Sequenza
La sequenza è un genere poetico-musicale che ebbe grande fortuna nel Medioevo, almeno a partire dal ix secolo.
Alcune delle sequenze di maggior successo sono entrate nel nostro
immaginario comune. L'esordio di questo celebre
film ne è un
esempio interessante.
Si tratta della prima scena di Shining (1980) di Stanley
Kubrik, la musica è una rielaborazione di Wendy Carlos da Berlioz,
Simphonie Phantastique (1830),
II
episodio dell'ultimo tempo, intitolato Dies irae [Berliner
Philarmoniker, Karajan, DG 1969]. Il brano di Berlioz è per 2 oficleidi
(strumento inventato nel 1817 da cui si sviluppò il sassofono, oggi in
genere sostituito dalla tuba) e 4 fagotti. Carlos aveva realizzato per Kubrik
una traccia interamente digitale con suoni campionati, ma la versione di questa
clip, persino più suggestiva, è rielaborata per contrabbasso.
Dies irae (ultima fase)
Il tema così usato da Berlioz ebbe in seguito grande successo,
ripreso in composizioni come
Totentanz (1849) di Liszt [Orchestra di
Parigi, G. Cziffra, piano e dir.] o la Rapsodia su un tema di Paganini
(1934) di Rachmaninov,
variaz. vii e x [Philadelphia
Orchestra, Stokowski/Rachmaninov], lo si ritrova ogni qual volta si vuol
evocare l'idea della morte. Fra i molti esempi, uno dei casi più
originali è l'uso che ne fa Pasolini nel corto
La ricotta (1963). Il tema è questo:
È l'intonazione del primo verso del Dies irae, la più celebre delle sequenze liturgiche. La prima celebre strofe recita:
Dies irae dies illa
solvet
saeclum in favilla
teste David cum Sybilla.
Si tratta di una terzina a rima baciata di dimetri trocaici acatalettici [òoòo òoòo], struttura metrica molto diffusa nelle sequenze più tarde. In effetti il Dies irae è attrubuto a Tommaso da Celano (1200-1270), il biografo di san Francesco.
L'intera sequenza consta di 17 strofe più una coda («Lacrimosa»). Le 17 strofe sono intonate a due a due sulla stessa melodia (tranne la 17) per essere cantate da due cori, in genere il secondo di ragazzi. Il Dies irae ha la particolarità di ricominciare da capo ogni 6 strofe, ovvero tre temi musicali.
Ecco il testo latino con una traduzione moderna [di Paolo Ghigghini], una traduzione in versi di Giovanni Marchetti (1780-1852), e la Diasilla una volgarizzazione popolare che ancora alcuni vecchi ricordano.
| Dies Irae, dies
illa solvet saeclum in favilla teste David cum Sybilla. |
Giorno d'ira, quel giorno si dissolverà il mondo nelle fiamme come predissero Davide e la Sibilla. |
Ahi che il giorno de l'ira di Cristo, quel gran giorno da vati previsto, arso il mondo e consunto farà, |
Diasilla diasilla Salve secula in favilla Scrisse Davide con Sibilla |
| Quantus tremor est futurus, Quando judex est venturus, Cuncta stricte discussurus. |
Quanto sarà il timore quando il Giudice starà per venire a giudicare ogni cosa! |
quando austero il divin Giudicante l'opre umane a librar tuttequante infra 'l muto spavento verrà. |
Gesù mio con gran dolore Giudicherà il peccatore; |
| Tuba, mirum spargens sonum per sepulcra regionum coget omnes ante thronum. |
La tromba che sparge il suono straordinario per i sepolcri delle regioni spinge tutti davanti al trono |
Una tuba inaudito tremendo suon per tutte le tombe spandendo trae le genti universe al suo piè. |
Sonarà la viva tromba Tutti i corpi d’ogni tomba; |
