nondum editis deducta est a Laurentio Mehus, etruscae academiae Cortonensis socio, Florentiae: ex typographio Caesareo, 1759.

L'indice analitico della Storia letteraria permette di rintracciare i vari passi dedicati a Landini («pag. 127 seq., 129, 131, 322 seq., 348»). Tutte le informazioni sono tratte da un codice del Liber del Villani, già lasciato da Gaddi alla Laurenziana, che Mehus chiama «Gaddiano nunc Mediceo». E' un apografo completo (oggi lxxxix inf. 23) della I redazione (1382), di cui Mehus trascrive a p. 323 il capitolo su Landini avendo modo di chiarire i dubbi di Mazzuchelli (pp. 127-129).

A p. 131 fa cenno al poemetto di Landini in omaggio a Ockham del cod. Riccardiano (sulla scorta di Lapo, come dichiarato). Quasi 200 pagine dopo (pp. 324-325) Mehus ritorna sul poemetto di Landini citandone alcuni stralci inediti, per poi riferire dell'altro poemetto latino di Landini di quel codice (Quidam terrenis curis magnoque labore) e di un sonetto italiano di cui non sopravvive la musica:

Pone sunt in eodem codice Riccardiano alia Francisci carmina tali modo: «Item sequuntur alii versus Francisci Organistae de Lorentia». Exordiunt autem: Quidam terrenis curis, magnoque labore [...] Hoc vero in carmine deplorat Franciscus caeca hominum pectora. Sacra namque auri fame coacti brevi in vitae summa spem inchoant longam, nec futuri temporis exitum expectant. Explicit autem: Nos crimen caecum conducit, ventus et orbis [...]
Illa itaque duo carmina monumenta sint poeseos latinae, quam colebat Franciscus. Hoc specimen italicae, cui quidem ea florenti aetate se vendidit. Illo namque in Bibliothecae Riccardianae codice sequitur: «Supradicti versus exponantur sonitto inferius hic scriptu». Hi vero in turba sunt dandi, accedantque quasi cumulos ad illos, qui a cl. viro Leone Allatio, aliisque sunt aut producti, aut versati.
Chi cerca possedere oro et argento
et però s'affatica in mare et in terra,
chi scienza acquistare studia, erra
che pensa auta quella essere contento.
Chi pone la speme e tutto il suo talento
nel senso sciocco per cui tanto si erra,
chi cerca essere famoso in arme et in terra
questo ci dà del mondo e'l vizio e'l vento.
Nessuno volge la mente inverso el Cielo
ove è la gloria e'l nostro bene futuro
nessuno per carità con fermo zelo
pare camino quello che è sì certo et sicuro
nessuno dinanzi ad se sa torre il velo
onde cernere il meglio è tanto oscuro.

Infine alle pp. 347-348 Landini è citato come «magnus musicus et in canticis organicis illustris» in un elenco di fiorentini illustri tratti da un ms. compilato da tal «Lorenzo, rettore della chiese di San Michele a Castello».

Tiraboschi, Storia (1775)

Quasi sintesi dell'interesse erudito settecentesco per Francesco Landini, la monumentale Storia della letteratura italiana di Girolamo Tiraboschi, dedica una non trascurabile doppia pagina del suo V volume, dedicato al Trecento. (pp. 564-565 della II ed. modenese).

Storia della letteratura italiana di Girolamo Tiraboschi della Compagnia di Gesu bibliotecario del serenissimo Duca di Modena , 10 voll. in 13 tt., Modena: presso la Società Tipografica, 1772-1782.
– rist. in 18 tt., Firenze 1774-1782
– rist. in 13 tt., Roma: per Luigi Perego Salvioni stampator vaticano nella Sapienza, 1782-1797
–«Seconda edizione modenese riveduta corretta ed accresciuta dall'autore», 16 tt., Modena: presso la Società Tipografica, 1787-1794.
– in 20 tt., Firenze: presso Molini, Landi, e C.o, 1805-1813.
– in 16 tt., Milano: aalla Società tipografica de' classici italiani, 1822-1826 – [rist. anast.] Frankfurt am Main: Minerva, 1972.
– in 27 tt., Venezia: a spese di Giuseppe Antonelli, tipografia Molinari, 1823-1825.
– in 30 tt., Milano: per Antonio Fontana, 1826-1829.
XV.
Due altri poeti ebbe verso la fine di questo secolo la città di Firenze, i quali, benché vivessero in tempo a poter conoscere il Petrarca, non troviamo però che con lui avessero relazione alcuna. Il primo fu Francesco figliuol di Jacopo pittore, e della famiglia de' Landini, come affermano costantemente gli scrittori fiorentini, e come confermasi da Cristoforo Landino, celebre commentatore di Dante nel secolo XV, il quale in lode di Francesco scrisse un'elegia già pubblicata in parte dal dott. Lami (Novelle letter. 1748, p. 363, ec.) e dal can. Bandini (Specimen litterat. florent. pars 1, p. 37). Filippo Villani, che ne ha scritta la vita (Vite d'ill. Fiorent., p. 78, ec.), narra ch'ei perdette la vista in occasion del vaiuolo ch'ebbe in età fanciullesca. Udiamo ciò ch'ei ne racconta, secondo la traduzione italiana pubblicatane dal conte Mazzucchelli: [...]. Nell'originale latino della stessa vita, ch'è stato dato alla luce dal ch. ab. Mehus (Vita Ambr. camald., p. 323), si aggiugne che, così cieco com'era, ei sapeva ricomporre mirabilmente gli organi sconcertati e guasti; si nominano gli stromenti ch'ei sapeva sonare ed io li recherò qui colle stesse parole latine, lasciando che gl'intendenti di musica ci dichiarino quali essi sieno: lyra, limbuta, quintaria, ribeba, avena, tibiisque. Fra gli stromenti da lui ritrovati, uno a corde se ne specifica, detto serena, e si aggiugne, per ultimo, ch'ei seppe perfettamente la grammatica, la dialettica, la poesia, e che scrisse parecchi componimenti in versi italiani. L'onore della corona d'alloro, conceduto dal re di Cipri a Francesco per la sua eccellenza nella musica in Venezia, congettura il mentovato dott. Lami che si debba fissare all'an. 1364, nel quale il re di quell'isola Pietro I fu veramente in Venezia, e si trovò alle feste fatte per la vittoria sopra i ribelli di Candia. E veramente io non trovo che né egli né altro re di quell'isola, dopo il detto anno, si trovasse nel corso di questo secolo in Venezia. Non posso però non maravigliarmi che il Petrarca, il quale lungamente descrive le dette feste (Senil. l., 4, ep. 2), né del re di Cipri, né di Francesco non dica motto. Il valor di Francesco nel toccar gli organi gli fece da questo stromento aver il nome, ed egli è quel Francesco dagli Organi di cui si hanno alcune rime nella raccolta dell'Allacci (p. 243), e un sonetto ancora ne ha pubblicato il Mehus (l.c., p. 325). Par nondimeno che, più che della volgar poesia, ei si dilettasse della latina, perciocché lo stesso ab. Mehus ci ha dato il saggio di due poemetti latini da lui composti che si conservano manoscritti nella Riccardiana di Firenze. Essi sono intitolati Versus Francisci Organistae de Florentia, e il loro stile non è di molto inferiore a quello delle poesie latine del Petrarca.

Fétis, Découverte (1827)

Articolo su Pit (F-Pn, Fr. 568). Il ms. contiene più di 60 brani di Landini, e Fétis gli dedica le pp. 107-115, dove edita (per la prima volta) la prima parte di Non avrà ma pietà questa mia donna (f. 61v).

Winterfeld, Gabrieli (1837)

Accenno a p. 23, cit. in Fétis 1841 e Li Gotti 1946.

Lancetti, Memorie (1839)

Vincenzo Lancetti, Memorie intorno ai poeti laureati d'ogni tempo e d'ogni nazione, Milano: Manzoni, 1839.

E' uno degli ultimissimi lavori di Lancetti (1767-1840) che testimonia della passione per i libri che lo coinvolse negli ultimi anni di vita, quando da liberale e filofrancese, tornato in Lombardia il governo austriaco non abbe più modo di far politica.

