Francesco Landini
Fiesole ca. 1330 - Firenze
1397). Figlio del pittore Jacopo da Cosentino, perse la vista ancor bambino per
un'infezione di vaiolo. Apprezzatissimo fra i contemporanei come musicista e
compositore, è oggi considerato il più importante esponente
dell'ars nova italiana. Delle 160 sue composizioni sopravvissute, 140
sono ballate.
Le fonti biografiche
Le
musiche
Fra le oltre 3o0 composizioni poetiche che sono raccolte nelle
Rime di
Franco Sacchetti,
compilate fra il 1350 e il 1380 (ma la prima edizione è solo del 1936)
vi è un sonetto indirizzato da Sacchetti a Francesco Landini,
seguìto da altro dell'amico musicista in forma di risposta (si noti
l'adozione della stessa rima).
Lo stile dei versi più diretto quello di Sacchetti, più contorto e 'difficile' quello di Landini restituisce due ambienti culturali della Firenze dell'epoca, vicini ma contrastanti. Sacchetti appartiene agli umanisti che, riscoperti i classici latini, diffidano del pensiero scolastico, Landini è un tradizionalista più legato alla filosofia del suo tempo (seppur con posizioni critiche).
Oltre al tono apocalittico, caro a Sachetti, i versi rivelerebbero che Landini li abbia musicati (ultima terzina), tuttavia oggi non rimane traccia della musica.
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[243a] Franco Sacchetti a Francesco degli Organi Veggendo tante piaghe e tanti
segni, e temo ch'al gridar «Venite» a'
degni [2] Abbia fame, discordia, morte e
guerra Dunque, col dolce suon che da te
piove, [1] Dio. |
[243b] Francesco degli Organi a Franco Se, per segno mirar che dal Ciel
vegni, Discordia, fame e regni contra
regni, Ma se 'l numer de' buoni andrà
sì a terra Vestita la canzon che 'l cuor
commuove [1] Se per vedere un segno dal Cielo si
può pensare che tutto («e il monte e il piano») stia per
finire, è ora di riconoscere (quel segno) dimostrazione della fine
imminente, come hai fatto tu. |
Nel codice 688 della Riccardiana di Firenze si conservano due poemetti latini e altri versi italiani di Francesco Landini.
Il ms. fu copiato verso il 1380 alla corte papale di Avignone da Giovanni da Empoli, chierico fiorentino al seguito del cardinale Pietro Corsini (a questi Landini era stato raccomandato come organista da Coluccio Salutati nel 1375).
Il primo poemetto latino di Landini è in omaggio a Ockham un'invettiva contro un innominato personaggio fiorentino.
Landini, Occam e un
insolente ciceroniano
Villani, Liber de origine (1382)
Il primo ricordo di Landini si deve a un suo amico, il cronachista
Filippo
Villani (1325-1405) che nel suo Liber de origine civitatis Florentiae et
eiusdem famosis civibus dedica qualche riga alla memoria del
compositore.
Il Liber, diviso in due parti (la seconda è una specie di dizionarietto di fiorentini famosi) fu redatto verso il 1382, poi, rivisto da Coluccio Salutati, vide una nuova versione nel 1396 (entrambe quindi Landini in vita). Una terza redazione è la traduzione-riassunto in italiano del 1405. L'editio princeps latina sarà pubblicata solo nel 1848 (nel 1997 l'edizione critica, a cura di G. Tanturli, nel 1997). Della trad. italiana del 1405 fu pubblicata nel 1747 solo la seconda parte come Le vite d'uomini illustri fiorentini «colle annotazioni del conte Giammaria Mazzuchelli» (Venezia, G. Pasquali). Fu questa l'edizione che, malgrado le numerose lacune e scorrettezze fu conosciuta dagli studiosi.
Di seguito la versione del 1396 (sostanzialmente identica a quella del 1382) con la traduzione italiana (parziale) pubblicata nel volume di Alberto Gallo della Storia della musica dell'Edt (1988). La traduzione delle parti mancanti (in corsivo) è di Davide Verga.
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XXV. De plerisque musicis florentinis qui in ea arte egregie floruerunt et presertim de Francisco ceco viro mirabili |
XVV. |
| Musice artis disciplinam multi memorabiles florentini perfectissime habuere, sed qui in ea scientia aliquid ediderint pauci extant. | Molti fiorentini degni di memoria ebbero perfetta conoscenza dell'arte musicale, ma pochi sono coloro che in quest'arte pubblicarono qualche cosa; |
| Inter quos Bartolus et ser Laurentius Masini pre ceteris prestantius et artificiosius cecinerunt. | tra costoro
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| Quorum primus, cum alternatim organo et modulatis vocibus in nostra maiori ecclesia symbolum caneretur, tam suavi dulcique concentu diligentia artis ipsum intonuit, ut, relicta consueta organi interpositione, magno concursu populi, vocalem sequentibus armoniam deinceps vivis vocibus caneretur primusque omnium antiquam consuetudinem virilis chori organique abolere coegit. | Il primo di essi quando nella nostra chiesa maggiore si cantava il Credo alternando il suono dell'organo alle voci del coro, lo intonò invece con tanto soave e dolce concento e perizia d'arte che, abbandonata la consueta interposizione dell'organo, con grande affluenza di popolo che seguiva l'armonia vocale, tutto il pezzo fu intonato vocalmente, e Bartolo fu così il primo che costrinse ad abbandonare l'antica consuetudine del coro e dell'organo. |
| Iohannes de Cascia, cum Mastini Della Scala tiranni veronensis atria questus gratia frequentaret et cum magistro Iacobo bononiensi artis musice peritissimo de artis excellentia contenderet, tiranno eos muneribus irritante, mandrialia plura sonosque multos et ballatas intonuit mire dulcedinis et artificiosissime melodie, in quibus quam magne, quam suavis doctrine fuerit in arte manifestavit. | |
| Sed hos reliquosque omnes, quos in arte hac laudabilis tulit antiquitas, Franciscus, qui adhuc vita fruitur, excedit; de quo non sine affectate fabule timore scribere ausim. | Ma costoro e tutti gli altri che in quest'arte ha offerto la lodevole antichità supera Francesco attualmente vivente. Di lui non non oso scrivere senza il timore di [esser considerato] un inventore di favole. |
| Hunc vix dimidium temporis infantie egressum sors iniqua variolorum repentino morbo cecavit; hunc ipsum eundem ars musices fame luminibus reformavit. Severior occasio corporalia ademit lumina, sed interioris hominis oculos speculatio lyncea fecit: | Superata appena la metà dell'infanzia1 fu accecato da sorte inqua per un improvviso morbo di vaiolo; ma la musica gli fece ritrovare la vista attraverso la fama. Un caso alquanto grave lo privò degli occhi corporei, ma l'intelletto rese di Lince gli occhi dell'uomo interiore. |
| argumentum sane, si verum amemus, quo ferula illos adigamus, qui plenis sensibus miserrimo torpescunt otio; quos abuti honestius putarem, quam illos muliebri mollitie sub lenta ignavia obdormire. | Verso tale esempio senza dubbio, se amiamo il vero, dobbiamo spingere a forza coloro che trascorrono il loro tempo abbandonati in un vergognoso torpore; potrebbero, credo, sfruttarlo più onostamente, invece di impigrirsi con stanca indolenza in vanità femminili. |
| Hic natus est Florentie patre Iacobo pictore vite simplicissime rectoque viro et cui minus honesta displicerent. | Costui nacque a Firenze da Jacopo,2 pittore di vita assai semplice, uomo retto cui dispiacevano le cose poco oneste. |
| Postquam tamen infantiam luminibus orbatam excesserat, cecitatis miseriam iam intelligens, ut perpetue noctis horrorem aliquo levamine solaretur, celi, ut puto, benignitate, que tante infelicitati conpatiens solacia preparavit, decantare pueriliter cepit. | Uscito dall'infanzia, durante la quale aveva perso la vista, comprendendo la miseria della cecità, per trovare qualche sollievo all'orrore della perpetua oscurità, per benevolenza, credo, del Cielo che avendo compassione di sì grande infelicità ne preparava la consolazione, cominciò a cantare da fanciullo; |
| Factus deinde maiusculus, cum melodie dulcedinem intellexisset, arte primum vivis vocibus deinde fidibus canere cepit et organo. | fatto quindi più grandicello, avendo compresa la dolcezza della melodia cominciò a far musica da artista, dapprima con la sola voce, successivamente con strumenti a corde e con l'organo, |
| Cumque in arte mire proficeret, omnium stupore musice artis istrumenta, que nunquam viderat, prompte tractabat ac si oculis corporeis frueretur. | ed avendo fatto mirabili progressi nell'arte, con stupore di tutti maneggiava con prontezza gli strumenti musicali che mai aveva visto, come se godesse della vista |
| Manuque adeo velocissima, que tamen mensurate tempora observaret, organa tangere cepit arte tanta tantaque dulcedine, ut incomparabiliter organistas omnes, quorum memoria posset haberi, sine dubio superaret | e cominciò a suonare l'organo con mano velocissima e tuttavia rispettosa della misura del tempo e con sì grande abilità e dolcezza da superare senza paragone tutti gli organisti di cui si potesse avere memoria. |
| et, quod referri sine commento fictionis fere non potest, instrumentum organi tantis compositum fistulis, tantis interius contextum artificiis tamque dissimilibus proportionatum servitiis, inde expositis tenuissimis calamis, qui facile etiam perminimo contactu leduntur, atque exenteratis visceribus instrumenti, quorum series si locis dimoveantur suis per linee spatium corrumpitur et intromissum follibus spiritum stridulis compellit vocibus dissonare, omnibus remotis que ad compagem eius et ordinem pertinerent, temperatum et consonantiis modulatum restituat in integrum, emendatis que dissonantia discrepabant. | e,
cosa che quasi non può essere riferita senza crederla finzione,
[nelle sue mani] lo strumento dell'organo composto di
così tante canne, internamente collegato con così tanti artifici,
proporzionato con meccanismi così diversi (inoltre con canne esterne
fragilissime che facilmente si rompono anche al minimo contatto, e la cui
disposizione delle parti interne, quando rimosse, se viene spostata dalla sede,
anche di poco, si altera tanto da indurre l'aria dei mantici a produrre suoni
stridenti) spostate tutte le canne dalla propria disposizione e
successione, sa restituire pienamente temperato e modulato nelle consonanze, eliminate quelle che stonavano con dissonanza. |
| Et quod est amplius lira, lembuto, quintaria, ribeba, avena, thibiis et omni musicorum genere canit egregie et que reddunt sonitum concynnitum per varias symphonias ore emulans humanoque commiscens concentui tertiam quandam ex utroque commixtam tono musice speciem adinvenit iocunditatis ingenue. | E cosa ancora più straordinaria si accompagna egregiamente con lira, liuto, quintaria, ribeca, àvene, tibia e ogni genere di strumento; e tutti, attraverso varie armonie, emettono un suono consonante, quasi fosse un canto umano; e mescolando all'una e all'atra parte la concertazione di una terza voce, con divertita semplicità riscopre la bellezza della musica. |
| Insuper genus quoddam instrumenti ex lenbuto medioque cannone compositum excogitavit, quod appellavit syrenam, instrumentum sane quod reddat verberatis fidibus suavissimam melodiam. | Inoltre inventò un tipo di strumento composto dal un liuto e da un mezzo cannone [salterio], che chiamò 'sirena', strumento a corde percosse che produce una melodia davvero dolcissima. |
| Referre quanta et quam multa fuerit in arte molitus supervacaneum puto, cum huiuscemodi virorum ephemeridas dicere obnubilare soleat gratiam brevitatis. | Ritengo superfluo riferire quanto grandi e quanto numerose cose fece nell'arte, dal momento che enumerare le gesta di tali uomini comprometterebbe l'eleganza della sintesi. |
| Scire tamen opere pretium est neminem unquam organo excellentius cecinisse. Ex quo secutum est musicorum omnium consensu eidem artis palmam concedentium, ut Venetiis ab illustrissimo et nobilissimo Cipriorum rege ..?.. publice, ut cesaribus et poetis mos est, laurea donaretur et triumphantis specie per urbem illam publico plausu duceretur. | Vale la pena di sapere che nessuno ha mai suonato l'organo in maniera più eccellente, per cui avvenne che, per consenso di tutti i musicisti che gli concedevano la palma dell'arte, a Venezia da parte dell'illustrissimo e nobilissimo re di Cipro gli fu pubblicamente offerta una corona d'alloro, come è consuetudine per gli imperatori e i poeti, e a modo di trionfatore fu condotto per la città tra il pubblico plauso. |
| Preter hoc ad laudis sue cumulum accedit quod gramaticam atque dyaleticam plene didicerit artemque poeticam metro fictionibusque tractaverit eaque sic arte molitus Comediam Dantis metro heroico pertractare, vulgaribus insuper rithimis egregia multa dictare. | Oltre a ciò si aggiunge alla somma delle sue lodi il fatto che egli apprese la grammatica e la dialettica approfonditamente, e discusse l'arte poetica su questioni di metro e d'invenzione; e così con tal arte si occupò di commentare in metro heroico [esametri] la commedia di Dante, dettando molte acute riflessioni sulla versificazione in volgare. |
| Hec equidem omnia coniector in homine isto naturam et diligentiam ostendisse in contumeliam iuventutis nostre effeminate, que muliebri studens fuco et ornamento, virili relaxato animo, mollitie fatigatur. | E secondo me tutto ciò ha messo in luce in quest'uomo una natura e un impegno che costituiscono un affronto verso la nostra giuoventù effeminata, che occupandosi del belletto e dell'ornamento, rilassato l'animo virile, si fiacca nella mollezza. |
[1] L'età infantile per i latini si
concludeva intorno ai 6 anni, quindi Landini dovrebbe aver perso la vista a
circa 3 anni.