| Mors stupebit et natura, cum resurget creatura, judicanti responsura. |
Si stupiranno la morte e la natura quando risorgerà la creatura per rispondere a colui che giudica. |
Guatan Morte e Natura stupite trepidanti risorger le vite a dar conto a l'Eterno di sè. |
sorgerà la creatura dall’antica sepoltura; |
| Liber scriptus proferetur, in quo totum continetur, unde mundus judicetur. |
Sarà annunciato il libro scritto in cui tutto è contenuto, da cui il mondo sarà giudicato. |
Quel volume ivi aperto vedremo, ove quanto al Giudizio supremo fia materia, vergato starà. |
andremo in tribunale so’ sta scritto lu bè e lu male; |
| Judex ergo cum sedebit, quidquid latet, apparebit: nil inultum remanebit. |
Quando siederà il Giudice, ciò che è nascosto sarà rivelato: nulla rimarrà impunito. |
Dio sedente ne l'aureo suo scanno, senza velo le cose parranno, senza schermo la colpa sarà. |
'vanti al giudice sedente, tutto a Dio sarà presente, chi sarà che resti assente? |
| Quid sum miser tunc dicturus? quem patronum rogaturus, cum vix justus sit securus? |
Cosa dirò allora io misero? A quale difensore mi appellerò, se a stento il giusto sarà salvo? |
Quale allor farò prego o lamento? Chi m'affida in quell'ora, che a stento potrà il giusto fidanza serbar? |
Chi sarà che non procura? Lo bone opre son giuste e son secure; |
| Rex tremendae majestatis, qui salvandos salvas gratis, salva me, fons pietatis. |
Re di tremenda maestà, che ci salvi gratuitamente, salva me, fonte di pietà. |
Re tremendo, e pur fonte d'amore, se qual vuoi per tua grazia non muore, per tua grazia me degna salvar. |
la tremenda maestà salva l’uomo per bontà, per tua fonte di pietà. |
| Recordare, Jesu pie, quod sum causa tuae viae ne me perdas illa die. |
Ricordati gesù pio, che sono la causa della tua venuta, affinché non mi perda nell'ultimo giorno |
Te guidò, Gesù dolce, il mio bene su l'amaro cammin de le pene; deh! pietoso il rimembra in quel dì. |
A te ricorro Gesù mio Come si per conto mio. |
| Quaerens me, sedisti lassus, redemisti Crucem passus: tantus labor non sit cassus. |
Cercando me ti sedesti stanco, mi hai redento soffrendo sulla croce, tanta sofferenza non sia vana. |
Tu col sangue e co' strazi rapito hai quest'alma a gli abissi: patito avrà indarno chi tanto patì? |
Voi ci creasti e ci salvasti, nel legno della Santissima Croce ci ricomprasti. Fate quello alfin ci basti. |
| Juste judex ultionis, donum fac remissionis ante diem rationis. |
Giusto giudice punitore donami il tuo perdono, prima del giorno del giudizio |
O tu giusto in tuo vindice sdegno me rimonda pria ch'odasi il segno di tua santa terribil ragion. |
Tribunale contrizione, |
| Ingemisco, tamquam reus, culpa rubet vultus meus supplicanti parce, Deus. |
Mi dispero in quanto reo, il mio volto arrossisce per la colpa, pietà, o Dio, per chi supplica. |
Vo' qual reo, come vedi, piangendo di vergogna nel volto m'accendo, a te chieggio, e tu dammi perdon. |
avanti a Dio sbalordisco, ogni colpa non ardisco. |
| Qui Mariam absolvisti, et latronem exaudisti, mihi quoque spem dedisti. |
Tu che hai assolto Maria Maddalena e hai esaudito il ladrone, anche a me hai dato la speranza. |
Se Maria di sue colpe solvesti, se benigno ai Ladron ti volgesti, tu di speme fidasti pur me. |
Maddalena esaudisti Del ladrò pietà n’avesti. |