Landini Francesco anno 1364
Per qual ragione questo fiorentino Landini venisse anche chiamato Gaeta, come avvertono Jacopo Gaddi (De scriptoribus, ecc., pag. 285) e Apostolo Zeno (Lettere, t. I, p. 339, prima ediz.) [1] non è ancora ben chiaro. Ben so che lo chiamarono parimenti Francesco dagli Organi, a cagione della sua eccellenza non solo in suonare gli organi, ma eziandio in ricomporli quand'erano sconnessi.
La circostanza più mirabile si è ch'egli era cieco sin da fanciullo. Filippo Villani ne ha scritto la vita fra quelle degli illustri fiorentini, e ciò solo è una grande testimonianza del suo merito. Ei nacque da Jacopo dipintore del secolo XIV, e quindi si trovò contemporaneo del Petrarca. Egli pur fu poeta, e si hanno suoi versi nella raccolta dell'Allacci, e in altri luoghi che il Tiraboschi rammenta. Così cieco com'era fu uomo assai dotto, specialmente in fatto di musica, suonando egli perfettamente più sorta di stromenti (oltre l'organo, nel quale non avea pari), e avendone inventato e fabbricato parecchi.
A questa sua eccellenza musicale vuolsi dalla maggior parte degli scrittori ch'egli andasse debitore della corona d'alloro che pubblicamente gli diede in Venezia nell'anno 1364 il re di Cipro Pietro I, come congetturano il dott. Lanzi [2] e il citato Tiraboschi. Ma l'ab. Angiol M. Bandini nel suo Specimen Literaturae Florentinae (t. I, p. 36) dice apertamente che venne coronato «ob summam admirabilemque carmina extemplo fundendi facultatem». Egli pare che il buon cieco fosse anche improvvisatore; e ciò posto, vuolsi credere che più come tale ottenesse la laurea che come musico. Ad ogni modo, essendo la musica una delle belle arti sorelle che facea parte, come vedemmo, dei gareggiamenti antichi, se il Landini ottenne per essa l'onor della laurea, io dovea pure fra i poeti laureati notarlo, massimamente essendo anche stato poeta. Del resto il Tiraboschi non sa intendere come il Petrarca che nelle sue Senili ampiamente descrive le feste celebrate in Venezia nel succitato anno 1364 per la vittoria ottenuta sui ribelli di Candia, alle quali egli si trovò presente, non abbia fatto parola né del medesimo re, né del laureato. Questa osservazione mi induce quasi ad ammettere l'avviso di Orazio Arrighi-Landini (discendente da Francesco), il quale nella nota 6 al primo libro del suo poema intitolato Il tempo della Filosofia (stampato in Venezia da Marco Carioni nel 1757, in 8) dice avvenuta l'incoronazione di questo suo antenato nell'anno 1362 (non 1364) per mano del doge Lorenzo Gelsi, unitamente al re di Cipro; la qual circostanza giustifica il silenzio del Petrarca avvertito dal Tiraboschi.
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1. Lettere di Apostolo Zeno, cittadino veneziano, istorico e poeta cesareo, nelle quali si contengono molte notizie attenenti all'istoria letteraria de' suoi tempi e si ragiona di libri, d'iscrizioni, di medaglie e d' ogni genere d' erudita antichità, 3 voll., Venezia Pietro Valvasense, 1752. Nel ricchissimo carteggio di Zeno non si parla mai di Landini, se non nel passo derivato scorrettamente da Gaddi per ricordare Gabriel Landini. Il passo è il solito dal De scriptoribus dove tuttavia «Franciscus Poeta Laureatus» è trascritto «Franciscus Gaeta Laureatus». L'errore, dello Zeno o del suo stampatore, non è certo in Gaddi che Lancetti non deve aver consultato e gli attribuisce per estensione.
2. Non Lanzi ma Lami.

Fétis,Biographie (1841)

Oltre alle informazioni solite:
– Propone dubitativamente il 1325 come data di nascita e il 1390 per la morte.
– Cita Winterfeld per cui l'assegnazione dell'alloro gli fu assegnata come poeta e non musicista.
– Credeva non fosse rimasto nulla di lui, finché non ha scoperto Pit (Fétis 1827)

La voce del 1841, rispetto a quella del 1863 (II ed.) non ha modifiche significative. Nella prima edizione, quando afferma che il suo nome non si trova fra gli organisti di San Marco (Venezia) elenca in nota i nomi degli organisti trecenteschi segnalati da Winterfeld. La nota viene omessa nel 1863.

Nella seconda edizione (1863) si aggiunge che Landini compare anche nello Squarcialupi, descritto da L. F. Casamorata, «Gazzetta musicale di Milano», vi/48 (1847): 379.

Guasti, Della sepoltura (1856)

Cesare Guasti (Prato 1822 - Firenze 1889), prima archivista all'Opera di S. Maria del Fiore poi direttore all'Archivio di Stato, fu erudito e poligrafo. La storia letteraria lo ricorda per aver compilato, su designazione dell'Accademia della Crusca, i primi 5 volumi del Vocabolario della lingua italiana.

Fu testimone nel 1855 del ritrovamento a Prato del marmo funerario che copriva la tomba di Landini in Santa Maria del Fiore a Firenze, e si prodigò perché fosse riportata nel suo luogo originario. Ne scrisse in una lettera-articolo nel primo numero dell'«Antologia contemporanea» (1856), che fu ripubblicato in due edizioni di suoi scritti di carattere letterario-artistico:

Cesare Guasti, Opuscoli concernenti alle arti del disegno e ad alcuni artefici, Firenze: Le Monnier, 1859.
Cesare Guasti, Belle arti: opuscoli descrittivi e biografici, Firenze: Sansoni, 1874.

Dopo la sua morte l'intera sua opera fu pubblicata in 7 volumi:

Cesare Guasti, Opere, 7 voll. in 9 tt., Prato: Stefano Belli (i), 1894; Tip. Vestri (ii-vi), 1895-1902; Firenze: Libr. Ed. Fio-rentina (vii), 1912.
– 1. Scritti storici, 1894
– 2. Biografie, 1895
– 3. Rapporti e elogi accademici, [2 t.] 1896
– 4. Scritti d'arte, 1897
– 5. Letteratura, storia, critica, [2 t.] 1898-1899
– 6. Iscrizioni e versi, 1902
– 7. Dal carteggio, 1912

L'articolo del 1856 viene quindi di nuovo ristampato nel 1859, nel 1874 e, dopo che la lapide di Landini fu trasferita, nel 1897 (IV volume, pp. 139-146) con alcune note aggiunte. E' la versione qui riprodotta:

Della sepoltura di Francesco Cieco de' Landini, musico eccellentissimo, ritrovata in Prato
A Francesco Frediani [a] de' Minori Osservanti in Napoli (*)

Chiostro di San Domenico, Prato
I. Se dopo due anni da che, abbandonata la vostra cara celletta di San Domenico [b], menate piacevolmente i giorni presso al mare, cui parmi che possiate cantare col Pindemonte «Sempre fu questo mar pieno d'incanti»; se dopo due anni vengo a parlarvi di quella città che si può chiamare la vostra patria, e tento di ricondurvi a quel chiostro che de' comuni studi fu testimone e dell'amicizia che da tre lustri ci lega, forse avverrà che me ne dobbiate ringraziare; imperocché il vostro cuore così affettuoso deve tornar volentieri come alla memoria dei vecchi amici, così ai luoghi dell'antica consuetudine – e tanto più che potete far questo senza staccarvi dai nuovi amici di Napoli a cui le toscane lettere e il colto ingegno e lo schietto animo vi han reso carissimo.
Ma voi sospirate, o egregio amico, e i vostri occhi s'empion di lacrime. Ah, il chiostro di San Domenico, nel giro breve di due anni, ha pur troppo racchiuso nella sacra terra tali spoglie che parevan fatte per rallegrare di sé lungamente questo misero mondo [c]; ma il mondo non era fatto per gli spiriti che informarono quelle spoglie belle e mortali. E già noi lo sappiamo: «Cosa bella e mortal passa e non dura».
Due affettuose iscrizioni (una delle quali degna dei grandi latinisti del Cinquecento) (a) voi troverete un giorno nel chiostro di San Domenico, dove riposano l'Ebe e l'Ada Benini [d]. E sarò io forse con voi, vi sarà il padre, infelicissimo; ma non vi sarà chi dettava quelle epigrafi, non vi sarà l'amico vostro e mio, mio anche maestro, il professore Giuseppe Arcangeli, la cui perdita piangono gli uomini buoni e le buone lettere; le quali nel ventenne magistero al Collegio di Prato o nel trienne vicesegretariato della Crusca lo ebbero caldo propugnatore delle antiche discipline e savio fautore delle utili novità. Io ho detto non vi sarà, ma presso a quelle genti riposerà il suo corpo; e un modesto monumento, innalzato dalla pietà degli amici, vi ricorderà le sembianze e le virtù sue; se pur ve ne sia di bisogno per chi, come voi, ebbe tanto l'Arcangeli nel cuore e negli occhi (b).
(*) Pubblicata nell'«Antologia contemporanea» di Napoli, Anno I, n. 1, 1855 [e].
(a) Dettata dal professore Giuseppe Arcangeli per l'Ebe Benini, si legge nel tomo II dell'«Archivio storico italiano», nuova serie, pag. 249 [f].
(b) Il monumento dell'Arcangeli, opera dello scultore Santarelli, fu poi innalzato dagli amici nel 1858.
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a. Francesco Frediani (Pruno, Pietrasanta 1804 - Marano, Napoli 1856), minore osservante, letterato e professore di sacra eloquenza. Fu amico di Guasti che a lui si rivolge per metterlo al corrente del ritrovamento del marmo funerario di Landini.
b. Frediani risiedeva a Prato, nel convento di San Domenico (di cui l'immagine del chiostro). Nel 1853 si era trasferito a Marano, il paese «presso al mare» di cui accenna Guasti appena dopo.
c. Si preannuncia qui la perdita di due studentesse e del loro istitutore, di cui dirà Guasti al paragrafo successivo.
d. Sono le figlie di Giovacchino Benini, alle quali Arcangeli, citato a nota (**) e di seguito, fece da istitutore. Cfr. Capponi, Biografia pistoiese.
e. In realtà l'anno è il 1856. L'errore si deve alla data dell'articolo che è appunto il 1855, ma la pubblicazione avvenne solo l'anno dopo nel primo numero dell'«Antologia contemporanea».
f. Le note, come detto, furono aggiunte dal redattore solo nel 1897.

