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Inno

L'Inno è un canto strofico, con metro poetico, che è venuto ad arricchire il repertorio liturgico romano a partire dal III secolo. Se i salmi sono i canti di tradizione ebraica – in prosa e tradizionalmente cantillati – gli inni sono i canti nuovi cristiani, in versi, intonati su una melodia semplice e sillabica.

Ha un ruolo fisso nella liturgia delle ore, ma occasionalmente lo si trova nella messa.

Veni creator spiritus

Usato da Mahler nell'VIII sinfonia, Veni creator spiritus si canta ai Vespri e nell'ora Terza dell'ottava di Pentecoste, ma può essere cantato durante celebrazioni solenni (elezioni pontificie, ordinazioni di sacerdoti, dedicazioni di chiese, incoronazioni, sinodi, concili, etc.).

Attribuito a volte a Rabano Mauro († 856) a volte a Carlo Magno e altri, prevede sei quartine (in dimetri giambici) cantate sulla stessa melodia.

Veni creator spiritus — Cantori gregoriani | dir. Fulvio Rampi | Cd Fsp-Paoline, 1996
Veni, creator spiritus,
mentes tuorum visita,
imple superna gratia
quae tu creasti pectora.
Vieni spirito creatore,
visita le nostre menti,
colma di suprema grazia
i cuori che hai creato.
Qui diceris Paraclitus,
donum Dei altissimi,
fons vivus, ignis, caritas,
et spiritalis unctio.
[Tu] chiamato Difensore,
dono del Dio altissimo,
acqua viva, fuoco, amore
e balsamo dell'anima,
Tu, septiformis munere,
dexterae Dei tu digitus,
Tu rite promissum Patris,
sermone ditans guttura.
tu, che offri i sette doni,
dito della destra di Dio,
tu, per tradizione promesso dal Padre,
che riempi la bocca di sermoni,
Accende lumen sensibus:
infunde amorem cordibus:
infirma nostri corporis
virtute firmans perpeti.
rendi luminosi i sensi,
infondi nel cuore la carità,
la debolezza dei nostri corpi
rafforza con la virtù;
Hostem repellas longius,
pacemque dones protinus:
ductore sic te praevio
vitemus omne noxium.
tieni lontano il nemico
e donaci presto la pace,
la tua guida invincibile
ci eviti ogni male;
Per te sciamus da Patrem
noscamus atque Filium;
Teque utriusque Spiritum
credamus omni tempore.
Amen.
lasciaci riconoscere in te il Padre
e scoprire anche il Figlio:
a te, e allo spirito di entrambi
ci affideremo per sempre.
Amen.

La parola inno ricorre nei primi secoli del cristianesimo, ma almeno fino al VI secolo identifica un semplice canto rivolto a Dio. L'inno modernamente inteso veniva detto anche carmen.

Proprio perché testo nuovo e poetico, l'inno ebbe vita difficile, soprattutto all'inizio. Sono numerosi gli editti che vietano il canto di inni o viceversa le condanne a chi li vietasse. La loro immediatezza soprattutto musicale li ha resi però apprezzabili soprattutto da alcuni ordini monastici che inserirono canti innodici nella liturgia delle Ore. Sarà l'innario di San Benedetto (480-547) ad essere accolto dalla chiesa di Roma nel X secolo.

I primi autori di inni sono Ilario di Poitiers (†367) e Sant'Efrem (306-373), ma la figura più rappresentativa rimane Sant'Ambrogio († 397) la cui produzione innodica ebbe tale successo da stabilire le caratteristiche del genere. Un suo celebre inno – Veni redemptor gentium – sarà modello formale di un gran numero di inni (fra cui anche Veni creator spiritus) detti pertanto 'inni ambrosiani'.

Veni redemptor gentium

Fra i pochi certamente scritti d Sant'Ambrogio (lo stesso Sant'Agostino gliene attribuisce la paternità), si canta nella liturgia delle Ore nella quarta ottava d'Avvento.