[2] Jacopo da Casentino, la cui vita è raccontata dal
Vasari.
Ecco invece come si presentava la traduzione del 1405 pubblicata da Mazzuchelli nel 1747, versione che fu per lungo tempo la più conosciuta:
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Di Francesco Cieco ed altri musici fiorentini Molti sono stati i Fiorentini memorabili che perfettissimamente abbiano acquistato la disciplina dell'arte musica, ma pochi quelli che in essa alcuna cosa hanno composto: intra quali Bartolo e Lorenzo di Masino sopra gli altri degnamente cantarono, e Giovanni da Cascia; ma questi, e tutti gli altri i quali la laudabile antichità ha veduti, Francesco il quale ancora vive (*) avanza. Questi al tempo della sua fanciullezza da sùbito morbo di vaiolo fu accecato, ma la fama della musica di grandissimo lume l'ha ristorato. Nacque in Firenze di Iacopo dipintore [Jacopo da Casentino], uomo di semplicissima vita. Passati gli anni dell'infanzia, privato del vedere, cominciando a intendere la miseria della cecità, per potere con qualche sollazzo alleggerire l'orrore della perpetua notte, cominciò fanciullescamente a cantare. Dipoi essendo cresciuto, e già intendendo la dolcezza della melodia, prima con viva voce, dipoi con strumenti di corde e d'organo, cominciò a cantare secondo l'arte; nella quale mirabilmente acquistando, prontissimamente trattava gli strumenti musici (i quali mai non avea veduti) come se corporalmente gli vedesse della qual cosa ognuno si maravigliava. E con tanta arte e dolcezza cominciò a sonare gli organi che, senza alcuna comparazione, tutti gli organisti trapassò. Compose per l'industria della mente sua strumenti musici da lui mai non veduti, e né fia senza utile a sapere che mai nessuno con organo sanò più eccellentemente; donde seguitò che per comune consentimento di tutti i musici concedenti la palma di quell'arte, a Vinegia pubblicamente dall'illustrissimo re di Cipri, come solevano i Cesari fare [con] i poeti, fu coronato d'alloreo (**). Morì nell'anno della grazia 1390, e nel mezzo della chiesa di Santo Lorenzo è seppellito. Note di Mazzuchelli: (*) Forse qui il nostro autore, con quelle parole «ancora vive», non altro ha inteso se non che vivesse ancora in quel tempo nella memoria dei posteri. Infatti egli era morto da molti anni, siccome dice di questo articolo, ove aggiunge che morì nel 1390, e già nella prefazione si è detto che il nostro autore scriveva quest'opera nel 1405. Potrebbe tuttavia anche dirsi che alcuni di questi articoli, e fra gli altri il presente, fossero incominciati dal Villani prima del 1390 e terminati dipoi, o pure che alcun altro scrittore posteriore abbia posta mano ne' codici di quest'opera e vi abbia aggiunto ciò che dimostra in sé qualche contraddizione. [1] (**) Questo fatto si riferisce
altresì da Cristoforo Landino, suo parente, nell'Apologia nella quale
si difende Dante e Firenze da falsi calunniatori, premessa a' suoi
Ma richiede l'amore dell'agnazione che non defraudi delle debite lodi Francesco Cieco, fratello del mio avolo, al quale tanto concedette la natura di giudizio nell'udito, quanto gli tolse nel viso. Cosa certo mirabile che privato in tutto del vedere fosse non indotto in filosofia, non indotto in astrologia, ma in musica dottissimo, nella quale tanto valse nel suono degli organi che nella nobilissima città di Venezia per giudizio di tutti i musici, i quali da tutte le parti quivi eran concorsi, fu in forma di poeta dal re di Cipri e dal duca veneto di laura corona ornato. [2] |
[1] Come si vede il 1390, come data di morte, fu
aggiunto posteriormente dal volgarizzatore (la redazione di Villani, come detto
da lui stesso nelle prime righe, avvenne con Landini ancora in vita).
[2]
Sulla questione dell'alloro, poi frequentemente messa in dubbio, ne
discuterà
Lancetti nel 1839, con
osservazioni interessanti.
[da
Lanza, p. 111-112:] «Jacopo da
Montepulciano nella Fimerodia destina tre seggi vuoti del Carro della
Fama, dove sono gli spiriti degli illustri fiorentini, a tre eminenti
personalità del mondo culturale fiorentino ancora in vita: il primo
è per il Salutati («Coluccio eloquente, 'l qual compone | opra
ch'ogni virtù nel core alletta»); il secondo per Filippo Villani,
lodato soprattutto come esegeta di Dante («apritor più certo | del
poeta volgar tutti gli arcani»); il terzo, infine, per il Landini:
|
... qui siederà la fonte e 'l fiume, |
Edizioni: Un poema sconosciuto degli ultimi anni del secolo XIV (Fimerodia di Jacopo del Pecora), analizzato ed illustrato da Rodolfo Renier, Bologna: tip. Fava e Garagnani, 1882.Poesie di mille autori intorno a Dante Alighieri, con note storiche, bibliografiche e biografiche, 15 voll. a cura di Carlo Del Balzo, Roma: Forzani e C., 1889-1909; III (1891), p. 73. Jacopo da Montepulciano, La Fimerodia, a cura di Mauro Cursietti, Roma: Bulzoni, 1992. |
Salutati, Invectiva · Rinuccini, Responsiva (1397)
Il progetto di Gian Galeazzo Visconti, sul finire del Trecento era probabilmente quello di unificare sotto di lui tutta l'Italia. Dopo dopo aver riunito i domini di famiglia con intrighi e prepotenze, era riuscito a occupare il Nord Italia. Nel 1395 l'imperatore Venceslao gli concesse il titolo di primo duca di Milano e nel 1397 quello di Lombardia. Le sue mire espansionistiche sull'italia centrale erano palesi e Firenze, pur allacciando alleanze anti-viscontee, sembrava non aver la forze di resistergli. La pressione di Milano finì nel 1402, quando Gian Galeazzo morì di peste.
Antonio
Loschi, letterato al servizio del Visconti, nel 1397 scrisse la celebre
Invectiva in Florentinos che gli fece ottenere il governo della
cancelleria di Stato. All'invettiva rispose punto per punto con una celebre
altra Invectiva il cancelliere di Firenze
Coluccio
Salutati.
Meno nota, ma anch'essa mossa dallo scritto di Loschi, è invece
la Responsiva di Cino Rinuccini (Firenze 1350 ca. - 1417), i cui versi
sono nella celebre
Raccolta
aragonese.
Entrambi difesero le offese di Loschi contro Firenze, non trascurando di ricordare Landini. Così si esprime Salutati:
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Nos, Franciscum Jacobi musicum et organistam honorare suarum virtutum meritis cupientes, cuius in hac quam longa oratione commendavimus, facultate, non quasi caecus, sed plus quam Argo oculatus emicuit, ex quo et urbi nostrae gloriosum nomen et ecclesiae Florentinae ab isto caeco lumen accendit. |
Noi desideriamo onorare Francesco [figlio] di Jacopo, musicista e organista, per i meriti delle sue virtù, del quale abbiamo ricordato, in questa davvero lunga orazione, [che] brillò per le capacità non come cieco ma con più occhi di Argo, e la cui luce accende il nome glorioso della nostra città e delle chiesa di Firenze. |
Più circostanziato Cino Rinuccini:
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E acciocché nelle arti liberali niuno savio ci manchi, avamo in musica Francesco, cieco nel corpo ma dell'anima alluminato, il quale così la teorica come la pratica di quell'arte sapea, e nel suo tempo nessuno fu migliore modulatore de' dolcissimi canti, d'ogni strumento sonatore e massimamente d'organi, co' quali con piacevole dolcezza ricreava gli stanchi. |
L'originale perduto, scritto anch'esso in latino nel 1397, ci è giunto volgarizzato (probabilmente ad opera di Giovanni Gherardi da Prato) in una redazione dei primi anni del Quattrocento che necessariamente parla di Landini al passato. Fu pubblicato per la prima volta nel 1826 in appendice all'Invectiva di Salutati.
Invectiva Lini Colucii Salutati reipublicae Florentinae a secretis in Antonium Luschum Vicentinum de eadem republica male sentientem, codex ineditus, a cura di Dominico Moreni, Florentiae: typis Magherianis, 1826.
E di nuovo da Wesselofsky (1867) nell'edizione del Paradiso degli Alberti.
da: Carlo Cordé, in Dizionario Bompiani delle opere e dei personaggi, Torino 2002.