| Preces meae non sunt dignae, sed tu bonus fac benigne, ne perenni cremer igne. |
Le mie preghiere non sono degne, ma tu, buono, fa' benignamente che io non bruci nel fuoco eterno. |
Io con prece non degna t'invoco; ma tu pio fa ch'io scampi a quel foco cui ristoro, cui termin non è. |
Io ti prego e non so degno, che non vada in basso Regno. |
| Inter oves locum praesta, et ab haedis me sequestra, statuens in parte dextra. |
Concedimi un posto tra gli agnelli e separami dai capri mettendomi alla tua destra. |
Me discevra da' capri rubelli, e a la destra fra' candidi agnelli tu ripommi, o Divino Pastor. |
Fa che il luogo ce sia dato Fra quell’angeli beati, dalli rei separati. |
| Confutatis maledictis, flammis acribus addictis, voca me cum benedictis. |
Sono confusi i maledetti, gettati nelle aspre fiamme, chiamami tra i benedetti. |
Tu, confusa la reproba gente, fulminata nel bàratro ardente, con gli eletti me chiama, o Signor. |
Separati i maledetti Che nel fuoco stanno stretti Da quell’altri benedetti. |
| Oro supplex et acclinis, cor contritum quasi cinis: gere curam mei finis. |
Prego supplice e sottomesso, con il cuore contrito come la cenere, abbi cura del mio destino. |
Io di me supplichevole al suolo, e qual cener contrito, a te solo raccomando l'estremo destin. |
Co’ la faccia in terra china Prego Te, Maestà Divina, ch’abbi cura del mio fine. |
| Lacrimosa dies illa, qua resurget ex favilla judicandus homo reus. Huic ergo parce, Deus, pie Jesu Domine, dona eis requiem. Amen. |
Lacrimoso quel giorno, quando risorgerà dalle fiamme l'uomo colpevole da giudicare, perciò quindi pietà o Dio, pio Gesù Signore, dona a loro la pace. |
Nel gran giorno di pene e mercedi tu a la polve risorta concedi quella pace che mai non ha fin. |
In quel giorno spaventoso, nobile Gesù Cristo e pietoso, dateme pace e riposo. Requiem aeternam Domine sdomine Et lux perpetua 'scant in pace. Amen |
Si osservi come la Diasilla non traduca letteralmente il testo
e abbia un numero di versi minore (forse anche perché lacunosa la
tradizione) e tuttavia tenda a mantenere la rima e l'assonanza con parole
latine. A testimonianza della popolarità della Diasilla esiste
anche una
parodia oscena che ancora
si canta fra Marche e Abruzzo.
Se ne annovera anche una bella versione in dialetto sardo antico cantato
da
Maria Carta.
Il canto gregoriano del Dies Irae fu efficacemente utilizzato
nella
scena dei flagellanti del
Settimo sigillo di Ingmar Bergman.
Il Dies irae fi una delle quattro sequenze accolte nella liturgia ufficiale dal Conciclio di Trento (1545-1563). Era l'unico canto svincolato da una specifica festa perché legato alla celebrazione della messa funebre, mentre le altre tre sequenze si associarono a feste dipendenti dalla Pasqua:
| • Pasqua (22 marzo - 25 aprile) • Pentecoste, 50 giorni dopo (10 maggio - 13 giugno) • Corpus Domini, 10 giorni dopo (21 maggio - 24 giugno) |
Victimae paschali laudes Veni Sancte Spiritus Lauda Sion |
Lo Stabat Mater (attr. a Jacopone da Todi, ), quinta sequenza, fu accolto solo nel 1727 (anno in cui lo intonò Vivaldi) benché mai uscito dalla pratica comune, e si cantava nella celebrazione dell'ufficio il venerdì prima della Domenica delle Palme (Madonna dei sette dolori); il Concilio Vaticano II (1962-65) lo estese alla messa dell'Addolorata (15 settembre).