Veni, Redemptor gentium;
Ostende partum Virginis;
Miretur omne saeculum.
Talis decet partus Deo.
Vieni, redentore delle genti,
mostra il figlio della Vergine;
si stupisca ogni tempo:
tale figlio si addice a Dio.
Non ex virili semine,
Sed mystico spiramine
Verbum Dei factum est caro,
Fructusque ventris floruit.
Non dal seme dell'uomo,
ma dal soffio dello Spirito
il verbo di Dio si è fatto carne
e il frutto del ventre è maturato.
Alvus tumescit virginis.
Claustrum pudoris permanet;
Vexilla virtutum micant,
Versatur in templo Deus.
Il grembo della Vergine accoglie la vita,
la forza del pudore rimane intatta,
i vessilli della virtù risplendono,
Dio risiede nel suo tempio.
Procedit e thalamo suo,
Pudoris aulo regia,
Geminae gigans substantiae
Alacris ut currat viam.
Proceda dal proprio talamo,
residenza regale del pudore,
come gigante di duplice sostanza
pronto a percorrere il cammino.
Aequalis aeterno Patri,
Carnis tropaeo accingere,
Infirma nostri corporis
Virtute firmans perpeti.
Pari all'eterno Padre,
rivestito di carne,
sopporta con forza e fermezza
la debole virtù del nostro corpo.
Praesepe iam fulget tuum,
Lumenque nox spirat novum,
Quad nulla nox interpolet
Fideque iugi luceat.
Già rifulge il tuo presepe
e la notte emana una nuova luce,
che nessuna notte potrebbe oscurare,
perché risplende di fede inesauribile.
Sit, Christe, rex piissime
Tibi Patrique gloria
Cum Spiritu paraclito
In sempiterna saecula.
Amen
O Cristo, re clementissimo,
sia gloria a te e al Padre,
con lo Spirito Paraclito,
ora e sempre nei secoli.
Amen.
— Kantores 96 | dir. Bonifacio Baroffio | Cd Amadeus-Darp, 1996
— Kantores 96 | dir. Bonifacio Baroffio | Cd Amadeus-Darp, 1996 (versione ritmica)
— Schola Hungarica, Szendrei Janka, Dobszay László (versione ritmica)

Malgrado l'inno sia strutturato su un metro latino (dimetro giambico) di fatto cerca di far conincidere le quantità lunghe con gli accenti tonici. È un segnale della trasformazione della sensibilità ritmica. Proprio in riferimento a questa prerogativa del teso l'inno è proposto in due esecuzioni «quella tradizionale ... e un'altra che distingue note lunghe e brevi corrispondenti alle sillabe di sistegno. Tale prassiè indicata esplicitamente in vari codici, ma non sempre in modo coerente» [Baroffio].

Gli inni di Ambrogio

da: Gustave Reese, La musica nel medioevo [1940], Firenze: Sansoni, 1980, pp. 128-130

Come il valoroso vescovo [Sant'Ambrogio], mentre era impegnato in una terribile lotta con l'imperatrice Giustina e i suoi seguaci della setta eretica degli ariani, introducesse a Milano il costume siriaco di cantare inni per tenere alti gli spiriti, dei suoi adepti cattolici, ci è raccontato dal contemporaneo, più giovane di lui, Sant'Agostino:

Era un anno, o non molto di più, dacché Giustina, madre dell'imperatore fanciullo Valentiniano, perseguitava il Tuo servo Ambrogio, per amore della sua eresia, alla quale era stata attirata dagli Ariani. Il popolo accampava nella chiesa, pronto a morire col suo vescovo, e servo Tuo ...
In quella occasione si stabilì di cantare degli inni e dei salmi, secondo l'usanza delle regioni orientali, affinché il popolo non si lasciasse prendere da scoraggiamento; da quel tempo l'uso venne mantenuto, fino ai giorni nostri. Molti, quasi tutti i tuoi fedeli lo hanno imitato negli altri paesi della terra. [Confessioni, IX, 7]

Sant'Ambrogio definisce così la natura dell'inno:

Canto con la lode del Signore. Se voi celebrate il Signore, e non cantate voi non proferite un inno. Se voi cantate e non celebrate il Signore, non proferite un inno. Se voi celebrate qualche cosa che non pertiene alla lode del Signore, e se la celebrate col canto, voi non proferite un inno. Un inno, dunque, ha queste tre cose: e canto, e lode, e il Signore.

Dei molti testi di inni la cui paternità è stata attribuita al Santo soltanto quattro sono oggi generalmente accettati come autentici. Essi sono: Aeterne rerum Conditor; Deus Creator omnium; Iam surgit hora tertia; e Veni Redemptor gentium ...