II. Or voi sapete come fra i marmi mortuari, nel chiostro del vostro convento di Prato, si apre una spaziosa stanza che i Domenicani, antichi ospiti, tennero ad uso di capitolo, e fu recentemente conversa in devota cappella. A piè dell'arco che dà ingresso a questa stanza vedevasi pochi anni sono una gran lastra di marmo murata nel pavimento, ricca d'un orlo finamente composto di marmi commessi, e scolpita di un'arme e di un'iscrizione, in parte consunte. Non era però difficile supplire l'iscrizione, giacché monsignor Angelo Fabroni nella Storia dell'università pisana (1) l'aveva pubblicata nella sua integrità: o sia che la potesse ricavare da un antico manoscritto, o sia che sessant'anni addietro fosse meglio da legger nel marmo. E l'iscrizione diceva così:
bernardo tornio floren. arti. et medi. professori ac comiti cviq. patria multor. civivm salv. debet sepvl. posvit hieroni. frater in lucem venit xxvi. novem. mcccclii [1452]. op. avtem aprilis mcccclxxxxvii [1497]
Lo stesso Fabroni ha largamente parlato di Bernardo Torni fra i professori che nel secolo decimoquinto insegnarono filosofia e medicina nello studio pisano (2). La Biblioteca Laurenziana conserva un suo opuscolo: De cibis quadragesimalibus et de valetudine curanda, dedicato nel 1490 a Giovanni de' Medici, che fu poi Leone X, donde si rileva: «Laurentium mediceam fuisse sibi principem ad instrediendum medicorum studiorum rationem». Scrisse pure un libro per mostrare che la medicina vuolsi anteporre alla giurisprudenza, ribattendo una contraria opinione di Coluccio Salutati. Ma di più di tutto questo fa al proposito nostro il conoscere come essendosi trasferito a Prato per la terza volta lo tudio pisano nell'ottobre del 1493 (di che fu cagione l'aver Pisa scosso il giogo de' fiorentini), quivi venisse a leggere [nel 1496] con gli altri professori anco il Torni. Il quale dopo sedici mesi, quantunque in età ancor verde, mancò ai vivi nella terra ospitale, ché nel chiostro di San Domenico, come luogo molto onorato, gli concedette il sepolcro. Per lo che gravemente erra lo Scarmagli, editore delle lettere Aliottiane (3), quando nel parlare di Girolamo Torni asserisce che questi eresse al fratello Bernardo un monumento sepolcrale nella chiesa de' Domenicani, o sia di Santa Caterina di Pisa [b], errore seguito ciecamente dal canonico Moreni nella Continuazione alle memorie istoriche del Cianfogni intorno alla fiorentina basilica Laurenziana (4).
(1) Historia Academiae Pisanae, auctore Angelo Fabronio eiusdem academiae curatore, Pisis 1791, vol. I, pag. 292-95.
(2) 1452 a dì 27 novembre: fu battezzato in S. Giovanni di Firenze Bernardo di Chimenti, d'Ippolito torniaio del popolo di S. Friano. Fu medico ed è seppellito in S. Domenico di Prato. (Spogli di Carlo Strozzi, nell'Archivio di Stato, cl. V, n. 100) [a]
(3) Hieronymi Aliotti arretini ordinis sancti Benedicti etc. epistolae et opuscola Gabrielis Mariae Scarmalii eiusdem ordinis notis et observationibus illustrata etc., Arretii 1769, vol. I, p. 378.
(4) Memorie istoriche dell'Ambrosiana R. basilica di S. Lorenzo di Firenze, opera postuma del canonico Pier Nolasco Cianfogni ec., Firenza 1804; e Continuazione della Memorie istoriche ec., Firenze 1816-17, vol. II, nel «Prospetto dei personaggi più illustri del capitolo di San Lorenzo», all'articolo Torni Girolamo.
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a. Nota postuma aggiunta dal curatore che rivela l'origine del cognome di Torni dalla professione del padre. Di Torni parla diffusamente anche Negri.
b. L'errore di Scarmagli sembra essere quello di non aver saputo che il monumento fatto erigere da Girolamo Torni per il fratello Bernardo in realtà era già esistente (non trovo il passo indicato).

III. Già ho detto come il capitolo de' Domenicani fosse da poco tempo trasformato in cappella. Or avvenne che, volendone rinnovare l'impiantito, si scalzasse il marmo sotto il quale riposavano le ossa di Bernardo Torni, con animo di rimurarlo come stava. Ma qual maraviglia, quando, alzato un poco, si trovò tutto scolpito d'una figura grande al naturale (1) e circondato di una epigrafe scritta in que' caratteri che si vedono usati nei monumenti del secolo xiv e in alcuni del xv! Rovesciata pertanto la lapide, che per tutta la sua lunghezza si stende a braccia 4 e 12 soldi, ed è braccia 1 e soldi 19 di larghezza, [a] trovammo un bassorilievo egregiamente condotto, e non indegno di quei migliori maestri che fiorirono in Firenze tra il milletrecento e il quattrocento. Perdersi in congetture sull'artista sarebbe opera vana, giacché molti furono i contemporanei di Donatello, delle cui opere potrebbe dirsi don Ovidio: «facies non omnibus una, | non diversa tamen; qualem derete esse sororum».
Fece lo scultore un tabernacolo gotico, sotto al quale sta una figura d'uomo che vive: pensiero pieno di conforto e che ben si addice a una religione che nella morte si considera non un termine della esistenza, ma un dolce sonno del corpo che aspetta a destarsi il ritorno della campagna immortale. Posa il capo dell'uomo sovra un origliere [b] damascato; e come dal cappuccio la testa, così da un'ampia cappa è avvolta la persona: tiene con la sinistra un piccolo strumento formato di canne decrescenti e disposte in tre ordini, a foggia d'organo; alle quali va unita una tastiera che la destra mano fa atto di toccare. La parte superiore o frontispizio del tabernacolo è tutta traforata, come richiede la maniera gotica; ma nel luogo della rosta quadrilobata è uno stemma, di cui, per essere fatto di commesso, non rimane oggi che un frammento: basta per altro a farci conoscere che sei monti disposti piramidalmente erano gran parte dell'arme (2). Due angioletti che spiccano di un più alto rilievo, riempiono i due spazi laterali del frontispizio: quello a sinistra suona la viola, e l'altro tocca il liuto; notevoli amendue per grazia d'espressione. Tutta quest'opera fu chiusa dall'artefice dentro un bel fregio, largo circa quattro soldi, e lavorato d'intarsio; al quale toccò a sentire maggior danno, perché mentre la scultura fu condannata a star nascosta, il fregio venne a far parte del nuovo monumento. Ricorre pure per i quattro lati la seguente iscrizione:
luminibus captus | franciscus menti capaci cantibus organicis · quem cunctis musica | solum pretulit · hic | cineres · animam super astra reliquit · m · ccc · lxxxxvii · die · ii sep [c]
(1) E' braccia 2 e soldi 13. [d]
(2) Lo stemma dei Landini è una piramide di sei monti dorati nel campo azzurro, con tre rami di lauro nascenti simmetricamente dai detti monti. [e]
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a. Un braccio fiorentino, costituito da 20 soldi, misura circa 60 cm (58,3626), per cui la lapide misura ca. 2 metri e 68,5 cm per 1 metro e 13,8 cm.
b. Cuscino.
c. Privato della luce, Francesco, con mente disposta ad armonici canti, che unico la musica innalzò sopra ogni cosa, ha lasciato qui la cenere, nelle stelle la sua anima. 2 settembre 1397.
d. 1 metro e 54,7 cm.
e. Stemma descritto anche da Di Crollalanza.

IV.
Anche senza l'iscrizione, l'industria dell'artefice sarebbe bastata a mostrarci che l'uomo rappresentato nel marmo fu cieco; come lo strumento ch'egli tiene in mano avrebbe dato luogo ad una molto probabile congettura sul nome e sul tempo. Ma la iscrizione ci leva da ogni dubbiezza. Questi è Francesco Landini, nato di quell'Iacopo da Casentino dipintore che fu de' migliori giotteschi, e fratello dell'avolo di Cristoforo Landino, commentatore della Divina commedia. [...] [a]
Così di lui parlò Filippo Villano contemporaneo (1); e molti scrittori o riportarono le sue parole, o di nuove lodi proseguirono il cieco portentoso. Fra questi, Cristoforo suo bisnipote lo disse non idotto in filosofia, non indotto in astrologia, ma in musica dottissimo (2). Circa al tempo della morte di Francesco cieco, variamente hanno errato gli scrittori: ricordo il Mini (3) che lo dice morto nel 1380; o il Villani, che lo fa nel '90. L'iscrizione non lascia più dubitare (4). Sono però tutti concordi circa al luogo della sepoltura. Il Villani scrive: «Et è nel mezzo della chiesa di San Lorenzo di Firenze seppellito» (5). E Cristoforo Landino, dopo essersi molto diffuso nelle lodi di questo suo antenato:
Quin et marmoreo moriens donare sepulcra,
quod nunc Laurenti templa vetusta tegunt:
Templa tegunt, quae mor Cosmus suffulla columnis
fornire suldimi conspicienda dabit (6) [b]
Nei quali versi accenna il poeta alla costruzione del nuovo tempio di San Lorenzo, innalzato, com'è noto, da Giovanni principalmente e da Cosimo e Lorenzo de Medici, con i disegno del Brunellesco. Stando al Cianfagni e al Moreni suo laborioso continuatore, si avrebbero i principii della chiesa Laurenziana nel 1421; ma è certo che nel 1410 era sempre in piedi la vecchia chiesa, non demolita prima del '44. Se in questa demolizione fosse levata eziandio la sepoltura di Francesco cieco, non è certo; ma è certo che quando Cristoforo, vivente Cosimo il vecchio, dettava questi versi, il monumento esisteva:
Tunc livet aurato niteant laqueoria tecto
Et Festus multa splendeat arte lapis
Non tamen e media quoque tu remand ardo
Nec volet hau doctis qui faret ingeniis
Nam faret ingeniis Cosmus, quin lace carentem
Inviolata loco busta manere iubet
Aeternam, Francisce, igitur per saecula vives,
Et tans Elysii spiritus area volet.
(1) Filippi Villani, De origine civitatis Florentiae et eiusdem famosis civibus. Io lo reco in volgare secondo un codice Laurenziano che fu adoperato dal Bandini nel suo Specimen literaturae Florentinae saeculi XV, Florentiae 1747, vol. I, pag. 41.
(2) Nell'apologia che precede al commento della Divina commedia.
(3) Nella Nobiltà di Firenze ec., Firenze 1593, a pag. 103.
(4) A conforto dell'iscrizione viene la portata originale del becchino, così espressa: «mccclxxxxvii [1397], die iiii mensis setembris. Magister Francischus de Orchani, de populo S. Laurentii, decessit; de quarterio S. Iohannis: sepultus fuit in dicta ecclesia per Giglium Luchini bechamortum» (Portate de' Becchini, ad annum: fra le carte del Magistrato della Grascia, nell'Archivio centrale di Stato.) Il 4 settembre fu il giorno della tumulazione.
(5) In Bandini, Specimen literaturae Florentinae ec., vol. I, pag. 42.
(6) Nella elegia De suis maioribus. In Bandini, op. cit., vol. I, pag. 37 e seg.
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a. Riprodotto il testo di Villani da «Al tempo della sua fanciullezza ...» a «... coronato d'alloro».
b. Per la traduzione di questi versi e di quelli citati poco oltre Landino.