Il Dies irae è stato escluso dalla messa dei morti dal Vaticano II ma è rimasto nell'ufficio dell'ultima settimana del tempo ordinario. Venuta a cadere la finalità funebre si è modificato il «Pie Jesu Domine, dona eis requiem» con «O tu, Deus maiestatis, | alme candor Trinitatis, | nos coniunge cum beatis». Anche «Qui Maria absolvisti» è stato sostituito da «Peccatricem qui solvisti», dal momento che è caduta l'identificazione della peccatrice biblica con Maria Maddalena.
Del resto il soggetto del Dies irae poco si addice a un augurio di pace eterna, essendo un testo radicalmente apocalittico. Prende infatti le mosse dal Libro di Sofonia (uno dei profeti minori del Vecchio Testamento), versetti 1.15-16:
| Dies irae, dies illa, dies tribulationis et angustiae, dies calamitatis et miseriae, dies tenebrarum et caliginis, dies nebulae et turbinis, dies tubae et clangoris super civitates munitas et super angulos excelsos. | Giorno d'ira quel giorno, giorno di angoscia e di afflizione, giorno di rovina e di sterminio, giorno di tenebre e di caligine, giorno di nubi e di oscurità, giorno di squilli di tromba e d'allarme sulle fortezze e sulle torri d'angolo. |
Sviluppo della sequenza
Il Dies irae, come lo Stabat mater e molte delle
sequenze più note, appartiene alla fase tarda (xii sec.) e ha
ormai perso ogni caratteristica della sequenza originaria. La sequenza nella
sua prima fase è una forma di
tropo inteso quale verbalizzazione del
melisma. Si tratta di un comportamento chiave del pensiero cristiano
(è la stessa pratica che, applicata polifonicamente, darà origine
al
mottetto).
Nel pensiero cristiano il dualismo mente/corpo è disposto gerarchicamente: la mente, la ragione, è preferibile al corpo, alla fisicità della materia (cielo vs terra).
La ragione è il verbo (il logos) che prende ‘corpo’ attraverso il suono, la musica (suono razionalmente organizzato).
La musica pertanto non è esente da diffidenze. Comunica emozioni (quindi si oppone alla ragione), anche se lo fa attraverso il più nobile dei sensi, l’udito (il più nobile proprio perché tramite del Verbo).
Il favore dei Padri della Chiesa rivolto alla musica, solo alla musica che conduce la Parola, è alla fine una concessione alla necessità di agevolare la diffusione del Verbo. La musica è lo zucchero per prendere la pillola («piacere per attirare e commuovere, in vista di convincere» Agostino, De doct. christ., iv.12-13). In tale compromesso c’è tuttavia un riconoscimento della natura fisica del mondo (come se – similmente al Verbo che non può manifestarsi senza la fisicità del suono – Dio non possa esistere senza gli uomini).
I
melismi – e con essi la forma
melismatica per eccellenza, lo iubilo
dell’
alleluia – sono un
sovrappiù emozionale giustificato, teologicamente,
dall’ineffabilità di Dio («Cosa significa cantare nel
giubilo? Comprendere e non saper spiegare a parole ciò che si canta con
il cuore» Agostino, Enarr. in Ps. 32). Ma di fatto il melisma
è luogo dove la ragione è quantomeno sospesa (solo la
collocazione all’interno della liturgia garantisce la sua bontà).
Del resto lo iubilo si canta sulla sillaba -ia (=Dio).
Verbalizzare un melisma significa liberare quindi la potenzialità razionale di quel melisma e riconfermare la legittimità liturgica del canto, nello specifico di quel canto. Significa insomma provare a dare un significato che non nega tutti gli altri possibili, fintanto che la verbalizzazione non si sostituisce al melisma ma gli si affianca.
Si possono distinguere tre fasi della sequenza: a) nella sua prima fase (ix-x sec.) le sequenze sono le verbalizzazioni in prosa dello iubilus dell'alleluia: b) la fase intermedia (X-xi sec.) dispone il testo in forma metrica e rimica; c) l'ultima fase compone sequenze senza rifarsi a una melodia preesistente, ma mantenedo lo stesso modello formale (ovvero strofe parallele, cioè intonate due a due come per il Dies irae), modello già riconoscibile fin dagli esordi.