I paradiso degli Alberti. Con questo titolo dato dal primo studioso moderno che lo pubblicò (dal nome della villa fiorentina di un personaggio dell'opera, Antonio degli Alberti) venne denominato un romanzo in prosa del pratese Giovanni Gerardi (nato circa il 1367, morto tra il 1442 e il 1446) e da lui, già vecchio, lasciato probabilmente incompiuto. L'opera è più che altro un documento, per vero assai interessante come cornaca del tempo, della vita culturale e politica del primo rinascimento fiorentino. Dopo varie immaginazioni mitologiche (quali un fantasioso viaggio a Creta e a Cipro, regno di Venere, dove si parla a lungo di eroi e di prodezze d'amore) viene introdotta nel diseguale racconto una piacevole brigata di dotti che l'anno 1389, tra scherzi e sollazzi vari, discutono di filosofia, di problemi diversi e fin di politica. Le riunioni avvengono sia a Campaldino, nella villa del conte Carlo Poppi, sia a Firenze in quella già menzionata per il titolo del libro.
Giovanni Gherardi da Prato nel 1426 si ritirò a Prato dove compose Il paradiso degli Alberti, titolo attribuito all'opera dal Wesselofsky, suo primo editore, nel 1867. Un'invenzione, dunque, che ricalca quella del Decameron di Boccaccio, senonché in questo caso il rapporto fra ambientazione e racconti o conversazioni dei personaggi è tutto sbilanciato in direzione del'ambientazione che rappresenta la parte preponderante del racconto.
Landini è ampiamente citato nel III libro di cui qui si
trascrivono i passi. Nel quarto, dopo esser stato occasione di una di un nuovo
argomento di discussio (v. infra) racconterà egli stesso una
lunga novella che chiuderà il libro. Si può leggere a partire dal
§ 313 dell'ed. on line Einaudi.
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Landino, De suis (1445) e Commentari (1481)
Oltre alle poche righe che il celbre commentatore di Dante
Cristoforo
Landino, pronipote di Francesco Landini, scrisse sul suo avo musicista
nelle note introduttive alla Divina commedia (di cui v. supra le
note di Mazzuchelli a
Villani), si ha anche un
suo poemetto intitolato De suis maioribus in cui il letterato dedica
ampio spazio, quasi 100 versi su un totale di 150, al compositore. Il poemetto
è il xxiv di Xandra (1443-45) una raccolta di rime che,
alla stregua di Petrarca, idealizza la figura di Alessandra. La prima
redazione, dedicata a Leon Battista Alberti, fu poi ampliata fino a raggiungere
la forma definitiva nel 1458 in tre libri (dedicatario il protettore Pietro de'
Medici).
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De suis maioribus |
I suoi avi |
| [...] | [...] |
| Hic
avus, o Francisce, tibi cui Musa canora arte dedit priscos aequiperare viros, |
E questi ti è avo,1 Francesco, a te cui la Musa ha accordato di uguagliare gli antichi nell'arte dei suoni. |
| nec
magis Aoniae gaudent Amphione Thebae, cum stupeant dulci saxa coisse lyra, quam tua Tyrrheni soliti per templa, per aedes, organa tam facili cernere pulsa manu. |
L'aonia Tebe, stupefatta di fronte alle pietre mosse dalla dolce lira di Anfione [musico], non gode più del nostro Tirreno2 quando, nei luoghi sacri e nelle chiese, ascolta i tuoi organi suonati da mano così abile. |
| Lesbous
celeres canto delphinas Arion permulsit, vitreas dum rate findit aquas; at Rhodopes gelidis ducebat montibus ursos Orpheus et fulvos per iuga summa lupos. |
Col canto Arione di Lesbo ammaliò i veloci delfini mentre su una barca fendeva le onde di cristallo; e sui gelidi monti del Rodòpe, Orfeo conduceva orsi e fulvi lupi attraverso le vette più alte. |
| Sed
neque per silvas, neque per freta dulcius illo hactenus audisse iurat Apollo melos; quin et adoptiva Musam de stirpe parentem retulit et Musis dignus alumnus erat. |
Ma né per le selve né per i flutti giura Apollo si è mai udita prima una musica più dolce di quella; ed anzi [Francesco] ne ricavò una musa quale madre adottiva e delle muse era degno discepolo. |
| Sed
simul, heu, nulli superi Dii cuncta dedere, nullus et ex omni parte beatus erit. Nam qui Sirenas superabat voce canoras damnata aeterna lumina notte tulit. Non quia sic meritus fuerit: sed noscite quanta invidia livor infera regna premat. |
Ma, nello stesso tempo, ahimè, a nessuno gli dei superni tutto concedono, e nessuno sarà mai interamente felice: chi le sirene canore superava nel canto ebbe gli occhi condannati ad una notte senza fine. Non perché così avesse meritato, ma lo si ammetta per l'invidia con cui il livore opprime gli inferi. |
| Est
inter Stygias Phthone deterrima nymphas tempora cui multus oraque pallor obit. Hanc pater et Stygiae Phthonem dixere sorores invida quod tristi fronte secunda videt. |
Vi è tra le ninfe stigie la cattivissima Ftone3 cui molto pallore percorre le tempie ed il volto. Costei il padre e le stigie sorelle chiamarano Ftone ché con fronte accigliata guarda invidiosa ai casi felici. |
| Haec
patrias primis tenebras iam liquit ab annis, ausa per excelsas aetheris ire plagas; namque potest hominum res si turbare secundas tunc fruitur proprio nympha maligna bono. |
Costei fin dai primi anni lasciò le tenebre patrie, osò andare attraverso le alte plaghe del cielo; e infatti, quando riesce a turbare le felicità umane, allora la ninfa maligna ha il suo piacere. |
| Ergo
forte trium perscrutans fata sororum audierat Lachesis talia voce dari: Nascetur Faesula Franciscus origine tali Dircaeum quali vidimus arte Linum. |
Ordunque, esaminando attenta i vaticini delle tre sorelle,4 le era accaduto di udire tali parole pronunciate da Làchesi: «Nascerà Francesco, fiesolano d'origine,5 dotato di un'arte tale quale quella che vedemmo a Lino dirceo».6 |
| Protinus
tumuit dea saeva suisque supplicibus Clothon vocibus alloquitur: O dea, nam nulli vitae sub lumen ituro te sine mortali ianua prima datur; Castalii quae sacra colunt Heliconides antri iam mira cupiunt arte parare virum. |
Subito s'infiammò la dea malvagia e con le sue suppliche si rivolse a Cloto: «O dea [che] senza te a nessun uomo in procinto di venire alla luce si dà il primo accesso, [sappi che] le Eliconidi7 che abitano i luoghi sacri dell'antro castalio già vogliono munire un uomo di arte mirabile. |
| Et
cupiunt et tanta illas fiducia cepit ut sibi, vel sine te, cuncta licere putent. |
Lo vogliono, e tanto superba è la fierezza che le anima da ritenere che a loro, anche senza di te, tutto sia lecito. |
| At
tu ne quisquam quondam tua numina temnat, ne lateat possit quid tuus orbe furor, illius aeterna damnabis lumina nocte: sit Linus, ut iactant, dummodo caecus eat. |
Ma tu, affinché la tua autorità nessuno disprezzi, affinché non rimanga celato quanto possa il tuo furore nel mondo, condannerai i suoi occhi ad una notte eterna: sia Lino, come pretendono, ma cieco. |
| Hac
olim Thamyrim poena afflixere Camenae, certaret cantu cum superare deas. Hac nunc illarum poena afficiatur alumnus, sic tua qui spernat numina nullus erit. |
Questa pena le Camene inflissero un tempo a Tamiri, poiché tentava di superare le dee nel canto. Con questa pena sia ora punito il loro discepolo, così non vi sarà alcuno che disprezzi la tua autorità». |
| Dixerat
et partus maturi venerat hora atque tuam, mater, Parca petebat opem. Ergo ades et puero reseras dum limen, adempta aetheris in lucem luce venire iubes. |
Queste le parole; ed era giunta l'ora del parto: la madre, o Parca, chiedeva il tuo aiuto. Tu, dunque, sei lì; e mentre al bimbo dischiudi la soglia, imponi che privo di luce venga alla luce del cielo. |
| Non
tamen Aoniae caecum sprevere puellae, nec puduit molli saepe fovere sinu. Musarum silvis, Musarum montibus olim lusit, Musarum captus amore puer. |
E tuttavia le aonie fanciulle non lo disprezzarono perché cieco, né si vergognarono di scaldarlo spesso sul loro morbido seno. Giocò un tempo nei boschi delle muse, sui monti delle muse, catturato il fanciullo dall'amore delle muse. |
| Quin
et Pierias, Phoebo ducente, per umbras audivit sacros ex Helicone choros; audivit varia modulantes voce sorores: haec ore, haec tibiis, concinit illa fide. |
E anzi udì attraverso le ombre di Pieria8 Febo alla guida i cori sacri dell'Elicona; udì le sorelle modulare suoni con musica varia: questa con la bocca, quella con i flauti, quella cantando con la cetra. |
| Atque
hic disparibus nato distincta cicutis organa porrexit Calliopea suo, atque ait: Ausonias, sume haec, i nate per urbes, i nostras laudes, nostraque facta cane. |
E a questo punto Calliope pose innanzi al suo nato organi diversi per canne dissimili e disse: «Prendili, figlio, va' per le città d'Ausonia, va' e canta le nostre lodi e le nostre opere. |
| Tanta
hic carminibus tibi gloria surget Etruscis, Thraicii quanta carmine vatis erat. Nam mire Tusco vivens celebraberis Arno, Lydia qua fulvus temperat arva leo. |
E allora dai canti etruschi si leverà a te una gloria tanto grande quanto lo era quella nel canto del poeta di Tracia.9 Straordinariamente, infatti, sarai celebrato, ancora vivente, sull'Arno toscano, e là dove il fulvo leone governa le terre di Lidia.10 |
| Nulla
dies sacrum poterit subducere nomen, sed tua post maior funera crescet honos. Nec mater de te quicquam mentita: suisque egregiam verbis facta tulere fidem. |
Nessun giorno potrà sottrarre un nome che è sacro, e dopo la tua morte crescerà anzi maggiore l'onore». Su di te nessuna menzogna disse la madre: gli accadimenti tennero egregiamente fede alle sue parole. |
| Namque
Fluentini solus dum cantibus aedem pontificís celebras, Tuscia tota ruit; teque rudes doctique simul iuvenumque senumque pectora divinis obstupuere sonis. |
E quando con la musica infatti glorifichi il tempio del pontefice di Firenze, la Toscana vi si precipita tutta; insieme dotti e ignoranti sono ad ascoltarti, i cuori dei giovani come dei vecchi stupiscono a quei suoni divini. |
| Sed
nec tu fueras una contentus in arte cum posses veterum dogmata nosse patrum. Nam solers rerum causas penitusque repostae naturae occultas tendis inire vias; et quod terrenis oculis vidisse negatum est cernere mente parens Calliopea dedit. |
Ma nello stesso tempo sazio non eri nell'arte potendo conoscere le dottrine degli antichi padri: ingegnoso cerchi allora di scoprire le cause delle cose e le vie occulte della natura nascosta nel profondo; e ciò che ti fu negato di vedere con gli occhi terreni la madre calliopea ti accordò di discernere con la mente. |
| Iamque
tuum nomen duras transcenderat Alpes oraque complerat trans freta longa virum. |
Già il tuo nome le dure Alpi aveva varcato e aveva riempito le bocche degli uomini al di là delle distese marine.11 |
| Quin
et marmoreo moríens donare sepulcro, quod nunc Laurenti templa vetusta tegunt; templa tegunt quae mox Cosmus suffulta columnis, fornice sublimi conspicienda dabit. |
E anzi morendo vieni donato ad un marmoreo sepolcro che ora il tempio antico consacrato a [San] Lorenzo conserva; lo conserva proprio quel tempio che presto Cosimo renderà, da colonne sorretto, meraviglia mirabile per la volta altissima.12 |
| Tunc
licet aurato niteant laquearia tecto, et Faesclus multa splendeat arte lapis, non tamen e media quoquam removeberis aede, nec volet hoc, doctis qui favet ingeniis; nam favet ingeniis Cosmus quin luce carentum inviolata loco busta manere iubet. |
Ora i soffitti a cassettoni risplendano pure per la copertura dorata, e per il molto cesello brilli la pietra di Fiesole, e tuttavia non sarai altrove rimosso dal centro del tempio, né questo vorrà colui che i dotti ingegni sostiene; Cosimo, infatti, protegge gli ingegni e anzi ordina che i sepolcri di coloro che di essi son senza luce rimangano in loco inviolati. |
| Aeternum,
Francisce, igitur per saecula vives, et tuus Elysium spiritus arva colet. |
Vivrai dunque, Francesco, per i secoli in eterno, e lo spirito tuo abiterà i campi elisi. |
| [...] | [traduzione di Davide Verga] |
[1] Rif. ai versi precedenti in cui si parla del
nonno di Francesco. [2] L'Italia. [4] Le tre Parche, che hanno in
mano il destino degli uomini: Cloto (tesse il filo della vita), Lachesi (lo
distende sul fuso) e Atropo (lo recide). [5] Questa è l'unica
attestazione che riferisca il paese natale di Landini. [6] Lino era
figlio di Anfimaro e della musa Urania, era un abile musico; alcune fonti lo
dicono maestro di Apollo e Tamiri. Dirceo è solitamente un aggettivo
affiancato ad Amfione, altro celebre musico della mitologia, citato più
avanti. [7] Le muse fedeli ad Apollo che amano soggiornare in Elicona o,
come detto poco oltre la Castalia. [8] Altra località della
Tracia cara alle muse. [9] Orfeo. [10] Venezia. E' un riferimento
alla corona d'alloro. [11] Anche in questo caso si tratta dell'unica
testimonianza coeva e oggi nota che riferisca della celebrità di Landini
anche in Europa. [12] Per ordine di Cosimo de' Medici proprio in quegli
anni si stava ultimando in
San Lorenzo il
rifacimento di Brunelleschi.