V. Ma prima del millecinquecento quel sepolcro fu violato, e fu cacciata di San Lorenzo l'immagine di Francesco landini; neppure un secolo dopo la sua morte, e sotto gli occhi del dotto nipote che andava tuttavia confortandone la memoria co' versi. Che poco rimanesse alla luce questa scultura me lo fa eziandio credere il vederla conservatissima, e non priva di quella candidezza che il marmo ha naturalmente: ma pare incredibile che né la fama dell'uomo rappresentato, né la bontà dello scalpello bastassero a procurarle una miglior fortuna. Pur, meno male che si sottrasse, poiché vien pure il giorno che:
Quidquid sub terra est in apricum proferet aetas. [a]
Così è avvenuto di questa scultura. Sulla quale parmi di poter congetturare che Girolamo Torni la ottenesse non prima del 1508, quando fu ascritto fra i canonici di San Lorenzo. Uomo peravventura dotto, come lo mostra l'essere stato vicario generale delle diocesi di Firenze, Fiesole e Arezzo, ma forse incurioso delle arti gentili, non ebbe il Torni verun riguardo al nome di Francesco musico, e all'opera dell'artefice: e però, veduta sana e bella la lapide, la fece polire per di dietro, e fornitala con le armi gentilizie e l'epigrafe di Bernardo Torni, destinolla a coprire l'ossa fraterne nel chiostro de' Domenicani di Prato.
Ma poiché la buona ventura avea fatto che dopo tre secoli e mezzo tornasse a rivedere la luce del giorno un'opera insigne per arte e memorie, io non trovo degno di approvazione il pensiero dei vostri Francescani che fatta trascrivere in un brevissimo marmo la epigrafe del Torni hanno rimurato nel nuovo pavimento dell'antico Capitolo la immagine di Francesco Landini, le cui ossa riposano ancora in Firenze sotto le volte della basilica Laurenziana [b], Quivi era piuttosto da ricollocare il monumento; e quel Clero che tuttavia fiorisce d'uomini colti, lieto di recuperare una bella scultura e insieme una illustre ricordanza fiorentina, avrebbe volentieri pensato a ricoprire il sepolcro di Bernardo Torni con un marmo onorevole.
Questo farete voi, come vi piaccia ricondurvi al vostro convento di San Domenico (1); a quel chiostro di dolce memoria nel quale un giorno saran congiunti dall'amicizia gli animi nostri, e un giorno forse saranno ricongiunte dalla morte le nostre ossa, accanto a quelle de' comuni e de' mioei cari parenti, Intanto, dum spiritus reges artus, fate di star lieto e continuate ad amare il vostro |  Cesare Guasti. | Di Prato, l'autunno del 1855.
(1) Quel giorno non venne: il buon Frediani, non un anno dopo, moriva a Marano presso Napoli. – [Venne bensì grazie a questa prima notizia data dal Guasti e mercé le cure dell'erudito musicista prof. R. Gandolfi, il giorno del rintegramento di quella memoria a Francesco Landini in San Lorenzo; dove, nella cappella Ginori, è fin dal '90 restituita la lapide indebitamente trasmigrata al chiostro pratese. Vedansi, del prof. Gandolfi, gli scritti pubblicati negli Atti dell'Accademia del R. Istituto musicale del 1888; [c] nella Rassegna nazionale, anno X, 1889; [d] nel periodico La Nuova musica, vol. I, numeri 1 e 12, 1896 - N.d.e.]
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a. Tutto ciò che è sottoterra il tempo lo porterà alla luce (Flacco, Epistule, I.6, v. 24).
b. Evidentemente per oltre trent'anni, dal 1855 al 1888 (v. l'aggiunta postuma alla nota 1 del Guasti), il marmo di Landini era visibile a Prato.
c. Atti dell'Accademia del R. Istituto musicale di Firenze, anno XXVI, Firenze: Galletti e Cocci, 1888.
d. L'indicazione qui è lacunosa e scorretta al punto da rendere introvabile l'articolo. La «Rassegna nazionale» fa coincidere con il 1889 l'XI annata, non la X. Inoltre in questi anni la pubblicazione è bisettimanale, quindi le annate sono costituite da 24 fascicoli con numerazione progressiva che ricomincia ogni 4 fascioli destinati a esser rilegati in volume (in pratica 6 volumi all'anno di oltre 600 pagine). L'articolo, dopo infinite ricerche, l'ho rintracciato nel vol. 44, anno X (1888), p. 538-549, e riproduce il testo già pubblicato negli Atti dell'Ist. mus. di Firenze.

Gandolfi, Una riparazione (1888)

Riccardo (Cristoforo Daniele Diomede) Gandolfi (Voghera 1839 - Firenze 1920), compositore e musicologo, nonché membro del Regio istituto musicale di Firenze (prima consigliere e censore, poi bibliotecario dal 1899 al 1912), fu colui che più di altri sollecitò il trasferimento della lapide funeraria di Landini da Prato alla chiesa di San Lorenzo a Firenze.

Il suo discorso per trasferire la tomba di Landini, tenuto presso il Regio istituto fu pubblicato sia negli atti che sulle pagine della «Rassegna Nazionale». Il testo, dopo alcune premesse che recuperano le notizie offerte da Guasti, mostra in poco più di due pagine (sulle 12 complessive dell'articolo) quale immagine si poteva avere a fine Ottocento di Landini e del Trecento musicale. Il testo si conclude con la proposta di affiancare alla ricollocata tomba una lapide commemorativa di Francesco Corteccia, Luca Bati e Marco da Gagliano, compositori operanti fral Cinque-Seicento a San Lorenzo.

Riccardo Gandolfi, Una riparazione a proposito di Francesco Landini, in Atti dell'Accademia del R. Istituto musicale di Firenze, anno xxvi, Firenze: Galletti e Cocci, 1888; rist. in «Rassegna nazionale», vol. 44, anno X (1888), p. 538-549.
[pp. 542-544]
Le rare pagine di musica composte da Francesco Landino, che per fortuna rimangono, ci mettono in grado di giudicare come non fossero esagerate le lodi e le onoranze ad esso tributate. Paragonandole con le grossolane produzioni dei musicisti appartenenti ai secoli XII e XIII, vi riconosciamo un progresso indiscutibile, poiché non si tratta più di quello informi riunioni di rozze cantilene simultanee, prive di qualunque ritmo regolare, nelle quali la tonalità era vaga ed incerta e l'armonia, incredibile a dirsi, procedeva per intervalli di quarte, quinte, ottave e persino di seconde e settime maggiori, come si rileva da un triplum di certo maestro famoso del Duecento, conosciuto sotto il pseudonimo di Aristotile. [a]
Nei lavori' del nostro organista, checi offrono melodie chiare e naturali, si riscontra il principio tonale affermato costante in tutto il componimento, e la disposizione delle parti, abbastanza regolare e ordinata, è quasi scevra da quelle intollerabili false relazioni di quarte, quinte e ottave consecutive per moto retto, pervenute al discanto da un'arte ancor più barbara, dalla diafonia. A questo aggiunnasi che vi si trova già introdotto l'impiego delle dissonanze, preparate e risolute secondo precetti razionati, col mezzo delle sincopi o legature; e taluno crede perfino cito la canzone itqliana a tre voci del Landino, pubblicata dal Fétis nella «Revue musicale» dell'anno 1827, e poi dallo stesso riprodotta nel quinto volume della sua Histoire Généarale de la Musique, si possa ritenere come uno dei più antichi osempii di stile legato, cioè di una armonia elaborata con dissonanze per ritardo.
Simili pregi appartengono certamente ad un'arte più avanzata di quella posseduta dai trecentisti, e tali innovazioni se, dopo cinque secoli di incessanti perfezionamenti, sembrano a noi di poca inportanza, si devono considerare per quei tempi tentativi arditi, possibili solo ad un genio crcatore, e rappresentano gli incunaboli di un'arte veramente nuova. Nella musica dell'insigne maestro si palesa nettamente pronunziato l'istinto melodico, e nelle canzoni raccolte nel famoso codice della Laurenziana [b], più dell'artifizio cantrappuntistico, emerse appunto una certa ingenuità di melodia che ne costituisce il merito principale, basata in gran parte sulla vocalizzazione, distintivo caratteristico della musica italiana.
L'eccellenza dell'esecutore non era nel Landino da meno di quella del compositore, ed egli suonava benissimo, oltre l'organo, altri strumenti a fiato ed a corda, specialmente la ribeba o robeba. Sappiamo, inoltre, coma scrive con frase felice e ardita il Villani, «che egli compose per l'industrie della monte sua instrumenti musici», o si dice, infatti, che iventò uno strumento chiamato serena, dal quale traeva un suono dolce e soave: peritissimo nella costruzione degli organi, era capace di smontarne uno fino ull'ultima canna e accomodatolo rimontarlo.
È ben vero che il nome di Francesco Landino, tanto celebrato ai suoi giorni, non percorse i secoli accompagnato da fama pari a quella dei nomi di altri valenti musicisti del Trecento, come ad esempio, Giovanni de Muris e Marchetto da Padova. Ciò dipende, a parer mio, dall'essere stato il sommo organista esclusivamente esecutore e compositore, mentre gli altri furono anzitutto trattatisti: nè occorre di accennare che la valentìa del suonatore non lascia traccie, e le opere del compositore sono purtroppo sottoposte ad invecchiare rapidamente a causa delle continue trasformazioni della musica, arte universale destinata a seguire da vicino e dettagliatamente lo spirito dei tempi e quindi a subirne le influenze; i lavori dei teorici, invece, d'indole speculativa, riservati, ad un ristretto numero di studiosi, rivestono un carattere più duraturo. Non pertanto diminuisce, anzi si accresce il merito di Franceseo degli Organi, poiché il compositore ha il vanto di sintetizzare colla potenza del suo genio le ardite innovazioni, che dal teorico analizzate vengono ridotte a regole fisse.
Altra ragione, che impedì al maestro fiorentino di ottenere presso i posteri maggiore notorietà, credo si possa ascrivere al non aver esso potuto fondare, come il belga Dufay, una vera e propria scuola per svolgere principii tecnici ed estetici, forse perché la tempra doll'ingegno facile, spontanea e inventiva non armonizzava con la tendonza dei musicisti d'allora, che si compiacevano solo dell'astruso, del complicato e di una scolastica pedante.
I prodigiosi conati di quest'uomo eccezionale esercitarono un'azione limitata per effetto della poca considerazione elio godeva nel Medio Evo la musica profana e libera, non pregiandosi che la sacra e speculativa. Cionondimeno, le opere del cieco organista non ebbero un successo tanto effimero, poiché quasi un secolo dopo la sua morte, il celebre Antonio degli Organi [c] le teneva in grandissimo conto, e dobbiamo alle cure speciali di questo riputato musicista, se oggi possediamo ancora il preziosissimo codice dove sono raccolte le canzoni di dodici autori del secolo XIV, unitamente a quelle del Landino: questo raro volume fu da Raffaello Buonamici, nipote dello Squarcialupi, regalato a Giuliano de' Medici, duca di Nemours, fratello al Cardinale Giovanni, celebre nella storia sotto il nome di Leone X.
—————
a. L'unico compositore che ha avuto questo soprannome è Magister Lambertus (seconda metà del XIII sec.), il cui Tractatus de musica era stato erroneamente attribuito da Jaques de Liège ad Aristotele. Non conosciamo musiche di Lambertus, mentre gli unici tripla duecenteschi sono quelli di Perotinus.
b. Il ms. Squarcialupi.
c. Antonio Squarcialupi.