Niente di preciso si sa delle melodie che furono in origine applicate agli inni di Sant'Ambrogio, se fossero composte da lui o adattate da musica precedente. Poiché gli inni erano destinati all'uso dei fedeli, sembra logico supporre che la loro melodia fosse semplice e sillabica. Dalla definizione agostiniana del piede giambico apprendiamo che constava di "una breve e una lunga, di tre tempi", e le più moderne trascrizioni degli inni sono basate sull'ipotesi che il ritmo della melodia seguisse il metro del testo. Il metro ambrosiano era retto dalle leggi della quantità, sebbene il graduale passaggio dalla quantità all'accento fosse già iniziato al tempo di Sant'Ambrogio.

Gli inni ambrosiani si diffusero in tutta Europa. Durante il Medio Evo scrittori ecclesiastici di varie regioni cedettero alla moda di ornare le semplici melodie degli inni con brevi melismi ...

Il Te deum

Un inno scritto non su un testo metrico, ma prosastico è il Te Deum. La sua struttura, come quella dei salmi, è retta dal principio del parallelismo. Secondo la leggenda fu improvvisato insieme da Sant'Ambrogio e Sant'Agostino, mentre il primo battezzava il secondo. Nel Medio Evo esso è talvolta chiamato «Hymnus Ambrosianus». Tuttavia si crede oggi che il Te Deum sia stato scritto da Niceta di Remesiana (c. 335-414). Sembra che fosse ben noto e largamente diffuso già fin dal VI secolo e che penetrasse in seguito nella liturgia romana. La musica di quest'inno, qual è giunta fino a noi, sembra essere una creazione composita; sembra che la prima parte della melodia abbia carattere pre-gregoriano e che sia di origine milanese, mentre la parte seguente è di carattere gregoriano.

Te Deum laudámus: te Dóminum confitémur.
Te ætérnum Patrem, omnis terra venerátur.
Tibi omnes ángeli, tibi cæli et univérsæ potestátes:
tibi chérubim et séraphim incessábili voce proclamant:
Noi ti lodiamo Dio, ti proclamiamo Signore.
O eterno Padre, tutta la terra ti adora.
A te cantano gli angeli e tutte le potenze dei cieli:
[...]
Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus Deus Sábaoth. Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell'universo.
Pleni sunt cæli et terra maiestátis glóriæ tuae.
Te gloriósus Apostolórum chorus,
te prophetárum laudábilis númerus,
te mártyrum candidátus laudat exércitus.
I cieli e la terra sono pieni della tua gloria.
Ti acclama il coro degli apostoli
e la candida schiera dei martiri;
le voci dei profeti si uniscono nella tua lode;
Te per orbem terrárum sancta confitétur Ecclésia,
Patrem imménsæ maiestátis;
venerándum tuum verum et únicum Fílium;
Sanctum quoque Paráclitum Spíritum.
la santa Chiesa proclama la tua gloria,
[...]
adora il tuo unico figlio,
e lo Spirito Santo Paraclito.
Tu rex glóriæ, Christe.
Tu Patris sempitérnus es Filius.
Tu, ad liberándum susceptúrus hóminem, non horruísti Virginis úterum.
O Cristo, re della gloria,
eterno Figlio del Padre,
tu nascesti dalla Vergine Madre per la salvezza dell'uomo.
Tu, devícto mortis acúleo, aperuísti credéntibus regna cælórum.
Tu ad déxteram Dei sedes, in glória Patris.
Iudex créderis esse ventúrus.
Vincitore della morte, hai aperto ai credenti il regno dei cieli.
Tu siedi alla destra di Dio, nella gloria del Padre.
Verrai a giudicare il mondo alla fine dei tempi.
Te ergo, quæsumus, tuis fámulis súbveni, quos pretióso sánguine redemísti. Soccorri i tuoi figli, Signore, che hai redento col tuo sangue prezioso.
Aetérna fac cum sanctis tuis in glória numerári.
Salvum fac pópulum tuum, Dómine, et bénedic hereditáti tuæ.
Et rege eos, et extólle illos usque in ætérnum.
Accoglici nella tua gloria nell'assemblea dei santi.
Salva il tuo popolo, Signore, guida e proteggi i tuoi figli.
[...]
Per síngulos dies benedícimus te;
et laudámus nomen tuum in sæculum, et in sæculum sæculi.
Ogni giorno ti benediciamo,
lodiamo il tuo nome per sempre.
Dignáre, Dómine, die isto sine peccáto nos custodíre.
Miserére nostri, Dómine, miserére nostri.
Fiat misericórdia tua, Dómine, super nos, quemádmodum sperávimus in te.
Degnati oggi, Signore, di custodirci senza peccato.
Sia sempre con noi la tua misericordia: in te abbiamo sperato.
Pietà di noi, Signore, pietà di noi.
In te, Dómine, sperávi: non confúndar in ætérnum. Tu sei la nostra speranza, non saremo confusi in eterno.