Monaldi, Istoria (1587-1609)
Cfr.
Negri. La datazione del ms. si ricava
dalla dedica al granduca Ferdinando I (1587-1609).
Poccianti, Istoria (1589)
Cit. in
Negri. Non consultato.
Mini, Discorso (1593)
Cit. in
Bandini. Non consultato.
Gaddi, Corollarium (1636) e De scriptoribus (1648)
L'ormai dimenticato Jacopo Gaddi, attivo a Firenze nel secondo quarto del Seicento, fu letterato e bibliofilo, autore di numerosi scritti poetici e storici, fondatore (1620) dell'accademia degli Svogliati e ricordato soprattutto per l'amicizia con John Milton durante il suo soggiorno fiorentino (1638). Gaddi, nel suo:
Iacobi Gaddij Corollarium poeticum, scil. poematia, notae, explicationes allegoricae olim conscriptae, Florentiae: typis Petri Nestei ad signum Solis, 1636.
ricorda Francesco Landini in una nota di due righe in un elenco di poeti laureati (p. 82):
|
Venetiis Franciscus Landinus, a Cypri rege et a duce Veneto, qui floruit an. 1380 circiter. |
L'informazione è tratta certamente dal Villani di cui Gaddi
possedeva due apografi (I e II redazione) poi lasciati alla biblioteca
Laurenziana (cfr.
Mehus).
Altrettanto laconico è l'accenno che rimanda al Corollarium («Landini gentiles fuerant Franc. poeta laureatus et Gabriel poeta et historicus, de quibus egi breviss. in Corol.») che si trova nelle pagine dedicate a Cristoforo Landino (I, p. 284-285) in:
De scriptoribus non ecclesiasticis, Graecis, Latinis, Italicis primorum graduum, in quinque theatris, scilicet Philosophico, Poetico, Oratorio, Historico, Critico, Iacobi Gaddii, academici Svogliati, critico-historicum et bipartitum opus. In prima parte agitur de iis, qui opera ediderunt ante annum salut. mdlduobus, et amplius annorum millibus convolutis, Florentiae, Typis Amatoris Massae, m.dc.xlviii [1648].
Poeti antichi raccolti da codici mss. della Biblioteca Vaticana e Barberina, da monsignor Leone Allacci e da lui dedicati alla Accademia della Fucina della nobile & esemplare città di Messina, Napoli: per Sebastiano d'Alecci, 1661.
A p. 243 riproduce il testo del sonetto scritto da Landini in risposta a
Sacchetti.
Del Migliore, Firenze (1684)
Cit. in
Bandini. Non consultato.
La celebre Istoria della volgar poesia di
Giovanni
Mario Crescimbeni ebbe vicenda editoriale complessa. Apparve dapprima nel
1698 in un sol volume di 400 pagine:
Giovanni Mario Crescimbeni, Listoria della volgar poesia, Roma: nella stamperia di Luca Antonio Chracas, appresso la Gran Curia Innocenziana, 1698.
Fra il 1702 e il 1711, apparvero in sei distinte pubblicazioni aggiunte e correzioni che passarono sotto il nome di Commentari:
Giovanni Mario Crescimbeni, Comentarj ... intorno alla sua istoria della volgar poesia, 5 voll. (in 6 tomi), Roma: nella stamperia di Antonio de' Rossi alla piazza di Ceri, 1702-1711.
Volume primo,
contenente l'ampliazione e il supplimento e varie correzioni del primo libro
dell'istoria [1702]
Volume secondo, parte prima, contenente
l'ampliazione del secondo libro dell'istoria, mediante le vite, i giudizi e i
saggi de' poeti provenzali [1710]
Volume secondo, parte
seconda ... contenente l'ampliazione del secondo libro dell'istoria, mediante
il giudizio sopra le opere de' poeti toscani [1710]
Volume
terzo ... contenente l'ampliazione del terzo libro dell'istoria, mediante i
saggi di seicento rimatori [1711]
Volume quarto ... contenente
l'ampliazione del quarto libro d'istoria, mediante un memoriale di molti
rimatori non compresi in esso [1711]
Volume quinto ...
contenente diverse correzioni e ampliazioni del quinto e sesto libro
dell'istoria [1711]
Nel 1714 vide poi la luce l'edizione del 1698, ma arricchita e corretta, tanto da occupare quasi 500 pagine.
Giovanni Mario Crescimbeni, L' istoria della volgar poesia ... in questa seconda impressione ... corretta, riformata e notabilmente ampliata ... , Roma: nella stamperia di Antonio de' Rossi alla piazza di Ceri, 1714.
Infine, tutta l'opera, comprendente la II ed. dell'Istoria e i 5 voll. dei Commentari, per un totale di 6 voll., fu ristampata postuma a Venezia nel 1730:
Giovanni Mario Crescimbeni, L' istoria della volgar poesia ... in questa terza [edizione] pubblicata unitamente coi Comentarj intorno alla medesima, riordinata, ed accresciuta ... , Venezia: presso Lorenzo Basegio, 1730-1731.
Nel IV vol. dei Commentari (1711) c'è breve memoria di Francesco Landini (lib. I, n. 47):
|
Francesco degli Organi Fiorentino poeta antico del quale si
leggono le rime nella raccolta dell' Gentil aspetto in cui la mente mia ... |
Il gesuita ferrarese Giulio Negri ( 1720) lasciò notizie ms. sugli scrittori fiorentini che furono pubblicate un paio d'anni dopo la sua morte come:
Giulio Negri, Istoria degli scrittori fiorentini, la quale abbraccia intorno a' due mila autori che negli ultimi cinque secoli hanno illustrata coi loro scritti quella nazione, in qualunque materia ed in qualunque lingua e disciplina, con la distinta nota delle lor' opere, così manoscritte che stampate, e degli scrittori che di loro hanno con lode parlato o fatta menzione, Ferrara: Bernardino Pomatelli, 1722.
|
Francesco Landini La solenne coronazione con cui fu riconosciuta l'eccellenza del merito di questo insigne poeta nella gran città di Venezia che ne fu il teatro con le destre del re di Cipri, ch'allora trovavasi in quella regia dominante, e del doge della Serenissima Repubblica Veneta, alla presenza d'innumerabili spettatori ben dà a vedere in che alta riputazione fosse da tutti tenuto ed onorato questo fiorentino poeta. Viveva con somma gloria e credito, non meno per le sue poesie, circa il 1380, che per il suo dilicatissimo canto che incatenava l'ammirazione d'ognuno; e, tutto che cieco, fu dotato dalla natura d'ingegno sì perspicace che poté passare per buon astronomo e filosofo. Scrissi molti poetici e musicali componimenti, come di tutto ne fanno fede: Jacobus |
[1] Erudito fiorentino attivo alla fine del
Cinquecento. Una copia della sua Istoria delle famiglie della città
di Firenze e delle nobiltà fiorentina, dedicata al granduca
Ferdinando I si conserva alla Magliabechiana.
[2] Catalogus scriptorum
Florentinorum omnis generis quorum et memoria extat, atque lucubrationes in
literas relatae sunt ad nostra usque tempora mdlxxxix, auctore reverendo
patre magistro Michaele Pocciantio
Florentino, ordinis servorum B. M. Virg. Cum additionibus fere cc
scriptorum fratris Lucae Ferrinij alumni sacrae theologiae professoris, atque
cum tabulis locuplectissimis ipsum exornantibus, Florentiae: apud Philippum
Iunctam, 1589.
[3] Non saprei dire a quali «Annotazioni» ci si
possa riferire. Magliabechi (1633-1714), erudito conservatore della biblioteca
Palatina di Firenze, lasciò il suo personale patrimonio librario per una
biblioteca pubblica che, aperta nel 1747, prese il nome di
Magliabechiana.
[4] Non è l'Istoria, ma i Commentari a
esser divisi in classi, e tuttavia nulla è detto su Landini nel libro V,
bensì nel IV.
Angelo Maria Bandini, Specimen literaturae Florentinae saeculi XV, in quo dum Christophori Landini gesta enarrantur virorum ea aetate doctissimorum in literariam remp. merita status gymnasii Florentini a Landino instaurati et acta academia Platonicae a magno Cosmae excitatae cui idem praeerat, recensentur et illustrantur, omnia ex codd. mss. Laurentianis, Riccardianis, Magliabechianis, Strozianis, Ambrosianis, Medilanensibus et ex archivis publicis eruit digessit, notisque locupletavit, 2 voll., Florentiae: sumptibus Iosephi Rigacci, 1747-1751.