D'Annunzio, Secondo amante (1907)

Il secondo amante di Lucreazia Buti, scritto nel 1907 ma pubblicato per la prima volta nel primo volume delle Scintille del maglio del 1924, è un romanzo di Gabriele D'Annunzio, ed è considerato il suo testo più autobiografico. Racconta degli anni (1876-80) che il giovane D'Annunzio trascorse al liceo Cicognini di Prato, rievocando il ritrovamento della tomba di Landini:

Sembrava che i fuochi dell'occaso rifiammeggiassero eccitati dai mantici tolti a tutti gli organi della diòcesi. Lo sapevo! Sapevo come Francesco cieco de' Landini – quel nato di quel Iacopo da Casentino dipintore, che fu de' migliori giotteschi, e fratello dell'avolo di Cristoforo Landino comentatore della Divina Comedia – dovesse o prima o poi entrare nella mia musica e sinfoniar meco. Lo sapevo da quando mi misi a piangere di gloria perché mi fu detto che nel capitolo di San Domenico, volendo rinnovare l'impiantito, il fabbriciero avea scalzato il marmo mortuario di Bernardo Torni medico e nel rivoltarlo aveva scoperto il grande bassorilievo trecentesco con l'effigie di Francesco musico, quel medesimo che per incredibile vicenda di fortune cacciato dalla chiesa medicea di San Lorenzo era venuto a nascondersi riverso in San Domenico di Prato. Hic lapidem, animam super astra reliquit.  Com'era bello che mi fossi messo a piangere d'improvviso e che, anche allora, passando con la compagnia lungo le tombe del fianco, fossi fuggito per entrar nel chiostro e nel capitolo a venerare quel divinissimo cieco che « compose per l'industria della mente sua instrumenti musici da lui mai non veduti »!
Mi ricordo, mi ricordo; e gloriosameute ricordarmi di questo mi piace. E mi piace per una specie di frode apollinea che al ricordo è legata. In quei giorni, dovendo tradurre per compito Vergilio, m'avvicinavo a lui con scarso amore. Avevo sotto gli occhi disamorati l'emistichio Auri coecus amore. E, poco innanzi, ero andato a ricercare il non vergiliano latino di Filippo Villani De origine civitatis Florentiae et eiusdem famosis civibus per inebriarmi dell'ebrezza di Francesco cieco. E avevo letto: « Passato gli anni dell'infanzia privato del vedere, cominciando a intendere la miseria della cecità, per poter con qualche sollazzo allegrar l'orrore della perpetua notte,cominciò fanciullescamente a cantare; di poi cresciuto, e già intendendo la dolcezza della melodia, prima con viva voce, di poi con strumenti di corde et organo cominciò a cantare, secondo l'arte; nella quale mirabilmente acquistando, prontissimamente trattava gli instrumenti musici, i quali mai non aveva veduti, come se corporalmente gli vedesse.». E non so perché tanto m'inebriasse il prodigio di quegli istrumenti non mai veduti e pur veduti. E più oltre avevo letto ancóra: « Seguì che, per comune consentimento di tutti e' musici concedenti la palma di quell'arte, che a Venezia publicamente dall'illustrissimo re di Cipri, come solevano e' Cesari fare a' poeti, fu coronato d'alloro. »
O non conoscibile alchimia della mente e del destino! Avevo da tradurre Auri coecus amore; e, come rapito a un tratto nell'estasi di Francesco degli Organi, avevo tradotto Cieco dell'amor del lauro. E, veramente come nella dolcezza della melodia, come nel fascino interminabile d'una rivelazione melodica, avevo ripetuto in me: Cieco dell'amor del lauro. Come passando da famiglie di strumenti non mai veduti a famiglie di strumenti non mai veduti, avevo modulato ancóra: Cieco dell'amor del lauro.
Nel riveder la mia traduzione per compito, il calònaco non avea mancato di deridermi con la consueta sua lepidezza tenuta al macero in un acquaio di sagrestia: «Gabriele dell'Annunzio, che porta un tanto apostrofo nel suo chiaro nome, sdegna di cedere l'apostrofo ad altrui! » E il buon prete sghignapàppole avea corretto Cieco dell'amor dell'auro. E con la sua tabacchiera di corno, dopo aver posata la penna emendatrice, battuto avea su la sua bigoncia un così gran colpo trionfante che n'era isvolato via molto più di tabacco ch'ei non usasse dopo il fiuto soffiar dal dosso della mano. Ma con la polvere n'era uscita anche una macuba morta, che viva io avevo presa lungo una gora fuor di porta al Serraglio e ch'egli mi aveva tolta a scuola per farne ben mustiato il suo tabacco mentre io mi beavo a eccitarla perché cacciasse l'ala trasparente dalla guaina d'oro verde e poi rigasse l'aula trista col suo volo sonoro traendo seco alla finestra quel che in me era alato. Brevis et damnosa voluptas. « Gioire spera. »
Ora i fuochi dell'occaso rifiammeggiavano eccitati dai mantici tolti a tutti gli organi della diòcesi. Ora i fuochi occidui erano a Francesco strumenti celesti non mai veduti; e ne faceva egli la sua musica e la mia musica non mai udite. Ed appariva egli, come nel tabernacolo gotico, dall'ampia cappa avvolto, dal cappuccio e dal mazzocchio in testa, tenendo con la sinistra il suono da tasto formato di canne decrescenti e disposte in tre ordini. E, com'egli toccava la tastiera o nelle pause faceva atto di levar la destra mano, tutte le nubi rosee di maggio si disponevano anch'elle in tre ordini davanti a lui. E tutti gli organi e tutti i cori sinfoniavano su' due disegni melodici indefinitamente variati. Procedeva dall'orizzonte, ritornava all'orizzonte, inalzandosi, abbassandosi, crescendo, diminuendo, la fuga in arsi e tesi: Cieco dell'amor del lauro. Ed era fuga d'inganno, ché la risposta pareva svincolarsi dalla proposta e svolgersi diversa in libertà: Gioire spera.

Li Gotti, Memorie (1946)