Psallat ecclesia (prima fase)
Psallat ecclesia è una delle sequenze più antiche, modellata sull'alleluia Laetatus sum che si canta nella messa della seconda domenica di avvento (LU 329, GT 19):
L'alleluia era in genere cantato alternando l'intonazione su 'alleluia' (con il suo iubilo) con uno o più versetti (in questo caso Laetatus sum) per concludere con la ripetizione dell'alleluia. In occasioni più solenni l'ultimo alleluia godeva di un prolungamento dello iubilo chiamato «sequenza» che per Laetatus sum assume per esempio questa forma:
Come si vede, il 'prolungamento' melodico (oggi da alcuni chiamato 'sequela'), riprende in gran parte il materiale dell'alleluia, ed è ecomposto di nove parti, dove la prima e l'ultima non si ripetono (x = semel = una volta) mentre le altre si cantano due volte (d = duplex). Si tratta già di un tropo, che in una seconda fase viene ulteriormente 'amplificato' dalla verbalizzazione di un testo, detto «prosa» (così era anche chiamata in origine la sequenza). Ecco il testo:
|
1. Psallat Ecclesia, mater illibata et virgo sine
ruga, honorem huius ecclesiae! |
|
| 2. Haec domus aulae caelestis
probatur particeps 4. Et lumine continuo aemulans Civitatem sine tenebris 6. Quam dextra protegat dei 8. Hic novam prolem gratia parturit foecunda Spiritu Sancto 10. Fugiunt universa corpori nocua: 12. Hic vox laetitiae personat: |
3. In laude regis caelorum et cerimoniis 5. Et corpora in gremio confovens animarum quae in Caelo vivunt. 7. Ad laudem ipsius diu! 9. Angeli cives visitant hic suos et corpus sumitur Jesu. 10. Pereunt peccatricis animae crimina. 13. Hic pax et gaudia redundant. |
|
14. Hac domo Trinitati laus et gloria semper
resultant. |
|
|
[1] Canta Chiesa (=assemblea), madre illibata e vergine senza rughe, l’onore di questa chiesa [2] Questa casa si dimostra parte della sede del Cielo [3] (Canta) in lode al re dei Cieli e al rito [4] E imitando la città senza tenebre con luce ininterrotta [5] E riscaldando in grembo i corpi delle anime che vivono in Cielo [6] La destra di Dio la protegga [7] a lungo per lode di Lui memdesimo [8] Qui, feconda dello Spirito Santo, partorisce per grazia una nuova progenie [9] Gli angeli incontrano qui il loro popolo mentre il corpo è preso da Gesù [10] Ogni cosa nociva fugge dal corpo [11] Finiscono i crimini delle anime peccatrici [12] Qui risuona una voce di letizia [13] Qui la pace e le gioie abbondano [14] In questa casa lode e gloria della Trinità riecheggiano sempre |
|
Le ripetizioni melodiche producono coppie di strofe diverse ma uguali nel numero delle sillabe (strofe 'parallele'). L'immagine che segue mostra come il testo sia stato adattato alla musica. Si osservi, oltre alle varianti la corrispondenza quasi sistematica fra singolo neuma e singola parola.
È evidente che la versificazione era suggerita dall'accentuazione della musica: là dove si cantavano i tempi forti si collocavano gli accenti testuali (se così non fosse non avremmo una corrispondenza accentuativa così stretta nelle strofe parallele). Questo permette di fare ipotesi su come venisse cantata questa sequenza. Certo non in valori tutti uguali in questo modo:
![]() |
Ma più probabilmente con un'appoggio sugli accenti delle singole parole:
![]() |
O meglio raggruppando le parole per neuma con un unico accento:
![]() |
La sequenza assumerà in questo modo, anche alle orecchie dell'ascoltatore moderno, lo statuto di 'canto' che, presto arricchito della polifonia, apparirà molto simile a un inno:
| tema | tema armonizzato |
Fra le rielaborazioni successive di questa
sequenza si segnala una versione polifonica anonima, redatta a
metà del Quattrocento, che crea una polifonia intonando il tema a valori
uguali con formule cadenzanti di chiusura. Il brano, anonimo, si conserva nel
vol. 91 dei
Codici Trentini, cc. 143r-144r.