Nella sua monografia su Cristoforo Landini,
Angelo
Maria Bandini, dedica il § III a Francesco Landini che, secondo
l'abero genealogico ivi tracciato era fratello del nonno omonimo di
Cristoforo:

|
§ III Verum quasi Landinorum progenies per viros omni virtutum genere praeditos propaganda esset continuo, in lucem Iacobus emisit Franciscum, qui cum a puero oculis captus esset, Caeci nomen obtinuit (*). Hic itaque ob summam, admirabilemque carmina extemplo fundendi facultatem [1] ab inclyto rege Cypri, et a Venetiarum duce anno circiter mccclx publice Venetiis corona laurea decorari meritus est. In musica vero arte adeo valuit ut pneumatica organa populo undique constuendi, incredibili, et, ut ita dicam, caelesti suavitate pulsaret. [2] (*) In elegia cit. De
suis maioribus, haec de eo Christophorus noster cecinit: [...] [ Gaddius vero in Coroll. Poetic. et tom. I De scriptoribus non ecclesiasticis v. Landinus ait: [...] Vid. Pocciantem et Nigrium in Hist. Flor. Scriptor. Antonium Magliabechium in Notis. I. Marium Crescimbenium, Cl. I. lib. V, et Leopoldum Del Migliore in Flor. Illustrata. [3] Apud Paullum Minium in libello de Florentina nobilitate, Florentiae anno mdxciii [1593] impresso, p. ciii legitur: «Il numero de' poeti fiorentini è tanto grande che io non credo che nazione alcuna l'avanzi» etc.; deinde de laureatis poetis agens subdit: «Il quarto fu Francesco Landini, il quale fiorì nel mccclx, morì nel mcccdxxx coronato in Venezia per mano del re di Cipri. Fu costui gran musico e cieco. onde il Cieco si addimandò»; et pariter p. xcvi inter illustre mathematicos eundem recenset. [4] Denique in bibliotheca
Laurentiana Plut. lxi inest cod. chartac. xli ab Philippo
Villanio exaratus, cum titulo Vita di Dante e del Petrarca, del Boccaccio et
altre opere di fiorentini illustri, et di ms. Stefano Porcari, ubi legitur
Francisci elogium, in hunc modum: [...] [ |
[1] Letteramente: per la sua somma e ammirevole
capacità di comporre canti estemporaneamente. Nulla sappiamo delle
eventuali doti d'improvvisatore di Landini, e nulla ne poteva sapere Bandini
che qui lavora di fantasia. La frase tuttavia fu spesso ripresa e verrà
a far parte della mitologia del compositore.
[2] Delle notizie qui riportate
l'unica inedita è la datazione della cerimonia di Laurea di Landini. Il
«circa 1360» troverebbe conferma nel primo dei tre soggiorni del re
ci Cipro a Venezia, avvenuto nel dicembre 1361.
[3] E' questa la seconda
informazione bibliografica non derivata da
Negri. Si tratta di Firenze città
nobilissima, illustrata da Ferdinando Leopoldo
Del Migliore. Prima, seconda e terza parte del primo libro, Firenze:
nella Stamp. della Stella, 1684 [unico vol. pubblicato].
[4] Discorso
della nobiltà di Firenze e de fiorentini, di Paolo Mini
medico, filosofo, e cittadino fiorentino, Firenze: per Domenico Manzani,
1593.
Le «Novelle letterarie» sono
un monumento del giornalismo erudito settecentesco. Pubblicate per iniziativa
di Giovanni Lami, bibliotecario della Riccardiana di Firenze, uscirono per
quasi trent'anni dal 1740 al 1769, anno della morte di Lami. Teologo,
professore di storia ecclesiastica e consulente del granduca, Lami si proponeva
di dar voce all'erudizione della sua città, dove «forse più
che in ogni altra d'Italia, e si studia e si ha un buono gusto e critica da
dare ad altri, e si stampa originalmente». L'intento era di pubblicare
«in breve foglio volante ogni settimana le notizie di letteratura che la
nostra città e l'altre d'Italia ci somministrano». Le colonne
settimanali recavano una numerazione che ricominciava ogni anno in modo che i
fogli potessero essere rilegat in volume e identificati con l'annata di
pubblicazione.
All'indomani della pubblicazione veneziana delle Vite del
Villani curata da Giammaria Mazzuchelli uscirono una
serie di articoli nelle «Novelle» e alle coll. 363-368 (n. 23, 7
giugno 1748) Lami commenta anche le notizie su Landini.
|
Brescia [1] Continuazione del ragguaglio sopra le Vite degli uomini illustri scritte da Filippo Villani. La vita di Fracesco Cieco si può
illustrare con quanto ne scrive il suo agnato Cristoforo
Questa elegia è colle altre del Landino, intitolate Xandra e che si conservano mss. nella Riccardiana; e questa medesima biblioteca ci somministra qualche saggio delle sue poesie sotto nome di Francesco Organista di Firenze. Questo è codice ms. di quei tempi, cioè d'intorno al 1380, e contiene, oltre a molte altre cose, poesie latine e toscane di questo Francesco, e posso dire che lo stile latino non è inferiore a quello d'altri di que' tempi, come di Coluccio Salutati, del Boccaccio, e dello stesso Francesco Petrarca. Un poemetto così è intitolato «Incipiunt versus Francisci Organistae de Florentia, missi ad dominum Antonium, plebanum de Vado, grammaticae, loycae, rhetoricae optimum instructorem, et factim in laudem loycae Ocham». Eccone il principio: «Vix bone dimidium [... 8 versi ...] turba sevum viso est etc.» [2] Del padre di Francesco che fu Iacopo dipintore, si può vedere quanto ne scrive Giorgio Vasari nel tomo 1 delle Vite de' pittori; Pellegrino Orlandi nel suo Abecedario pittorico; e Filippo Baldinucci nel Decennale IV all'anno 1350, per tacere di altri. Il re di Cipri che coronò Francesco in Venezia sembra essere stato il re Piatro il Grande, il quale fu a Venezia nel 1364 ritornando di Francia, mentre era doge Lorenzo Celsi. Poté seguire quell'anno la coronazione di Francesco, benché il re Pietro fosse a Venezia anche innanzi al 1361, quando era doge Giovanni Delfino; poiché si pone il fiorire di Francesco al 1360 e però nel 1364 sarà stato maggiore il suo grido. L'andata di Francesco Petrarca a Venezia nel 1362 e gli onori che gli furono fatti da quella augusta repubblica, risultanti dal decreto fatto da quel senato e riportato da Paolo Morosini nell'Istoria Veneziana, poterono essere di allettamento ad un altro toscano eccellente, quale era Francesco Cieco, di portarsi a quella dominate; e la sua coronazione poté accadere nelle sontuose feste celebrate in Venezia in occasione della riduzione di Candia all'obbedienza, alle quali in quell'anno si ritrovò pure presente il re di Cipri; e appunto vi era anche il Petrarca, il quale descrive queste feste nell'epistola II del libro IV delle Senili, nulla però parlando della presenza del re di Cipro e della coronazione di Francesco Cieco. |
[1] Luogo di allocazione dell'articolo, presumibilmente derivivato dalla patria di Mazzuchelli.
[2] E' la prima volta che si fa riferimento a questo prezioso codice
della Riccardiana (ms. 688) che conserva alcuni unica politici di
Landini.
Arrighi-Landini, Tempio (1757)
Orazio Arrighi Landini, Il tempio della filosofia, poema di Orazio Arrighi Landini fra gli agiati Dorinio, in cui con accrescimenti e osservazioni del medesimo autore s'illustra il sepolcro d'Isacco Newton con gli argomenti di Leontippo accad. agiato, Venezia: appresso Marco Carnioni in Merceria all'insegna dell'Europa, 1757.
A prefazione del volume è una dedicatoria in versi che il «dottissimo padre don Giuseppe Maria Fioretti, chierico regolare Somasco, e professore di filosofia nel ducale seminario di Castello in Venezia» rivolge all'autore Arrighi-Landini, accennado ai suoi avi:
Ancora assai per lo mondo
diffuse
son le grazie de' tre donde scendete
cui l'ingemmate porte il
Cielo ha schiuse.
Nell'ampia nota 6 a questa dedica l'autore ricorda i «tre» celebri suoi avi fra cui anche Francesco Landini:
|
Il p. d. Giuseppe Maria Fioretti, di cui
avrò occasione di parlare più abbasso, allude qui ai tre Landini
celebri per letteratura, il primo de' quali e il più antico è
quel Francesco Cieco il quale, sotto il principato del serenissimo Lorenzo
Celsi, fu nell' [sic] 136 coronato dell'alloro solennemente in Venezia
per mano del principe medesimo e del serenissimo re di Cipro, e ciò per
la di lui eccellenza nel suono degli organi come si può ricavare
dall'apologia in favor di Dante del chiarissimo Cristoforo
|
[1] Giovanni Degli Agostini (1701-1755) era già morto da due anni, il che fa supporre che questa nota fosse stata scritta molto prima della pubblicazione e non più corretta (ovvero che Arrighi ne ignorasse la morte). L'erudito, bibliotecario in San Francesco della Vigna a Venezia, del lavoro a cui fa cenno Arrighi, pubblicò solo due volumi come: Giovanni Degli Agostini, Notizie istorico-critiche intorno la vita e le opere degli scrittori viniziani, 2 voll., Venezia: presso Simone Occhi, 1752-1754; rist. amast. Bologna: Forni, 1975.
Mehus, Ambrosii Traversarii (1759)
Lorenzo Mehus (1716-1802), bibliotecario della Laurenziana di Firenze, è una delle più straordinarie figure di erudito settecentesco. Il suo lavoro più monumentale fu la pubblicazione del carteggio (già raccolto da Pietro Canneti, 1659-1730) del beato Ambrogio Traversari (1386-1489), generale dei Camaldolesi e in stretta corrispondenza con tutti gli umansti fiorentini del suo tempo. Il vol. in folio di un migliaio di pagine, con ogni lettera minuziosamente annotata, è per quasi la metà preceduto da una storia letteraria del Trecento fiorentino, ampiamente tratta da documentazione inedita, come dettagliatamente riferisce il titolo:
Ambrosii Traversarii, generalis camaldulensium, aliorumque ad ipsum, et ad alios de eodem Ambrosio, latinae epistolae a domno Petro Canneto abbate camalddulensi in libros xxv tributae variorum opera distinctae, et observationibus illustratae. Accedit eiusdem Ambrosii vita in qua historia litteraria Florentina ad anno 1192 usque ad annum 1440. Ex monumentiis potissimum nondum editis deducta est a Laurentio Mehus, etruscae academiae Cortonensis socio, Florentiae: ex typographio Caesareo, 1759.
L'indice analitico della Storia letteraria permette di rintracciare i
vari passi dedicati a Landini («pag. 127 seq., 129, 131, 322 seq.,
348»). Tutte le informazioni sono tratte da un codice del Liber
del
Villani, già lasciato da Gaddi alla
Laurenziana, che Mehus chiama «Gaddiano nunc Mediceo». E' un
apografo completo (oggi lxxxix inf. 23) della I redazione (1382), di cui
Mehus trascrive a p. 323 il capitolo su Landini avendo modo di chiarire i dubbi
di Mazzuchelli (pp. 127-129).
A p. 131 fa cenno al poemetto di Landini in omaggio a Ockham del cod.
Riccardiano (presumibilemente sulla scorta di
Lami, tuttavia annotando «Vide pag.
xxxx Lapi de Castiglionchio, not. 1». Il riferimento è
presumibilmente a:
Epistola o sia ragionamento di messer Lapo da Castiglionchio, celebre giureconsulto del secolo xiv, colla vita del medesimo composta dall'abate Lorenzo Mehus. Si aggiungono alcune lettere di Bernardo suo figliuolo e di Francesco di Alberto suo nipote. Con un'appendice di antichi documenti, Bologna: per Girolamo Corciolani ed eredi Colli a S. Tommaso d'Aquino, 1753.