Ettore Li Gotti, Una pretesa incoronazione di Francesco Landini, in «Atti della R. Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Palermo», iv ser., v/2 (1946), pp. 41-46; [repr.] in Id., Restauri trecenteschi, Palermo: Palunbo, 1947, pp. 91-97.
Una pretesa incoronazione di Francesco Landini
Era forse l'ora sesta del 4 giugno 1364. Francesco Petrarca si stava alla finestra della sua casa veneziana sopra la riva degli Schiavoni e, conversando con l'ospite suo di quella stagione, l'arcivescovo di Patrasso, di tanto in tanto volgeva lo sguardo sull'ampia distesa del mare e taceva. Ed ecco, all'improvviso, avvicinarsi una di quelle lunghe navi che si chiamano galere ed avviarsi frettolosamente, a forza di remi, verso l'imboccatura del porto. A quella vista inattesa il discorso fu troncato a mezzo e la curiosità indusse i due uomini a ragguardare con maggiore attenzione: le vele gonfie, l'agitazione dei marinai sulla coperta, le bandiere sventolate frammezzo a rami verdeggianti e, dalla torre più alta della città, il segnale per l'arrivo di una nave forestiera, fecero accorrere da tutte le parti i cittadini. Fattasi però da presso la nave e scorte appese alla poppa le bandiere nemiche, si comprese chiaramente trattarsi di un annunzio di vittoria: la vittoria (si seppe più tardi) dei veneziani sui cretesi, che si risolse con la rapida e quasi incruenta conquista di quell'isola.
Dopo qualche giorno incominciarono le feste : dopo (s'intende) una solenne processione di ringraziamento al protettore della città, S. Marco. Furono – dice il Petrarca con la sua piacevole e abbondante eloquenza – le più solenni feste di cui uomo abbia serbato memoria; tanto più degne di ricordo in quanto non degenerarono mai, come al solito accadeva per manifestazioni consimili, in tumulti, disordini e risse.
Per molti giorni la magnificenza ed il fasto regnarono nella città, ed alla fine tante e sì svariate solennità furono concluse da due spettacoli adatti per il popolo: una corsa di cavalli e una giostra, nella piazza della basilica, nel cui loggiato prese posto il doge circondato da largo stuolo di magnati. Anche il Petrarca fu invitata ogni giorno ma, per eccesso di modestia, non volle sedere alla destra del signore più di due volte. Avrebbe preferito forse il palco di legno posticcio, situato sulla destra della piazza, nel quale quattrocento tra le più elette gentildonne venete facevano continuata mostra dei loro ornamenti e delle loro bellezze? Non sappiamo; comunque il poeta, pur fra tanta minuzia di particolari circa i festeggiamenti, non parla affatto di una certa gara di cui sarebbe stato non soltanto spettatore ma, stando ad alcuni scrittori, giudice autorevole: voglio dire della gara per l'alloro poetico e per quello musicale cui avrebbe partecipato, tra gli altri, venendo da Firenze, il più celebrato fra i musicisti italiani del nostro '300: Francesco Landini.
Qui bisogna procedere per gradi e render conto dei fatti. Innanzi tutto le più abbondanti notizie circa il Landini ci sono offerte da Filippo Villani nel suo Liber de origine civitatis Florentiae et eiusdem famosis civibus, scritto negli ultimi anni del '300, da cui apprendiamo (e una assai scarsa documentazione ce lo conferma) che il nostro musico nacque da Jacopo del Casentino, non ignoto pittore seguace di Giotto, e che, divenuto cieco fin da ragazzo a causa del vaiuolo, fu precocemente iniziato all'arte musicale, nella quale riuscì in breve, a tal punto espertissimo che, fatto organista nella chiesa di S. Lorenzo, la sua fama, intorno al 137o-80, correva già fuori della sua patria. Molta parte di questa rinomanza doveva forse alla sua abilità d'improvvisatore, perchè la notorietà più ampia gli venne tardi, negli ultimi anni della sua vita (egli morì nel 1397), come ci indicano non tanto le composizioni di lui raccolte nei codici, quanto il fatto ch'esse portano i caratteri della più matura nostra Ars nova.
Stando dunque al Villani, il Landini sarebbe stato il più eccellente organista del tempo suo «ex quo factum est, musicorum consensu omnium eidem artis palrnam concedentium, ut Venetiis ab illustrissimo ac nobilissimo Cyprorum Rege (*) publice, ut poetis et Caesaribus mos est, laurea donaretur (**)»: il che vuol dire (se ben intendo il latino del biografo trecentista) ch'egli ebbe l'alloro in una gara musicale, e precisamente in qualità di organista. A parte la stranezza del fatto che, fra tanti letterati contemporanei – né Coluccio Salutati che raccomandò con molta lode il nostro musico al vescovo di Firenze, né Franco Sacchetti che gli fu amico almeno dal 1366, né Iacopo da Montepulciano che lo lodò nella Fimerodia, così come Giovanni da Prato nel Paradiso degli Alberti, nè Cino Rinuccini che lo citò come massimo esempio della eccellenza dei suoi concittadini – nessuno faccia il minimo cenno a cotanto onore, nè vi alludano, i manoscritti musicali o le notizie di archivio; a parte tutto questo (dicevo) la cosa si presenta alquanto dubbia, sia per le zeppe che al suo latino aggiungeva il facile Villani, sia perchè egli, parlando appunto del Landini, più d'una volta tira a magnificare e afferma che dirà cose appena credibili, in vergogna degli oziosi giovani del suo tempo. Ma la breve storia di questa incoronazione veneziana doveva avere un seguito.
Riaffiorato il Villani nel '700 dopo un oblìo di oltre tre secoli, e venuto il suo Liber nelle mani di un giornalista erudito, il Lami, addì 7 giugno 1748, ecco cosa scriveva quest'ultimo nelle Novelle letterarie, proprio a illuminazione della vita del Landini: «Il re di Cipri che corano Francesco [...] della coronazione di Francesca cieco» [a]. Come risultato scientifico di congetture, mettendo a profitto in favor del Villani la lettera del Petrarca, non c'è male davvero!
Il Lami però, con tutti i suoi condizionali e con l'accenno al silenzio del Petrarca, era molto più esatto del Bandini che, nello stesso 1748, nel suo Specimen literaturae florentinae saeculi XV (tomo I, 3, pagg. 36-37) fa cenno genericamente a carmina per la meravigliosa facoltà di scrivere i quali Francesco sarebbe stato coronato d'alloro dal re di Cipro e dal doge di Venezia circa il 136o. La notizia è ripetuta dai cronisti e dai diaristí fiorentini suoi continuatori (Monaldi, Gaddi, Poccianti, Negri, Magliabechi, Del Migliore, Minio) [b] ed anche dal Crescimbeni; i quali tutti derivano dunque dalla medesima fonte la precisazione circa l'epoca e l'occasione dell'incoronazione, checchè obbiettasse ancora il Tiraboschi nel tomo V, p. II, libro III (pag. 907) della sua Storia.
Ma gli uomini non vivono che di ipotesi che dopo un certo lasso di tempo diventano, per le mani di gente poco scrupolosa, certezza e lasciano lo spiraglio a nuove supposizioni. Il Winterfeld pertanto, nella sua monografia su Giovanni Gabrieli e il suo tempo (Berlino, 1834, vol. I, pag. 23), ripetendo quanto già sappiamo aggiungeva:
Rimane purtroppo dubbio se l'onore conferitogli non fosse piuttosto un premio per le sue lodi di poeta parimenti famose, poichè in ciò le fonti discordano, sebbene tutti lo citino come musico e poeta. Intorno allo stesso tempo Francesco da Pesaro è nominato successore del maestro Zucchetto nell'ufficio di organista nella basilica di S. Marco; tuttavia, eccettuata la notizia che egli coprì tale posto dal 10 aprile 1337 al 1368, non ci è segnalato niente su di lui, tanto che non ne conosciamo nemmeno il cognome.
Bastava questo dubbio, di cui intuiamo la provenienza dall'accenno ai carmina landiniani che fa il Bandini (e il Bandini è infatti l'unico autore citato), per offrire il destro di nuove possibili cottgetture a fantasie più sbrigative e ad ingegni meno scrupolosi di storici, particolarmente di storici municipali, accesi di sacro entusiasmo nella lode campanilistica dei propri campioni. E così avvenne, nei riguardi del Landini, che Filippo Villani trovò a distanza di circa cinque secoli, in Venezia, il suo maestro.
Un singolare e solennissimo avvenimento – scrive Francesco Caffi, a pagg. 26-27 del I volume della sua Storia della musica sacra nella già cappella di S. Marco, Venezia, Antonelli, 1854 – ebbe poi luogo in Venezia e mostrò che l'organista di Venezia era il primo. Era costui Francesco da Pesaro, successore, il 10 aprile 1336 (sic!) di maestro Zucchetto; doge era Lorenzo Celsi che il Petrarca chiama vir vere celsus, e si facevano feste per il recuperamento di Candia. Accorrevano tutti alle feste e alle giostre, cui partecipavano il re di Cipro, l'arciduca d'Austria. Ci veniva anche il Landino per farsi ammirare come poeta e organista; egli andava in giro dove c'erano feste. Verseggiò in presenza dì Francesco Petrarca, suonò gli organi nella cappella ducale in confronto del da Pesaro, e tutto ciò in cospetto del doge Celsi, del re di Cipro e del duca d'Austria, nonchè di un immenso mondo là raccolto. Potè però ottenere la corona d'alloro di poeta, non di organista
che toccò al da Pesaro. Ogni commento guasterebbe! Non sappiamo chi sia più buffo, se il Landini che va in giro dove ci sono feste, come un qualsiasi giullare; o il Petrarca che di fronte a tanto pubblico favoreggia un compatriota per conservargli, almeno contro l'agguerrito rivale, l'alloro di poeta.
Avevano ragione dunque il Wesselofsky [c] prima e il Guerri [d] poi (specialmente quest'ultimo) a dubitare di tanto ingegnosa favola; ma non è difficile trovare ancor oggi studiosi autorevoli (il Roberti e il van de Borren, ad esempio) disposti ad una ingenua credenza. Chi volesse consultare, non dico una delle più recenti e più ampie storie della musica, ma persino la fondamentale monografia landiniana dell'Ellinwood [e], troverebbe tra altre notizie di cui vorremmo chiedere conto all'autore (per es., che Francesco sarebbe nato a Fiesole nei 1325 ed avrebbe studiato, qualche tempo prima del 1351, sotto Jacopo da Bologna e Giovanni da Cascia, col quale ultimo avrebbe ingaggiato un duello artistico), anche quella, data ormai come acquisita, di cui abbiamo fatto la storia: che cioè «nel 1364 Francesco fu incoronato a Venezia, in occasione d'ma festa per la sconfitta dei ribelli di Candia, e Petrarca fu membro della giuria».
È un dato ormai certo che ci spiace di dovere inficiare, come tante altre romanticherie. Ma, per buona pace dei posteri e degli storici municipali, il Landini, a parer nostro, resta grande con la corona musicale o senza. (***)
(*) Il Villani lascia in bianco lo spazio per il nome del re di Cipro. Riferiva egli dunque una diceria?
(**) Nella seconda redazione del Liber il Villani aggiunge: «et triumphantis specie per urbem illam publice plausu duceretur».
(***) Quanto dice Cristoforo Landini nell'Apologia di Dante è tratto dal Villani. Evidentemente egli però non conosceva la seconda redazione del Liber perchè non avrebbe omesso di ricordare che il nostro celebre musico si era sforzato «Comediam Dantis metro heroico pertractare».
————
a. Omesso l'ampio passo citato.
b. Tutti autori citati da Bandini.
c. Il Paradiso degli Alberti. Ritrovi e ragionamenti del 1389. Romanzo di Giovanni da Prato dal codice autografo e anonimo della Riccardiana, a cura di Alessandro Wesselofski, Bologna: G. Romagnoli, 1867.
d. Giovanni Boccaccio, Il comento alla Divina Commedia e gli altri scritti intorno a Dante, 3 voll. a cura di Domenico Guerri, Bari: G. Laterza, 1918 (Scrittori d'Italia, 84-86).
e. Leonard Ellinwood, The works of Francesco Landini, Cambridge ma: The Mediaeval Academy of America, 1939.