| facsimile e trascrizione | midi |
Notker Balbulus
Il nome che maggiormente si lega al primo periodo della sequenza e
quello di
Notker Balbulus (840-912), che avrebbe
scritto il testo di una quarantina di sequenze raccolte in un Liber
hymnarium. Fra le pochissime certamente attribuite vi è proprio
Psallat ecclesia, composizione giovanile di Notker, citata in una
celebre lettera indirizzata al Liutgardo, vescovo di Vercelli
(880-901), oggi conservata in un ms. di testi teorici musicali (I-Fn, Conv.
Soppr. F III 565, c. 96r-v; facsimile: Mediaeval Musical Manuscripts
19, 1994) e comunemente nota come Epistola ad Liutwardum episcopum (
testo latino). La lettera
dà preziose informazioni sul modo con cui circolava la pratica di
scrivere sequenze:
| [...]
Quando ero giovane, dimenticando spesso le lunghissime melodie ripetitivamente
affidate alla memoria, cominciai a chiedermi in che modo assicurarle. Accadde
che arrivò un prete da Jumiège, da poco devastata dai Normanni,
con il suo antifonario in cui vi erano alcuni versi di sequenza (versus ad
sequentias erant modulati) ma poco riusciti. Con la scusa dell’apprezzamento, in realtà perché non mi piacevano, provai sulla quella falsariga a scrivere i versi «Laudes Deo concinat Orbis undique totus», «Qui gratias est et liberator» e «Coluber Ade deceptor». Quando li mostrai al mio maestro Isone questi, apprezzando l’impegno e tollerando l’imperizia, lodò quanto v’era di buono e suggerì alcune correzioni dicendo: «Ad ogni nota deve corrispondere una sola sillaba». Corressi subito i versi del melisma al- mentre trovai da principio difficoltà per le- e lu- che in seguito adattai senza problemi, come si vede in Dominus in Sina e Mater. Dopo tali indicazioni scrissi il mio secondo brano Psallat ecclesia. Mostrai questi pochi versi al mio maestro Marcello e questi, pieno di gioia, li fece trascrivere e cantare dai ragazzi del coro. E quando mi disse che avrei dovuto raccoglierli tutti in un libro per donarli a persona eminente, io vergognoso evitai di farlo. Recentemente però mi fu chiesto da fratello Otario di preparare qualcosa in vostro onore e, pur sentendomi con ragione inadatto al compito, alla fine ho preso coraggio e, con timore e riluttanza, mi sono convinto a consacrare alla vostra eminenza questo modestissimo libello. [...] |
Il Liber humnorum non è sopravvissuto, ma molte delle sequenze ivi raccolte sono state copiate in altri codici, come nel caso di Psallat ecclesia che è, evidentemente, un lavoro giovanile di Notker, quindi databile verso la metà del IX secolo. In effetti Jumiège, celebre per il suo centro di studi, fu occupata e distrutta dai Normanni nell’851. Notker scrive la dedica nell'884 e usa il termine «sequenza» come parola di uso comune e condiviso. In relatà le testimonianze più antiche al riguardo sono pochissime:
– Il termine compare per la prima volta in un ms. della fine
dell’viii secolo compilato a Mont Blandin (B-Br, ms. 10127-10144,
‘Codex Blandiniensis’). Qui sei alleluia per la domenica dopo la
Pentecoste (una festa non particolarmente importante) sono rubricati «cum
sequentia». Tutti e sei questi alleluia si ritrovano in codici più
tardi come alleluia con ampio melisma aggiunto (diverso dallo iubilo) o con una
breve sequenza aparallela.