Quasi 200 pagine dopo (pp. 324-325) Mehus ritorna sul poemetto di Landini citandone alcuni stralci (non citati dal Lami), per poi riferire dell'altro poemetto latino di Landini di quel codice (Quidam terrenis curis magnoque labore) e di un sonetto italiano di cui non sopravvive la musica:
|
p. 325 Pone sunt in eodem codice Riccardiano alia Francisci carmina tali modo: «Item sequuntur alii versus Francisci Organistae de Lorentia». Exordiunt autem: Quidam terrenis curis, magnoque labore [...] Hoc vero in carmine deplorat Franciscus caeca hominum pectora. Sacra namque auri fame coacti brevi in vitae summa spem inchoant longam, nec futuri temporis exitum expectant. Explicit autem: Nos crimen caecum conducit, ventus et orbis [...] Illa itaque duo carmina monumenta sint poeseos latinae, quam colebat Franciscus. Hoc specimen italicae, cui quidem ea florenti aetate se vendidit. Illo namque in Bibliothecae Riccardianae codice sequitur: «Supradicti versus exponantur sonitto inferius hic scriptu». Hi vero in turba sunt dandi, accedantque quasi cumulos ad illos, qui a cl. viro Leone Allatio, aliisque sunt aut producti, aut versati. A fianco una trascrizione che tenta di ovviare ai numerosi errori di metro e senso (non so se dell'originale o del Mehus).
|
Infine alle pp. 347-348 Landini è citato come «magnus musicus et in canticis organicis illustris» in un elenco di fiorentini illustri tratti da un ms. compilato da tal «Lorenzo, rettore della chiese di San Michele a Castello».
Quasi sintesi dell'interesse erudito settecentesco per Francesco
Landini, la monumentale Storia della letteratura italiana di
Girolamo
Tiraboschi, dedica una non trascurabile doppia pagina del suo V volume,
dedicato al Trecento. (pp. 564-565 della II ed. modenese).
Storia della letteratura
italiana di Girolamo Tiraboschi della
Compagnia di Gesu bibliotecario del serenissimo Duca di Modena , 10 voll.
in 13 tt., Modena: presso la Società Tipografica, 1772-1782.
rist. in 18 tt., Firenze 1774-1782
rist. in 13 tt., Roma: per Luigi
Perego Salvioni stampator vaticano nella Sapienza, 1782-1797
«Seconda edizione modenese riveduta corretta ed accresciuta
dall'autore», 16 tt., Modena: presso la Società Tipografica,
1787-1794.
in 20 tt., Firenze: presso Molini, Landi, e C.o,
1805-1813.
in 16 tt., Milano: aalla Società tipografica de'
classici italiani, 1822-1826 rist. amast. [Frankfurt am Main]: Minerva,
1972.
in 27 tt., Venezia: a spese di Giuseppe Antonelli, tipografia
Molinari, 1823-1825.
in 30 tt., Milano: per Antonio Fontana,
1826-1829.
|
XV. Due altri poeti ebbe verso la fine di
questo secolo la città di Firenze, i quali, benché vivessero in
tempo a poter conoscere il Petrarca, non troviamo però che con lui
avessero relazione alcuna. Il primo fu Francesco figliuol di Jacopo pittore, e
della famiglia de' Landini, come affermano costantemente gli scrittori
fiorentini, e come confermasi da Cristoforo Landino, celebre commentatore di
Dante nel secolo XV, il quale in lode di Francesco scrisse un'elegia già
pubblicata in parte dal dott. |
[testo]
Vincenzo Lancetti, Memorie intorno ai poeti laureati d'ogni tempo e d'ogni nazione, Milano: Manzoni, 1839.
E' uno degli ultimissimi lavori di Lancetti (1767-1840) che testimonia della passione per i libri che lo coinvolse negli ultimi anni di vita, quando da liberale e filofrancese, tornato in Lombardia il governo austriaco non abbe più modo di far politica.
|
Landini Francesco anno 1364 Per qual ragione questo fiorentino Landini
venisse anche chiamato Gaeta, come avvertono Jacopo
|
[1] Lettere di Apostolo Zeno, cittadino
veneziano, istorico e poeta cesareo, nelle quali si contengono molte notizie
attenenti all'istoria letteraria de' suoi tempi e si ragiona di libri,
d'iscrizioni, di medaglie e d' ogni genere d' erudita antichità, 3
voll., Venezia Pietro Valvasense, 1752. Nel ricchissimo carteggio di Zeno non
si parla mai di Landini, se non nel passo derivato scorrettamente da Gaddi per
ricordare Gabriel Landini. Il passo è il solito dal De
scriptoribus dove tuttavia «Franciscus Poeta Laureatus»
è trascritto «Franciscus Gaeta Laureatus». L'errore, dello
Zeno o del suo stampatore, non è certo in Gaddi che Lancetti non deve
aver consultato e gli attribuisce per estensione.
[2] Non Lanzi ma
Lami.
Guasti, Della sepoltura (1856)
Cesare Guasti (Prato 1822 - Firenze 1889), prima archivista all'Opera di S. Maria del Fiore poi direttore all'Archivio di Stato, fu erudito e poligrafo. La storia letteraria lo ricorda per aver compilato, su designazione dell'Accademia della Crusca, i primi 5 volumi del Vocabolario della lingua italiana.
Fu testimone del 1855 del ritrovamento a Prato del marmo funerario che copriva la tomba di Landini in Santa Maria del Fiore a Firenze, e si prodigò perché fosse riportata nel suo luogo originario. Ne scrisse in una lettera-articolo nel primo numero dell'«Antologia contemporanea» (1856), che fu ripubblicato in due edizioni di suoi scritti di carattere letterario-artistico:
Cesare Guasti, Opuscoli concernenti alle arti del disegno e ad alcuni artefici, Firenze: Le Monnier, 1859.
Cesare Guasti, Belle arti: opuscoli descrittivi e biografici, Firenze: Sansoni, 1874.
Dopo la sua morte l'intera sua opera fu pubblicata in 7 volumi:
Cesare Guasti,
Opere, 7 voll. in 9 tt., Prato: Stefano Belli (i), 1894; Tip. Vestri
(ii-vi), 1895-1902; Firenze: Libr. Ed. Fio-rentina (vii), 1912.
1.
Scritti storici, 1894
2. Biografie, 1895
3. Rapporti e
elogi accademici, [2 t.] 1896
4. Scritti d'arte, 1897
5.
Letteratura, storia, critica, [2 t.] 1898-1899
6. Iscrizioni e versi,
1902
7. Dal carteggio, 1912
L'articolo del 1856 viene quindi di nuovo ristampato nel 1859 e, dopo la la lapide di Landini fu trasferita, nel 1897 (IV volume, pp. 139-146) con alcune note aggiunte. E' la versione qui riprodotta:
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Della sepoltura di Francesco Cieco de' Landini, musico eccellentissimo, ritrovata in Prato A Francesco Frediani [1] de' Minori Osservanti in Napoli (*)
I. Se dopo due anni da che, abbandonata la
vostra cara celletta di San Domenico,
[2] menate piacevolmente i
giorni presso al mare, cui parmi che possiate cantare col Pindemonte
«Sempre fu questo mar pieno d'incanti»; se dopo due anni vengo a
parlarvi di quella città che si può chiamare la vostra patria, e
tento di ricondurvi a quel chiostro che de' comuni studi fu testimone e
dell'amicizia che da tre lustri ci lega, forse avverrà che me ne
dobbiate ringraziare; imperocché il vostro cuore così affettuoso
deve tornar volentieri come alla memoria dei vecchi amici, così ai
luoghi dell'antica consuetudine e tanto più che potete far questo
senza staccarvi dai nuovi amici di Napoli a cui le toscane lettere e il colto
ingegno e lo schietto animo vi han reso carissimo. (*)
Pubblicata nell'«Antologia contemporanea» di Napoli, Anno I, n. 1,
1855. [5] [1] Francesco Frediani (Pruno, Pietrasanta
1804 - Marano, Napoli 1856), minore osservante, letterato e professore di sacra
eloquenza. Fu amico di Guasti che a lui si rivolge per metterlo al corrente del
ritrovamento del marmo funerario di Landini. II. Or voi sapete come fra i marmi mortuari, nel chiostro del vostro convento di Prato, si apre una spaziosa stanza che i Domenicani, antichi ospiti, tennero ad uso di capitolo, e fu recentemente conversa in devota cappella. A piè dell'arco che dà ingresso a questa stanza vedevasi pochi anni sono una gran lastra di marmo murata nel pavimento, ricca d'un orlo finamente composto di marmi commessi, e scolpita di un'arme e di un'iscrizione, in parte consunte. Non era però difficile supplire l'iscrizione, giacché monsignor Angelo Fabroni nella Storia dell'università pisana (1) l'aveva pubblicata nella sua integrità: o sia che la potesse ricavare da un antico manoscritto, o sia che sessant'anni addietro fosse meglio da legger nel marmo. E l'iscrizione diceva così: bernardo tornio floren. arti. et medi. professori ac comiti cviq. patria multor. civivm salv. debet sepvl. posvit hieroni. frater in lucem venit xxvi. novem. mcccclii. op.[?] avtem aprilis mcccclxxxxvii Lo stesso Fabroni ha largamente parlato di Bernardo Torni fra i professori che nel secolo decimoquinto insegnarono filosofia e medicina nello studio pisano (2). La Biblioteca Laurenziana conserva un suo opuscolo: De cibis quadragesimalibus et de valetudine curanda, dedicato nel 1490 a Giovanni de' Medici, che fu poi Leone X, donde si rileva: «Laurentium mediceam fuisse sibi principem ad instrediendum medicorum studiorum rationem». Scrisse pure un libro per mostrare che la medicina vuolsi anteporre alla giurisprudenza, ribattendo una contraria opinione di Coluccio Salutati. Ma di più di tutto questo fa al proposito nostro il conoscere come essendosi trasferito a Prato per la terza volta lo tudio pisano nell'ottobre del 1493 (di che fu cagione l'aver Pisa scosso il giogo de' fiorentini), quivi venisse a leggere con gli altri professori anco il Torni. Il quale dopo sedici mesi, quantunque in età ancor verde, mancò ai vivi nella terra ospitale, ché nel chiostro di San Domenico, come luogo molto onorato, gli concedette il sepolcro. Per lo che gravemente erra lo Scarmagli, editore delle lettere Aliottiane (3), quando nel parlare di Girolamo Torni asserisce che questi eresse al fratello Bernardo un monumento sepolcrale nella chiesa de' Domenicani, o sia di Santa Caterina di Pisa, errore seguito ciecamente dal canonico Moreni nella Continuazione alle memorie istoriche del Cianfogni intorno alla fiorentina basilica Laurenziana (4). (1)
Historia Academiae Pisanae, auctore Angelo Fabronio eiusdem
academiae curatore, Pisis 1791, vol. I, pag. 292-95. [1] Nota postuma aggiunta dal curatore che
rivela l'origine del cognome di Torni dalla professione del padre. Di Torni
parla diffusamente anche III.