Lanza, Polemiche (1989)

Antonio Lanza pubblicò nel 1971 una prima versione delle sue Polemiche e berte in cui affrontava con dovizia di documentazione gli scontri letterari intercorsi fra i primi umanisti fiorentini. Un intero illuminante capitolo (VI) è dedicato ai Versus in laudem loyce Ocham di Landini. Una puntuale riscrittura del volume apparve quasi vent'anni dopo, permettendo di perfezionare e confermare le ipotesi solo suggerite nella prima edizione.

Antonio Lanza, Polemiche e berte letterarie nella Firenze del primo Rinascimento (1375-1449), Roma: Bulzoni, 1971; II ed. «completamente rifatta» ibidem 1989.

Nel capitolo, dopo una premessa biografica (§ 1), introdotta da un riferimento alla ballata Mostrommi amor, Lanza offre una preziosa panoramica di citazioni, sulla fortuna di Landini (§ 2). Oltre a Villani, Gherardi e Christoforo Landino, si citano Jacopo da Montepulciano, nonché Cino Rinuccini e Coluccio Salutati. Segue l'identificazione di Niccoli quale destinatario dell'invettiva landiniana: le pagine sono qui allegate in Pdf.

Le musiche

Fra i principali codici di ars nova italiana, cinque accolgono in numero significativo opere di Landini:

[1] I-Fl, Mediceo Palatino 87 (Codice Squarcialupi)
[2] I-Fn, Panciatichiano 26
[3] GB-Lbm, Add. Ms. 29987
[4] F-Pn, Fonds fr. nouv. acqu. 6771 (Codice Reina)
[5] F-Pn, Fonds ital. 568

L'opera musicale di Landini è stata pubblicata tre volte:

[E] The Works of Francesco Landini, a cura di Leonard Ellinwood, Cambridge (MA) 1939; II ed. 1945; rist. anast. della II ed. 1970.
[W] Der Squarcialupi-Codex. Pal. 87 der Biblioteca medicea laurenziana zu Florenz, a cura di Johannes Wolf, Lippstadt 1955.
[S] The Works of Francesco Landini, a cura di Leo Schrade, Monaco 1958 (Polyphonic music of the fourteenth century, IV); rist. anast. 1974.
[F] The Works of Francesco Landini, nuova ed. in 2 voll. a cura di Kurt von Fischer, 1982.

Unica è l'edizione di riferimento dei testi:

[C] Poesie musicali del Trecento, a cura di Giuseppe Corsi, Bologna 1970, pp. 127-237.

 

Madrigali: Musica son | Mostrommi amor — ballate (monostrofiche): Angelica biltà | Ecco la primavera | Contemplar gran cose | Occhi dolenti — ballate (polistrofiche): Duolsi la vita | O fanciulla Giulia | Che cosa è quest'amor — caccia: Così pensoso

Musica son che mi dolgo

Fonti: [1] 121v-122r | [2] 89v | [3] 10v — Musica: Guido Adler, Handbuch der Musikgeschichte, 2 voll., Berlin 1930, I | [E] 11: 26 | [W] 1: 197 | [S] 213 — Testi: Giusuè Carducci, Musica e poesia nel mondo elegante italiano del secolo XIV, «Nuova antologia», VI (1870), pp. 464-482; VII (1870) 6-30; rist. in Edizione nazionale delle opere di Giosue Carducci, Bologna 1889 etc.; e come Musica e poesia..., Bologna: Amis, 1973 | [C] 5: 129
Orsù gentili spirti | Micrologus | Fior di Dolceça | Zig-Zag Territories, 2005 [ZZT 050603]
Trascrizione midi

[canto I]

Musica son che mi dolgo piangendo
veder gli effetti mie dolce e perfecty
lasciar per frottol' i vagh' intelletty

Perché ignoraça e viçi ogn'uom costuma
lasciasi 'l buon e pigliasi la schiuma.

[canto II]

Già furon le dolceçe mie pregiate
da chavalier baroni et gran signori
or sono 'mbastarditi e genti cori.

Ma io Musica sol non mi lamento
ch'ancor l'altre virtù lasciate sento.

[tenor]

Ciascun vuol enarrar musical note
compor madrial cacc'e ballade
tenendo ogniun le sue autenticade

Chi vuol d'una virtù venire in loda
conviegli prima giunger alla prova.


Angelica biltà [ballata]

Fonti: [1] 123v-124r | [5] 64r — Musica: [E] 48 | [W] 204 | [S] 54 — Testi: [C] 141
2000 | Anonymous 4 | The Second Circle
Edizione da Pit midi

LP: Westminster 1959 | Vox 1965 | Electrecord 1970/77 | Melodiya 1979 | Pan 1980 — CD: Astrée 1980 | Move 1997 | Harmonia Mundi 2000

Angelica biltà venut’è in terra.

Dunque ciascun ch’ama veder bellezza,
virtù, atti vezzosi e leggiadria,

veng'a veder costei, ché sol vaghezza
arà di lei, sì com’ha l’alma mia,

ma non credo con pace tanta guerra.

Angelica biltà venut’è in terra.

Che cosa è quest'amor [163r]

Che cosa è quest’amor che ’l ciel produce
per far più manifesta la tuo luce?

Ell’è tanto veços’onest’e vaga,
legiadr’e graçiosa, addorn’e bella,

ch’a chi la guarda sùbito ’l cor piaga
con gli ochi bel, che lucon più che stella;

e a cui lice star fixo a vederla
tutta gioia e virtù in sé conduce.

[Che cosa è quest’amor che ’l ciel produce
per far più manifesta la tuo luce?]

Ancor l’alme beate, che in ciel sono,
guardan questa perfecta et gentil cosa

dicendo: – ‹Quando› fia che ’n questo trono
segga costei, dov’ogni ben si posa? –

Et qual nel sommo Idio ficcar gli ochi osa,
vede come esso ogni virtù in lei induce.

[Che cosa è quest’amor che ’l ciel produce
per far più manifesta la tuo luce?]

1994 | Mala Punica | info
2000 | Anonimous 4 | info
2001 | Tritonus xiv | info
Ed. Ellinwood (1939)

Contemplar le gran cose [153r]

Analisi (testo e musica): Sabaino 1999

Così pensoso

Fonti: [1] 128v

Caccia monostrofica.

Così pensoso com’Amor mi guida 
per la verde rivera passo passo 
sentì: – Leva quel sasso! 
– Veh 'l granchio, 'l pesce, piglia 
– Quest’è gran maraviglia. 
Cominciò Isabella con istrida: 
– O me! – Che hai? – I’ son morsa nel dito. 
– O Lisa, il pesce fugge!
– I’ l’ho, i’ l’ho!  – L’Ermellina l’ha preso.
– Tiel ben, tiel ben!  – Quest'è bella peschiera!
Intanto giunsi a l’amorosa schiera.

Dove vaghe trovai donne amanti, 
che m’accolsen allor con be’ sembianti.

1972 | Studio der frühen Musik | info
2005 | Micrologus | info
2006 | Shira Kammen
Ed. Ellinwood (1939)
Ed. Tulipo Petressian  (2016)

Duolsi la vita [145r]

Fonti: [1] 145r — Musica: [E] 47: 84 | [W] 64: 252 | [S] 74 — Testi: [C] 46: 166

Ballata di 4 strofe (2 voci), dall'insolita versificazione sdrucciola.

Duolsi la Vita e l'Anima
che, donna, non fu libera:
com'uom ciò che dilibera
d'Amor saria magnanima. [1]
[Narratore:] Vita (con l'Anima), in quanto donna, si lamenta di non essere libera: ciò che stabilisce (come fa l'uomo) sarà sempre una concessione all'amore. 1. Corsi: «Duolsi la vita e l'anima che donna non fu libera com'uom; ciò che dilibera d'amor, saria magnanima». Tale punteggiatura, oltre a non aver senso, in nessun modo è assecondata dalla musica.
Veggio uno a Morte [2] correre
ed io d'aitarlo struggomi,
[Vita:] Per aiutare chi va incontro a morte devo perdere l'onore.
Non avrei voluto offendere Dio, ma sono contesa fra Amore che mi spinge ad agire e Timore che mi dissuade.
2. Il mortale, ma più probabilmente colui che si lascia sedurre dall'amore (v. nota 4).
3. Ms.: «loxo»; Corsi: «l'oso». L'accento musicale fa preferire «lo so».
e non lo so [3] soccorrere
se da Onor non fuggomi.
Ond'io ora ben pungomi
s'a Dio mai volli offendere,
ch'Amor m'ha fatto accendere
e 'l Timor mi disanima.
S'ha lui amante scusomi
di doglie ‹già› non sciolgolo
Se mi presto a soddisfare i desideri dell'uomo amante non risolvo nulla, anzi divento cagione della sua morte.
Eppure dovrei aiutarlo: sarebbe terribile privarlo dell'anima.
4. Perché amare significa morire.
5. L'Anima come insieme delle mozioni, dei sentimenti (non quindi in senso morale)
ond'esser cagion cusomi
la qual di Vita tolgolo. [4]
M'al ver, se bene scorgolo,
giusto sarebbe aitandolo:
fie gran peccato e scandalo
che da lui parta l'Anima. [5]
Se io son di lui tenera,
a giustizia memoria,
Quando sono accondiscendente con i suoi desideri, lo si ricordi, nell'uomo nasce un amore che assorbe ogni mio merito.
E non sarà vittorioso se non con il piacere, perché, privandomi di volontà, mi anima secondo le sue volontà.
6. Dell'Amore.
7. Introducendo in me il piacere.
in lui tant'Amor genera
ch'è sua [6] ogni mia gloria.
E non brama vettoria
a sé se non piacendomi: [7]
perché, legge togliendomi,
a lui forte m'inanima.
Canzon, va e confortalo,
quando tu poi [8] considera:
[Narratore:] Va da lui, o canzone, e valuta bene: digli che è amato dalla donna che ama [= la Vita].
E reffredda i piaceri e incutile lei timore, in modo che amor non la canduca a far ciò che l'anima vorrebbe.
8. Puoi.
digli che nel cuor portalo
la donna chel desidera.
E di piacer assidera,
ma di vergogna frenala
però ch'amor non menala
a far ciò ch'ama l'anima.
[Duolsi la vita e l'anima
che donna non fu libera:
com'uom ciò che dilibera
d'amor saria magnanima.]
   
midi

Ecco la primavera [135r]

Fonti: [1] 135r | contrafactum della lauda Preghiam Gesù con lieta cera (I-Rvat, Chig. L.VII, c. 161v) — Musica: [E] 48: 85 | [W] 1: 197 | [S] 258 — Testi: [C] 47: 167

Ballata a due voci, fra le più celebri di Landini, seppur per forma insolita e ridotta, trattamento sillabico e disimpegno dei contenuti, non fra le più rappresentative.