– Nell’830 Amalario di Metz,
descrivendo l’alleluia della messa dice: «Haec jubilatio quam
cantores sequentia vocam» [questo jubilo che i cantori chiamano
‘sequenza’]
– L’Ordo romano ii
(fine ix sec.) parla di sequenze in riferimento allo jubilo
dell’alleluia nella messa.
Victimae Paschali (seconda fase)
Quella che è forse una delle sequenze più celebri,
Victimae Pachali laudes, attribuita a
Wipone (980-1050), ben esemplifica la fase
intermedia (da collocarsi intorno all’anno 1000), ovvero quella in cui il
testo elabora rime e un proprio metro (non a caso per Victimae
s’è persa memoria dell’alleluia da cui prese le mosse).
| [1]
Victimae paschali laudes immolent Christiani |
Alla Vittima pasquale
offrano |
||
| [2a] Agnus redemit oves: Christus innocens Patri reconciliavit peccatores. |
[b] Mors et vita duello conflixere mirando, Dux vitae mortuus, regnat vivus. |
L'Agnello ha redento il suo gregge: Cristo, l'innocente, ha riconciliato i peccatori con il Padre. |
Si sono affrontate Morte e Vita in un prodigioso duello. Morto il promotore di vita, regna come vivo. |
| [3b] Dic nobis Maria, quid vidisti in via? Sepulcrum Christi viventis, et gloriam vidi resurgentis: |
[b] Angelicos testes, sudarium et vestes. Surrexit Christus spes mea: Praecedet suos in Galilaeam. |
«Maria, raccontaci: che hai visto sulla via?» «Ho visto la tomba di Cristo vivente, la gloria di lui, risorto, |
gli angeli suoi testimoni, il sudario e le vesti. Cristo, mia speranza, è risorto: precede i suoi in Galilea.» |
| [4c] [Credendum est magis soli Mariae veraci quam Judaeorum turbae fallaci.] |
[b] Scimus Christum surrexisse a mortuis vere: Tu nobis, victor Rex, miserere. |
[Si creda più alla sola voce veritiera di Maria che agli errori di troppi Ebrei] |
Ora lo sappiamo: davvero Cristo è risorto dai morti. Tu, re vittorioso, abbi pietà di noi! |
Il verso 4a fu soppresso dal Concilio di Trento perché offensivo per gli ebrei. Anche ‘suos’ (v. 3b) era stato sostituito con ‘vos’ (per ragioni meno evidenti) poi ripristinato nel Graduale vaticano del 1908 perché alterava la metrica del verso.
Il primo verso e il secondo non presentano significativi riscontri rimici o metrici, ma il terzo e il quarto sì: in qualche modo prospettando quella che sarà la prerogative delle sequenza della fase intermedia.
Si osservi come il secondo verso – un breve dialogo drammatico
– sembri quasi interpolato, o forse sostituito in un secondo tempo. E
come se la sequenza si fosse autogenerata indipendentemente, fors’anche
per la straordinaria fortuna goduta. Certamente questo innesto deve legarsi
alla pratica rappresentativa del
Quem
queritis, anch’essa tipica della Pasqua. Del resto non è un
caso se Victime sia sequenza molto usata nei drammi pasquali.
| [b]
Mors et vita duello conflixere mirando, Dux vitae mortuus, regnat vivus. |
|
| [b] Angelicos
testes, sudarium et vestes. Surrexit Christus spes mea: Praecedet suos in Galilaeam. |
|
| [a] Credendum est
magis soli Mariae veraci quam Judaeorum turbae fallaci. |
Victime paschali laudes viene recuperato anche dalla liturgia protestante.
Nei paesi di lingua tedesca, ancor prima della Riforma, era pratica
inserire alla fine della messa, o in altre cerimonie pubbliche,
un’acclamazione di uno o due versi, detta
Ruf. Troviamo per esempio in un codice del
xiii sec. conservato a Norimberga (D-Ngm, 22923, c. 107; v.
