Inno
L'Inno è un canto strofico, con metro poetico, che è venuto ad arricchire il repertorio liturgico romano a partire dal III secolo. Se i salmi sono i canti di tradizione ebraica in prosa e tradizionalmente cantillati gli inni sono i canti nuovi cristiani, in versi, intonati su una melodia semplice e sillabica.
Ha un ruolo fisso nella liturgia delle ore, ma occasionalmente lo si trova nella messa.
Veni creator spiritus
Usato da Mahler nell'VIII sinfonia, Veni creator spiritus si canta ai Vespri e nell'ora Terza dell'ottava di Pentecoste, ma può essere cantato durante celebrazioni solenni (elezioni pontificie, ordinazioni di sacerdoti, dedicazioni di chiese, incoronazioni, sinodi, concili, etc.).
Attribuito a volte a
Rabano Mauro (
856) a volte a Carlo Magno e altri, prevede sei quartine (in
dimetri giambici)
cantate sulla stessa melodia.
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La parola inno ricorre nei primi secoli del cristianesimo, ma almeno fino al VI secolo identifica un semplice canto rivolto a Dio. L'inno modernamente inteso veniva detto anche carmen.
Proprio perché testo nuovo e poetico, l'inno ebbe vita difficile,
soprattutto all'inizio. Sono numerosi gli editti che vietano il canto di inni o
viceversa le condanne a chi li vietasse. La loro immediatezza soprattutto
musicale li ha resi però apprezzabili soprattutto da alcuni ordini
monastici che inserirono canti innodici nella liturgia delle Ore. Sarà
l'innario di
San
Benedetto (480-547) ad essere accolto dalla chiesa di Roma nel X secolo.
I primi autori di inni sono
Ilario di Poitiers
( 367) e
Sant'Efrem (306-373), ma la figura più rappresentativa rimane
Sant'Ambrogio (
397) la cui produzione innodica ebbe tale successo da stabilire le
caratteristiche del genere. Un suo celebre inno Veni redemptor
gentium sarà modello formale di un gran numero di inni (fra
cui anche Veni creator spiritus) detti pertanto 'inni ambrosiani'.
Veni redemptor gentium
Fra i pochi certamente scritti d Sant'Ambrogio (lo stesso Sant'Agostino gliene attribuisce la paternità), si canta nella liturgia delle Ore nella quarta ottava d'Avvento.
Malgrado l'inno sia strutturato su un metro latino (dimetro giambico) di fatto cerca di far conincidere le quantità lunghe con gli accenti tonici. È un segnale della trasformazione della sensibilità ritmica.
Proprio in riferimento a questa prerogativa del teso l'inno è proposto in due esecuzioni «quella tradizionale ... e un'altra che distingue note lunghe e brevi corrispondenti alle sillabe di sistegno. Tale prassiè indicata esplicitamente in vari codici, ma non sempre in modo coerente» [Baroffio].
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da: Gustave Reese, La musica nel medioevo [1940], Firenze: Sansoni, 1980, pp. 128-130
Gli inni di Ambrogio
Come il valoroso vescovo [Sant'Ambrogio], mentre era impegnato in una terribile lotta con l'imperatrice Giustina e i suoi seguaci della setta eretica degli ariani, introducesse a Milano il costume siriaco di cantare inni per tenere alti gli spiriti, dei suoi adepti cattolici, ci è raccontato dal contemporaneo, più giovane di lui, Sant'Agostino:
Era un anno, o non molto di più, dacché Giustina, madre dell'imperatore fanciullo Valentiniano, perseguitava il Tuo servo Ambrogio, per amore della sua eresia, alla quale era stata attirata dagli Ariani. Il popolo accampava nella chiesa, pronto a morire col suo vescovo, e servo Tuo ...
In quella occasione si stabilì di cantare degli inni e dei salmi, secondo l'usanza delle regioni orientali, affinché il popolo non si lasciasse prendere da scoraggiamento; da quel tempo l'uso venne mantenuto, fino ai giorni nostri. Molti, quasi tutti i tuoi fedeli lo hanno imitato negli altri paesi della terra. [Confessioni, IX, 7]
Sant'Ambrogio definisce così la natura dell'inno:
Canto con la lode del Signore. Se voi celebrate il Signore, e non cantate voi non proferite un inno. Se voi cantate e non celebrate il Signore, non proferite un inno. Se voi celebrate qualche cosa che non pertiene alla lode del Signore, e se la celebrate col canto, voi non proferite un inno. Un inno, dunque, ha queste tre cose: e canto, e lode, e il Signore.