Fece lo scultore un tabernacolo gotico, sotto al quale sta una figura d'uomo che vive: pensiero pieno di conforto e che ben si addice a una religione che nella morte si considera non un termine della esistenza, ma un dolce sonno del corpo che aspetta a destarsi il ritorno della campagna immortale. Posa il capo dell'uomo sovra un origliere [2] damascato; e come dal cappuccio la testa, così da un'ampia cappa è avvolta la persona: tiene con la sinistra un piccolo strumento formato di canne decrescenti e disposte in tre ordini, a foggia d'organo; alle quali va unita una tastiera che la destra mano fa atto di toccare. La parte superiore o frontispizio del tabernacolo è tutta traforata, come richiede la maniera gotica; ma nel luogo della rosta quadrilobata è uno stemma, di cui, per essere fatto di commesso, non rimane oggi che un frammento: basta per altro a farci conoscere che sei monti disposti piramidalmente erano gran parte dell'arme (2). Due angioletti che spiccano di un più alto rilievo, riempiono i due spazi laterali del frontispizio: quello a sinistra suona la viola, e l'altro tocca il liuto; notevoli amendue per grazia d'espressione. Tutta quest'opera fu chiusa dall'artefice dentro un bel fregio, largo circa quattro soldi, e lavorato d'intarsio; al quale toccò a sentire maggior danno, perché mentre la scultura fu condannata a star nascosta, il fregio venne a far parte del nuovo monumento. Ricorre pure per i quattro lati la seguente iscrizione:
luminibus captus (1) E'
braccia 2 e soldi 13. [4] [1] Un braccio fiorentino, costituito da
20 soldi, misura circa 60 cm (58,3626), per cui la lapide misura ca. 2 metri e
68,5 cm per 1 metro e 13,8 cm. IV. Anche senza l'iscrizione, l'industria dell'artefice sarebbe bastata a mostrarci che l'uomo rappresentato nel marmo fu cieco; come lo strumento ch'egli tiene in mano avrebbe dato luogo ad una molto probabile congettura sul nome e sul tempo. Ma la iscrizione ci leva da ogni dubbiezza. Questi è Francesco Landini, nato di quell'Iacopo da Casentino dipintore che fu de' migliori giotteschi, e fratello dell'avolo di Cristoforo Landino, commentatore della Divina commedia. [...] [1] Così di lui parlò Filippo Villano contemporaneo (1); e molti scrittori o riportarono le sue parole, o di nuove lodi proseguirono il cieco portentoso. Fra questi, Cristoforo suo bisnipote lo disse non idotto in filosofia, non indotto in astrologia, ma in musica dottissimo (2). Circa al tempo della morte di Francesco cieco, variamente hanno errato gli scrittori: ricordo il Mini (3) che lo dice morto nel 1380; o il Villani, che lo fa nel '90. L'iscrizione non lascia più dubitare (4). Sono però tutti concordi circa al luogo della sepoltura. Il Villani scrive: «Et è nel mezzo della chiesa di San Lorenzo di Firnze seppellito» (5). E Cristoforo Landino, dopo essersi molto diffuso nelle lodi di questo suo antenato: Quin et
marmoreo moriens donare sepulcra, Nei quali versi accenna il poeta alla costruzione del nuovo tempio di San Lorenzo, innalzato, com'è noto, da Giovanni principalmente e da Cosimo e Lorenzo de Medici, con i disegno del Brunellesco. Stando al Cianfagni e al Moreni suo laborioso continuatore, si avrebbero i principii della chiesa Laurenziana nel 1421; ma è certo che nel 1410 era sempre in piedi la vecchia chiesa, non demolita prima del '44. Se in questa demolizione fosse levata eziandio la sepoltura di Francesco cieco, non è certo; ma è certo che quando Cristoforo, vivente Cosimo il vecchio, dettava questi versi, il monumento esisteva: Tunc livet
aurato niteant laqueoria tecto (1)
Filippi Villani, De origine civitatis Florentiae et eiusdem famosis
civibus. Io lo reco in volgare secondo un codice Laurenziano che fu
adoperato dal [1] Riprodotto il testo di
V. Ma prima del millecinquecento quel sepolcro fu violato, e fu cacciata di San Lorenzo l'immagine di Francesco landini; neppure un secolo dopo la sua morte, e sotto gli occhi del dotto nipote che andava tuttavia confortandone la memoria co' versi. Che poco rimanesse alla luce questa scultura me lo fa eziandio credere il vederla conservatissima, e non priva di quella candidezza che il marmo ha naturalmente: ma pare incredibile che né la fama dell'uomo rappresentato, né la bontà dello scalpello bastassero a procurarle una miglior fortuna. Pur, meno male che si sottrasse, poiché vien pure il giorno che: Quidquid sub terra est in apricum proferet aetas. [1] Così è avvenuto di questa scultura. Sulla quale parmi di poter congetturare che Girolamo Torni la ottenesse non prima del 1508, quando fu ascritto fra i canonici di San Lorenzo. Uomo peravventura dotto, come lo mostra l'essere stato vicario generale delle diocesi di Firenze, Fiesole e Arezzo, ma forse incurioso delle arti gentili, non ebbe il Torni verun riguardo al nome di Francesco musico, e all'opera dell'artefice: e però, veduta sana e bella la lapide, la fece polire per di dietro, e fornitala con le armi gentilizie e l'epigrafe di Bernardo Torni, destinolla a coprire l'ossa fraterne nel chiostro de' Domenicani di Prato. Ma poiché la buona ventura avea fatto che dopo tre secoli e mezzo tornasse a rivedere la luce del giorno un'opera insigne per arte e memorie, io non trovo degno di approvazione il pensiero dei vostri Francescani che fatta trascrivere in un brevissimo marmo la epigrafe del Torni hanno rimurato nel nuovo pavimento dell'antico Capitolo la immagine di Francesco Landini, le cui ossa riposano ancora in Firenze sotto le volte della basilica Laurenziana. [2] Quivi era piuttosto da ricollocare il monumento; e quel Clero che tuttavia fiorisce d'uomini colti, lieto di recuperare una bella scultura e insieme una illustre ricordanza fiorentina, avrebbe volentieri pensato a ricoprire il sepolcro di Bernardo Torni con un marmo onorevole. Questo farete voi, come vi piaccia ricondurvi al vostro convento di San Domenico (1); a quel chiostro di dolce memoria nel quale un giorno saran congiunti dall'amicizia gli animi nostri, e un giorno forse saranno ricongiunte dalla morte le nostre ossa, accanto a quelle de' comuni e de' mioei cari parenti, Intanto, dum spiritus reges artus
Di Prato, l'autunno del 1855. (1)
Quel giorno non venne: il buon Frediani, non un anno dopo, moriva a Marano
presso Napoli. [Venne bensì grazie a questa prima notizia data
dal Guasti e merché le cure dell'erudito musicista prof. R. Gandolfi, il
giorno del rintegramento di quella memoria a Francesco Landini in San Lorenzo;
dove, nella cappella Ginori, è fin dal '90 restituita la lapide
indebitamente trasmigrata al chiostro pratese. Vedansi, del prof.
[1] Tutto ciò che è
sottoterra il tempo lo porterà alla luce (Flacco,
Epistule, I.6, v. 24). |
Gandolfi, Una riparazione (1888)
Riccardo (Cristoforo Daniele Diomede) Gandolfi (Voghera 1839 - Firenze
1920), compositore e musicologo, nonché membro del Regio istituto
musicale di Firenze (prima consigliere e censore, poi bibliotecario dal 1899 al
1912), fu colui che più di altri sollecitò il trasferimento della
lapide funeraria di Landini da Prato alla chiesa di
San Lorenzo a
Firenze.
Il suo discorso per trasferire la tomba di Landini, tenuto presso il
Regio istituto fu pubblicato sia negli atti che sulle pagine della
«Rassegna Nazionale». Il testo, dopo alcune premesse che recuperano
le notizie offerte da
Guasti, mostra in poco
più di due pagine (sulle 12 complessive dell'articolo) quale immagine si
poteva avere a fine Ottocento di Landini e del Trecento musicale. Il testo si
conclude con la proposta di affiancare alla ricollocata tomba una lapide
commemorativa di Francesco Corteccia, Luca Bati e Marco da Gagliano,
compositori operanti fral Cinque-Seicento a San Lorenzo.
Riccardo Gandolfi, Una riparazione a proposito di Francesco Landini, in Atti dell'Accademia del R. Istituto musicale di Firenze, anno XXVI, Firenze: Galletti e Cocci, 1888; rist. in «Rassegna nazionale», vol. 44, anno X (1888), p. 538-549.