MGG) l’invocazione «Christ ist erstanden» al termine
di una Visitatio sepulcri
latina, appena
prima del Te deum (celebrazione pasquale). Questo Ruf in
seguito si amplia in un
Laise (cfr. A-KN, 1213,
c. 83, ms. del 1325):
Non sappiamo quale fosse il testo latino originale, ma la melodia oggi praticata rivela fosse una prosa scritta sulla sequenza che diventerà Victime paschali laudes. Tant’è che la pratica di cantare alternatim le strofe di un laise con la sequenza latina cirrelata ha suggerito in epoca tarda (ovvero con il laise già armonizzato) di inframezzare Victimae Paschali laudes con Christ ist erstanden, che dal xv sec. aggiunse altre due strofe:
Quest’uso del tedesco innestato sul testo liturgico era pratica mutuata dalla tradizione francese, che usava il volgare soprattutto nei tropi dialogici e drammatici.
Lo stesso Lutero, consapevole dell’importanza della celebrazione della Pasqua e della valenza rappresentativa di questo canto e della sequenza correlata, adattò sia Christ ist erstanden a corale, sia congiunse la melodia di Victime paschali laudes con questa versione aggiornata di Christ ist erstanden:
| Christ der ist erstanden Von des todes Banden: Des sollen wir alle fro sein; Alleluja. |
Cristo è risorto dal sudario [dalle bende della morte]: dobbiamo tutti essere contenti. Alleluia |
che divenne il corale Christ lag in Todesbanden:
| Christ lag in Todesbanden Für unsre Sünd gegeben, Der ist wieder erstanden Und hat uns bracht das Leben; Des wir sollen fröhlich sein, Gott loben und [ihm] dankbar sein Und singen halleluja. Halleluja. |
Cristo giaceva nel sudario. immolato per i nostri peccati. Ora è risorto e ci ha portato la vita. Per questo dobbiamo gioire, lodare Dio ed essergli riconoscenti cantando alleluia. Alleluia |
La cui relazione con la sequenza latina è molto evidente:
Anche Bach, fra
decine di compositori tedeschi, realizzò una sua versione
del corale Christ ist erstanden (Bwv 276) che riprese in un
preludio corale dell’Orgelbüchlein (Bwv 627), il
«libricino» didattico scritto per il figlio Wilhelm Friedemann. Il
corale Christ lag in Todesbanden è stato ripensato da Bach
in:
– tre versioni corali (Bwv 277-279)
– un preludio
dell’Orgelbüchlein (Bwv 625)
– una fantasia per
organo (Bwv 695)
– un preludio corale (Bwv 718)
– nella
cantata omonima (Bwv 4) [Versus I
e VII
|
]
Attribuita a Bernardo di Cluny (xi-xii sec.) è la celebre sequenza Omini die dic Mariae, ormai completamente espressione della terza ed ultima fase (struttura metrica fissa, rime, nessun riferimento all'alleluia). Avendo l'identico incipit di Victimae Paschali laudes e condividendone alcuni frammenti melodici, non è improbabile che sia frutto di una rielaborazione della più antica sequenza pasquale:
[1a] Ogni giorno, anima mia, loda Maria, venera le sue festività e la sua vita così ricca di insegnamento. [1b] Tutta bella, senza il segno di una pur minima macchia, fa che anch'io possa lodarti puro e lieto. [2a] Fa che sia casto e modesto, dolce, buono, sobrio, pio, leale, attento e semplice ad un tempo. [2b] Consapevole e munito della saggezza di Dio, ossequioso e fiero del sacro popolo. [3a] Vergine Santa, guarda quanti pericoli ci tentano, sostienici dunque a resistere. [3b] Sii l'aiuto e la difesa del popolo cristiano, disponi la pace, perché non ci turbino tempi cattivi.
| Giovanni Vianini (da YouTube) | Mina (Dalla terra, 2000) |