1969 | Early Music Consort of London · David Munrow | Ecco la Primavera. Florentine music of the 14th century | Argo ZRG 642
1991 | Alla Francesca | Francesco Landini and Italian Ars Nova | Opus 111 60-9206
1995 | Trinity Baroque · Julian Podger | Middle Ages Music | Griffin GCCD 4001
1998 | Les Menestrels | The Second Circle. Love Songs of Francesco Landini | Arte Nova 58969
2000 | Anonymous 4 | Italy: Secular music of the 12th-14th Century | Harmonia Mundi USA 907269

Echo la primavera
che ’l cor fa rallegrare:
tenp’è d’annamorare
e star con lieta cera.

No’ vegiam l’aria e ’l tenpo
che pur chiam’ allegreça.

In questo vago tempo
ogni cosa à vagheça.

L’erbe con gran frescheça
e fior coprono prati
e gli alberi adornati
son in simil manera.

[Echo la primavera
che ’l cor fa rallegrare:
tenp’è d’annamorare
e star con lieta cera.]

Mostrommi amor [124v]

Fonti: [1] 124v | [5] ?? — Musica: [E] 7 | [W] 204 | [S] 200 —Testi:[C] ??

Madrigale a due voci, forse su testo dello stesso Landini, interpretato in chiave allegorico-autobiografica.

midi

Mostrommi Amor già fra le verdi fronde
un pellegrin falcon ch'a l'ombra stava
disciolto in parte e libertà cercava

Fortuna gli tenea la vista chiusa
contra la quale usava ogni arte e ingegno
sol per drizarsi a l'onorato segno

Allor conobbi ben che per natura
tendeva di volare in grand'altura

Occhi dolenti mie [135v]

Occhi dolenti mie ché pur piangete,
poiché vedete
che sol per onestà non vi contento?

Non ha diviso la mente ’l disio
con voi che tante lagrime versate

perché da voi si cela el viso pio,
il qual privato m’ha da libertate.

Gran virtù è rafrenar volontate
per onestate,
ché seguir donna è sofferir tormento.

[Occhi dolenti mie ché pur piangete,
poiché vedete
che sol per onestà non vi contento?]

1994 | Micrologus (2 voci e strumenti)
2003 | Darkwood Consort (strumenti)
2012 | The Dawn of Joy (voce e strumenti)
2015 | Landini Group (2 voci)
2018 | La Reverdie (2 voci e strumenti)
Ed. Ellinwood (1939)

O fanciulla Giulia [159r]

O fanciulla Giulia
con te sarà ed è sempre 'l cor mio,
e ogni altro pensier mess'ho in oblio.

A ciò m'induce un cognoscer d'amore
che m'ha mostrato e più mi mostra ognora

quant'è l'alta bellezza e 'l gran valore
che in te risplende e la tua schiatta onora.

Se con teco dimora
benignità che sdegnosa non sia
per certo ogn'altra da parte si stia.

Ognor fra me quanto più te ripenso
più cresce 'l foco e più sospir fuor mando.

perché di te mi pare aver compreso
sempre maggior virtù a ciò pensando.

Deh, giovinetta, quando
che tu di me pensassi esser porria
e ch'io vedessi un poco a me te pia?

[O fanciulla Giulia
con te sarà ed è sempre 'l cor mio,
e ogni altro pensier mess'ho in oblio.]

1973 | Studio der frühen Musik, Thomas Binkley |Francesco Landini | EMI Classics "Reflexe" 724382648024 [R2001]
2005 | Micrologus |Fior di Dolceça | Zig-Zag Territories ZZT 050603

Appendice


Ritratto di Ockham
(in alto a destra la scritta «frater Occham iste»)
in un codice della sua Summa logicae (1341).

Guglielmo di Ockham (†1349)

Principale esponente del pensiero filosofico trecentesco. Sostenitore della causa imperiale contro la supremazia temporale del papa. La sua diffidenza verso l'astrazione e la complessità teorica, alla base dell'empirismo, prenderà il nome di Rasoio di Occam.

da: Kurt Flasch, Introduzione alla filosofia medievale, Torino 2002, cap. XI:

Tra il 1317 e il 1319, a Oxford, il giovane insegnante francescano Guglielmo di Ockham [...] criticava Tommaso d'Aquino, che in quegli anni aveva guadagnato sostenitori, senza risparmiare nemmeno il francescano Duns Scoto (†13o8), che come Bonaventura era divenuto maestro del suo ordine. [...] Tommaso divenne la regola per i domenicani, Bonaventura e Duns Scoto lo furono per i francescani. [...] Ma Ockham non vi si attenne [... e nel 1324] fu convocato ad Avignone per fornire giustificazioni. [... Infine cercò] rifugio presso l'imperatore Ludovico di Baviera che si trovava in conflitto con il papa. [...] La vita e l'opera di Ockham si dividono pertanto in due parti: fino al 1325, silenzioso pensatore, si occupò di problemi squisitamente teoretici; dal 1325 fino al 1349 (l'anno della sua morte è incerto) scrisse di filosofia politica, combattendo la dottrina della supremazia papale sui governi mondani. [...]

Quella di Ockham era una critica del linguaggio. Egli temeva che le parole e le astrazioni si rendessero autonome. Intendeva soltanto fare, nei confronti della filosofia medievale, ciò che aveva fatto Aristotele nei confronti di Platone: ricordare che ogni conoscenza umana comincia con l'esperienza sensibile. Anche Avicenna e Tommaso l'avevano ripetuto sulla scorta di Aristotele, ma tendevano a considerare le forme linguistiche come forme del mondo. Se Averroè aveva criticato questa tendenza in Avicenna, Ockham lo fece con Duns Scoto e Tommaso.

Secondo Ockham, questi pensatori avevano gettato sulle cose e su Dio le loro costruzioni ausiliarie con l'intento di salvare la propria nozione di ragione. Avevano pensato l'uomo singolo come se rappreisentasse una natura (un essere) universale (reale), che veniva individuato aggiungendo la materia. Al contrario Ockham si atteneva alla concezione aristotelica, per cui il reale è per sé individuale, sicché non esiste l'«umanità», ma solo i singoli uomini. Le strutture universali del pensiero e del linguaggio vengono formate successivamente. Tutta l'attenzione deve essere diretta a controllare se questi «nomi» stanno per («suppongono») oggetti singoli effettivamente esistenti. Ockham negava che ai «nomi» universali corrispondesse nella realtà qualcosa di universale, e perciò fu detto nominalista. Sovente questa etichetta racchiudeva il rimprovero per cui, secondo questa posizione, noi avremmo a che fare solamente con parole: cosí [per i suoi detrattori] la filosofia di Ockham negherebbe ogni conoscenza delle «cose». [...]

Con questo metodo si eliminava una gran parte di ciò che la filosofia aveva difeso fino a quel momento: ecco perché si parla di «rasoio di Ockham». La filosofia di Ockham consisteva sostanzialmente in una critica delle astrazioni, condotta a partire dal principio che tutto ciò che è reale è individuale e che le teorie devono essere quanto piú semplici possibile. [...]

[In quegli anni] perversava di nuovo – per la prima volta dall'inizio dell'XI secolo – una notevole carestia internazionale. Cominciò una depressione economica, il movimento di bonifica si interruppe, la popolazione diminuí, le foreste, che da due secoli stavano arretrando, si espansero nuovamente. Molti paesi furono abbandonati. Nel 1349 imperversò la grande peste e trovò uomini fisicamente, psicologicamente ed economicamente indeboliti. Le città erano dilaniate da battaglie interne. Gli Stati modernamente organizzati crebbero di importanza, ma non erano ancora in grado di garantire un ordine sicuro. In questa situazione la religione era in grado di fornire una spiegazione. I temi dell'onnipotenza divina, dell'ira di Dio per la Chiesa corrotta dalla ricchezza e della condizione umana segnata dal peccato tornavano di attualità e ricordavano la contingenza del mondo. Contemporaneamente, cresceva la coscienza, che trovava espressione nel concetto di scienza di Ockham, che il mondo non era già del tutto dato, ma che anzi gli uomini concorrevano a determinarne la conformazione.

Firenze, Chiesa di San Lorenzo

Il complesso monumentale di San Lorenzo fu ristrutturato, a partire dagli anni '10 del Quattrocento, per volere dei Medici che incaricarono Brunelleschi dei lavori. Sue sono le parti in pianta più scure, con in alto a destra la sagrestia vecchia decorata da Donatello (1428-43). La sagrestia nuova (in posizione speculare) è invece di Michelangelo (1526-33), che progettò anche la controfacciata interna della chiesa e la Biblioteca Medicea Laurenziana che trova spazio nell'area chiostrale. L'imponente cupola ottagonale che sovrasta le Cappelle medicee è di Matteo Nigetti e realizzata nei primi anni del Seicento. La facciata, al cui progetto parteciparono lo stesso Michelangelo, Raffaello e altri artisti, rimase incompiuta. La tomba di Landini è oggi collocata nella cappella Ginori (entrando la seconda a destra), dov'è anche lo Sposalizio della Vergine di Rosso Fiorentino (1523).