Nel sec. V era già prescritto il canto domenicale del Te Deum nel monastero di Lérins. La Regola di San Benedetto lo vuole cantato al termine dell'Ufficio notturno, nelle domeniche e nelle solennità (eccetto in Quaresima). È usato anche in molte altre occasioni, come canto di lode e di ringraziamento, p.e. nell'ordinazione del vescovo, dopo la Comunione, alla fine dell'anno.

Sono tre le intonazioni del Te Deum accolte dal Vaticano I, solenne semplice e more romanum. Tutte strutturate allo stesso modo, intonano i versetti su uno schema salmodico non canonico (a testimonianza dell'antichità di parte della melodia):

La prima sezione, qui su fondo chiaro, con tenor su la non è riconducibile a un tono canonico. I due emistichi si rivelano assai indipendenti tanto da riconoscere una doppia intonatio (mi sol la per il primo e sol si la per il secondo). È molto più simile a una mediatio la conclusione del secondo e, al contrario, appare più come terminatio quella del primo. Anche sulla scorta della distribuzione dei versetti sarebbe perciò opportuno invertire la distribuzione degli emistichi nello schema. Tuttavia la presenza di un'intonatio così solenne nel primo e l'uniformità di struttura con la successiva sezione (dal versetto Tu Rex gloriae, su fondo verde) ha fatto preferire questa distribuzione.
Qui il tono sembra più facilmente riconducibile al IV, con la terminazio a mi. Quella che prima era una evidente intonatio del secondo emistichio qui è chiaramente trasformato in mediatio restituendo corrispondenza fra fraseggio del tono e versetto.La trasformazione melodica, accanto a un apparente nuovo esordio del testo (invocazione di Cristo) fa supporre la combinazione di testi con una loro precisa impronta melodica.
Particolarmente anomalo questo terzo modulo che non solo si riconduce con difficoltà allla stuttura del tono salmodico ma presenta un doppio tenor su fa (con finalis do) e sol (con finalis mi). Il primo versetto (Aeterna...) sembra quasi preparate la mutazione melodica.
Ricompare con caratteristiche simili la formula più facilmente riconducibile al IV modo.
L'ultimo versetto è intonato su frammenti della terza sezione.

Pange lingua gloriosi

Pange lingua gloriosa — Stirpd Iesse | dir. Enrico De Capitani | Cd Fsp-Paoline, 1996

Veni creator spiritus

Veni, creator spiritus,
mentes tuorum visita,
imple superna gratia
quae tu creasti pectora.
Vieni spirito creatore,
visita le nostre menti,
colma di suprema grazia
i cuori che hai creato.
Qui diceris Paraclitus,
donum Dei altissimi,
fons vivus, ignis, caritas,
et spiritalis unctio.
[Tu] chiamato Difensore,
dono del Dio altissimo,
acqua viva, fuoco, amore
e balsamo dell'anima,
Tu, septiformis munere,
dexterae Dei tu digitus,
Tu rite promissum Patris,
sermone ditans guttura.
tu, che offri i sette doni,
dito della destra di Dio,
tu, per tradizione promesso dal Padre,
che riempi la bocca di sermoni,
Accende lumen sensibus:
infunde amorem cordibus:
infirma nostri corporis
virtute firmans perpeti.
rendi luminosi i sensi,
infondi nel cuore la carità,
la debolezza dei nostri corpi
rafforza con la virtù;
Hostem repellas longius,
pacemque dones protinus:
ductore sic te praevio
vitemus omne noxium.
tieni lontano il nemico
e donaci presto la pace,
la tua guida invincibile
ci eviti ogni male;
Per te sciamus da Patrem
noscamus atque Filium;
Teque utriusque Spiritum
credamus omni tempore.
Amen.
lasciaci riconoscere in te il Padre
e scoprire anche il Figlio:
a te, e allo spirito di entrambi
ci affideremo per sempre.
Amen.