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[pp. 542-544] Le rare pagine di musica composte da Francesce Landino, che per fortuna rimangono, ci mettono in grado di giudicare come non fossero esagerate le lodi e le onoranze ad esso tributate. Paragonandole con le grossolane produzioni dei musicisti appartenenti ai secoli XII e XIII, vi riconosciamo un progresso indiscutibile, poiché non si tratta più di quello informi riunioni di rozze cantilene simultanee, prive di qualunque ritmo regolare, nelle quali la tonalità era vaga ed incerta e l'armonia, incredibile a dirsi, procedeva per intervalli di quarte, quinte, ottave e persino di seconde e settimo maggiori, como si rileva da un triplum di corto maestro famoso del Duecento, conosciuto sotto il pseudonimo di Aristotile. [1] Nei lavori' del nostro organista, checi
offrono melodie chiare e naturali, si riscontra il principio tonale affermato
costante in tutto il componimento, e la disposizione delle parti, abbastanza
regolare e ordinata, è quasi scevra da quelle intollerabili false
relazioni di quarte, quinte e ottave consecutive per moto retto, pervenute al
discanto da un'arte ancor più barbara, dalla diafonia. A questo
aggiunnasi che vi si trova già introdotto l'impiego delle dissonanze,
preparate e risolute secondo precetti razionati, col mezzo delle sincopi o
legature; e taluno crede perfino cito la canzone itqliana a tre voci del
Landino, pubblicata dal Simili pregi appartengono certamente ad un'arte più avanzata di quella posseduta dai trecentisti, e tali innovazioni se, dopo cinque secoli di incessanti perfezionamenti, sembrano a noi di poca inportanza, si devono considerare per quei tempi tentativi arditi, possibili solo ad un genio crcatore, e rappresentano gli incunaboli di un'arte veramente nuova. Nella musica dell'insigne maestro si palesa nettamente pronunziato l'istinto mclodico, e nelle canzoni raccolte nel famoso codice della Laurenziana, [2] più dell'artifizio cantrappuntistico, emerse appunto una certa ingenuità di melodia che ne costituisce il merito principale, basata in gran parte sulla vocalizzazione, distintivo caratteristico della musica italiana. L'eccellenza dell'esecutore non era nel Landino da meno di quella del compositore, ed egli suonava benissimo, oltre l'organo, altri strumenti a fiato ed a corda, specialmente la ribeba o robeba. Sappiamo, inoltre, coma scrive con frase felice e ardita il Villani, «che egli compose per l'industrie della monte sua instrumenti musici», o si dice, infatti, che iventò uno strumento chiamato serena, dal quale traeva un suono dolce e soave: peritissimo nella costruzione degli organi, era capace di smontarne uno fino ull'ultima canna e accomodatolo rimontarlo. I ben vero che il nome di Francesco
Landino, tanto celebrato ai suoi giorni, non percorse i secoli accompagnato da
fama pari a quella dei nomi di altri valenti musicisti del Trecento, come ad
esempio, Altra ragione, che impedì al maestro
fiorentino di ottenere presso i posteri maggiore notorietà, credo si
possa ascrivere al non aver esso potuto fondare, come il belga
I prodigiosi conati di quest'uomo
eccezionale esercitarono un'azione limitata per effetto della poca
considerazione elio godeva nel Medio Evo la musica profana e libera, non
pregiandosi che la sacra e speculativa. Cionondimeno, le opere del cieco
organista non ebbero un successo tanto effimero, poiché quasi un secolo
dopo la sua morte, il celebre
[1] L'unico compositore che ha avuto
questo soprannome è Magister Lambertus (seconda metà del XIII
sec.), il cui Tractatus de musica era stato erroneamente attribuito da
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Li Gotti, Memorie (1946)
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Una pretesa incoronazione di Francesco Landini Era forse l'ora sesta del 4 giugno 1364. Francesco Petrarca si stava alla finestra della sua casa veneziana sopra la riva degli Schiavoni e, conversando con l'ospite suo di quella stagione, l'arcivescovo di Patrasso, di tanto in tanto volgeva lo sguardo sull'ampia distesa del mare e taceva. Ed ecco, all'improvviso, avvicinarsi una di quelle lunghe navi che si chiamano galere ed avviarsi frettolosamente, a forza di remi, verso l'imboccatura del porto. A quella vista inattesa il discorso fu troncato a mezzo e la curiosità indusse i due uomini a ragguardare con maggiore attenzione: le vele gonfie, l'agitazione dei marinai sulla coperta, le bandiere sventolate frammezzo a rami verdeggianti e, dalla torre più alta della città, il segnale per l'arrivo di una nave forestiera, fecero accorrere da tutte le parti i cittadini. Fattasi però da presso la nave e scorte appese alla poppa le bandiere nemiche, si comprese chiaramente trattarsi di un annunzio di vittoria: la vittoria (si seppe più tardi) dei veneziani sui cretesi, che si risolse con la rapida e quasi incruenta conquista di quell'isola. Dopo qualche giorno incominciarono le feste : dopo (s'intende) una solenne processione di ringraziamento al protettore della città, S. Marco. Furono dice il Petrarca con la sua piacevole e abbondante eloquenza le più solenni feste di cui uomo abbia serbato memoria; tanto più degne di ricordo in quanto non degenerarono mai, come al solito accadeva per manifestazioni consimili, in tumulti, disordini e risse. Per molti giorni la magnificenza ed il fasto regnarono nella città, ed alla fine tante e sì svariate solennità furono concluse da due spettacoli adatti per il popolo: una corsa di cavalli e una giostra, nella piazza della basilica, nel cui loggiato prese posto il doge circondato da largo stuolo di magnati. Anche il Petrarca fu invitata ogni giorno ma, per eccesso di modestia, non volle sedere alla destra del signore più di due volte. Avrebbe preferito forse il palco di legno posticcio, situato sulla destra della piazza, nel quale quattrocento tra le più elette gentildonne venete facevano continuata mostra dei loro ornamenti e delle loro bellezze? Non sappiamo; comunque il poeta, pur fra tanta minuzia di particolari circa i festeggiamenti, non parla affatto di una certa gara di cui sarebbe stato non soltanto spettatore ma, stando ad alcuni scrittori, giudice autorevole: voglio dire della gara per l'alloro poetico e per quello musicale cui avrebbe partecipato, tra gli altri, venendo da Firenze, il più celebrato fra i musicisti italiani del nostro '300: Francesco Landini. Qui bisogna procedere per gradi e render
conto dei fatti. Innanzi tutto le più abbondanti notizie circa il
Landini ci sono offerte da Filippo Stando dunque al Villani, il Landini
sarebbe stato il più eccellente organista del tempo suo «ex quo
factum est, musicorum consensu omnium eidem artis palrnam concedentium, ut
Venetiis ab illustrissimo ac nobilissimo Cyprorum Rege (*) publice, ut poetis
et Caesaribus mos est, laurea donaretur (**)»: il che vuol dire (se ben
intendo il latino del biografo trecentista) ch'egli ebbe l'alloro in una gara
musicale, e precisamente in qualità di organista. A parte la stranezza
del fatto che, fra tanti letterati contemporanei né Coluccio
Salutati che raccomandò con molta lode il nostro musico al vescovo di
Firenze, [1] né
Franco Sacchetti che gli fu amico almeno dal 1366,
[2] né
Riaffiorato il Villani nel '700 dopo un
oblìo di oltre tre secoli, e venuto il suo Liber nelle mani di un
giornalista erudito, il Il Lami però, con tutti i suoi
condizionali e con l'accenno al silenzio del Petrarca, era molto più
esatto del Ma gli uomini non vivono che di ipotesi che dopo un certo lasso di tempo diventano, per le mani di gente poco scrupolosa, certezza e lasciano lo spiraglio a nuove supposizioni. Il Winterfeld pertanto, nella sua monografia su Giovanni Gabrieli e il suo tempo (Berlino, 1834, vol. I, pag. 23), ripetendo quanto già sappiamo aggiungeva: Rimane purtroppo dubbio se l'onore conferitogli non fosse piuttosto un premio per le sue lodi di poeta parimenti famose, poichè in ciò le fonti discordano, sebbene tutti lo citino come musico e poeta. Intorno allo stesso tempo Francesco da Pesaro è nominato successore del maestro Zucchetto nell'ufficio di organista nella basilica di S. Marco; tuttavia, eccettuata la notizia che egli coprì tale posto dal 10 aprile 1337 al 1368, non ci è segnalato niente su di lui, tanto che non ne conosciamo nemmeno il cognome. Bastava questo dubbio, di cui intuiamo la provenienza dall'accenno ai carmina landiniani che fa il Bancíini (e il Bandini è infatti l'unico autore citato), per offrire il destro di nuove possibili cottgetture a fantasie più sbrigative e ad ingegni meno scrupolosi di storici, particolarmente di storici municipali, accesi di sacro entusiasmo nella lode campanilistica dei propri campioni. E così avvenne, nei riguardi del Landini, che Filippo Villani trovò a distanza di circa cinque secoli, in Venezia, il suo maestro. Un singolare e solennissimo avvenimento scrive Francesco Caffi, a pagg. 26-27 del I volume della sua Storia della musica sacra nella già cappella di S. Marco, Venezia, Antonelli, 1854 ebbe poi luogo in Venezia e mostrò che l'organista di Venezia era il primo. Era costui Francesco da Pesaro, successore, il 10 aprile 1336 (sic!) di maestro Zucchetto; doge era Lorenzo Celsi che il Petrarca chiama vir vere celsus, e si facevano feste per il recuperamento di Candia. Accorrevano tutti alle feste e alle giostre, cui partecipavano il re di Cipro, l'arciduca d'Austria. Ci veniva anche il Landino per farsi ammirare come poeta e organista; egli andava in giro dove c'erano feste. Verseggiò in presenza dì Francesco Petrarca, suonò gli organi nella cappella ducale in confronto del da Pesaro, e tutto ciò in cospetto del doge Celsi, del re di Cipro e del duca d'Austria, nonchè di un immenso mondo là raccolto. Potè però ottenere la corona d'alloro di poeta, non di organista che toccò al da Pesaro. Ogni commento guasterebbe! Non sappiamo chi sia più buffo, se il Landini che va in giro dove ci sono feste, come un qualsiasi giullare; o il Petrarca che di fronte a tanto pubblico favoreggia un compatriota per conservargli, almeno contro l'agguerrito rivale, l'alloro di poeta. Avevano ragione dunque il Wesselofsky [5] prima e il Guerri [6] poi (specialmente quest'ultimo) a dubitare di tanto ingegnosa favola; ma non è difficile trovare ancor oggi studiosi autorevoli (il Roberti e il van de Borren, ad esempio) disposti ad una ingenua credenza. Chi volesse consultare, non dico una delle più recenti e più ampie storie della musica, ma persino la fondamentale monografia landiniana dell'Ellinwood, [7] troverebbe tra altre notizie di cui vorremmo chiedere conto all'autore (per es., che Francesco sarebbe nato a Fiesole nei 1325 ed avrebbe studiato, qualche tempo prima del 1351, sotto Jacopo da Bologna e Giovanni da Cascia, col quale ultimo avrebbe ingaggiato un duello artistico), anche quella, data ormai come acquisita, di cui abbiamo fatto la storia: che cioè «nel 1364 Francesco fu incoronato a Venezia, in occasione d'ma festa per la sconfitta dei ribelli di Candia, e Petrarca fu membro della giuria». È un dato ormai certo che ci spiace di dovere inficiare, come tante altre romanticherie. Ma, per buona pace dei posteri e degli storici municipali, il Landini, a parer nostro, resta grande con la corona musicale o senza. (***) (*) Il
Villani lascia in bianco lo spazio per il nome del re di Cipro. Riferiva egli
dunque una diceria? [1] |
Antonio Lanza pubblicò nel 1971 una prima versione delle sue
Polemiche e berte in cui affrontava con dovizia di documentazione gli
scontri letterari intercorsi fra i primi umanisti fiorentini. Un intero
illuminante capitolo (VI) è dedicato ai Versus in laudem loyce
Ocham di
Landini. Una puntuale riscrittura del
volume apparve quasi vent'anni dopo, permettendo di perfezionare e confermare
le ipotesi solo suggerite nella prima edizione.
Antonio Lanza, Polemiche e berte letterarie nella Firenze del primo Rinascimento (1375-1449), Roma: Bulzoni, 1971; II ed. «completamente rifatta» ibidem 1989.
Nel capitolo, dopo una premessa biografica (§ 1), introdotta da un
riferimento alla ballata
Mostrommi amor,
Lanza offre una preziosa panoramica di citazioni, sulla fortuna di Landini
(§ 2). Oltre a
Villani,
Gherardi e Christoforo
Landino, si citano
Jacopo da Montepulciano, nonché
Cino
Rinuccini e Coluccio
Salutati. Segue l'identificazione di Niccoli quale
destinatario dell'invettiva landiniana: le pagine sono qui allegate in
Pdf.
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Fra i principali codici di
ars nova italiana, cinque
accolgono in numero significativo opere di Landini:
[1]
I-Fl, Mediceo Palatino 87 (Codice Squarcialupi)
[2] I-Fn, Panciatichiano
26
[3] GB-Lbm, Add. Ms. 29987
[4] F-Pn, Fonds fr. nouv. acqu. 6771
(Codice Reina)
[5] F-Pn, Fonds ital. 568
L'opera musicale di Landini è stata pubblicata tre volte:
[E] The Works of Francesco Landini, a cura di Leonard Ellinwood, Cambridge (MA) 1939; II ed. 1945; rist. anast. della II ed. 1970.
[W] Der Squarcialupi-Codex. Pal. 87 der Biblioteca medicea laurenziana zu Florenz, a cura di Johannes Wolf, Lippstadt 1955.
[S] The Works of Francesco Landini, a cura di Leo Schrade, Monaco 1958 (Polyphonic music of the fourteenth century, IV); rist. anast. 1974; nuova ed. in 2 voll. a cura di Kurt von Fischer, 1982.
Unica è l'edizione di riferimento dei testi:
[C] Poesie musicali del Trecento, a cura di Giuseppe Corsi, Bologna 1970, pp. 127-237.
Musica son che mi dolgo (madrigale triplo a 3 voci)
Sì dolce non sonò [123v-124r]*
Gentil aspetto in cui la mente mia [133r]*
Ecco la primavera (ballata a 2 voci)
Duolsi la vita (ballata a due voci)
Contemplar le gran cose [153r]*