Dei molti testi di inni la cui paternità è stata attribuita al Santo soltanto quattro sono oggi generalmente accettati come autentici. Essi sono: Aeterne rerum Conditor; Deus Creator omnium; Iam surgit hora tertia; e Veni Redemptor gentium ...
Niente di preciso si sa delle melodie che furono in origine applicate agli inni di Sant'Ambrogio, se fossero composte da lui o adattate da musica precedente. Poiché gli inni erano destinati all'uso dei fedeli, sembra logico supporre che la loro melodia fosse semplice e sillabica. Dalla definizione agostiniana del piede giambico apprendiamo che constava di "una breve e una lunga, di tre tempi", e le più moderne trascrizioni degli inni sono basate sull'ipotesi che il ritmo della melodia seguisse il metro del testo. Il metro ambrosiano era retto dalle leggi della quantità, sebbene il graduale passaggio dalla quantità all'accento fosse già iniziato al tempo di Sant'Ambrogio.
Gli inni ambrosiani si diffusero in tutta Europa. Durante il Medio Evo scrittori ecclesiastici di varie regioni cedettero alla moda di ornare le semplici melodie degli inni con brevi melismi ...
Un inno scritto non su un testo metrico, ma prosastico è il Te
Deum. La sua struttura, come quella dei salmi, è retta dal principio
del parallelismo. Secondo la leggenda fu improvvisato insieme da Sant'Ambrogio
e Sant'Agostino, mentre il primo battezzava il secondo. Nel Medio Evo esso
è talvolta chiamato «Hymnus Ambrosianus». Tuttavia si crede
oggi che il Te Deum sia stato scritto da
Niceta di Remesiana (c. 335-414). Sembra che fosse
ben noto e largamente diffuso già fin dal VI secolo e che penetrasse in
seguito nella liturgia romana. La musica di quest'inno, qual è giunta
fino a noi, sembra essere una creazione composita; sembra che la prima parte
della melodia abbia carattere pre-gregoriano e che sia di origine milanese,
mentre la parte seguente è di carattere gregoriano.
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Nel sec. V era già prescritto il canto domenicale del Te Deum nel monastero di Lérins. La Regola di San Benedetto lo vuole cantato al termine dell'Ufficio notturno, nelle domeniche e nelle solennità (eccetto in Quaresima). È usato anche in molte altre occasioni, come canto di lode e di ringraziamento, p.e. nell'ordinazione del vescovo, dopo la Comunione, alla fine dell'anno.
Sono tre le intonazioni del Te Deum
accolte dal Vaticano I, solenne semplice e more romanum [
oppure
]. Tutte strutturate allo stesso modo, intonano i versetti su
uno schema salmodico non canonico (a testimonianza dell'antichità di
parte della melodia):
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La prima sezione, qui su fondo chiaro, con tenor su la non è riconducibile a un tono canonico. I due emistichi si rivelano assai indipendenti tanto da riconoscere una doppia intonatio (mi sol la per il primo e sol si la per il secondo). È molto più simile a una mediatio la conclusione del secondo e, al contrario, appare più come terminatio quella del primo. Anche sulla scorta della distribuzione dei versetti sarebbe perciò opportuno invertire la distribuzione degli emistichi nello schema. Tuttavia la presenza di un'intonatio così solenne nel primo e l'uniformità di struttura con la successiva sezione (dal versetto Tu Rex gloriae, su fondo verde) ha fatto preferire questa distribuzione. |
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Qui il tono sembra più facilmente riconducibile al IV, con la terminazio a mi. Quella che prima era una evidente intonatio del secondo emistichio qui è chiaramente trasformato in mediatio restituendo corrispondenza fra fraseggio del tono e versetto. La trasformazione melodica, accanto a un apparente nuovo esordio del testo (invocazione di Cristo) fa supporre la combinazione di testi con una loro precisa impronta melodica. |
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Particolarmente anomalo questo terzo modulo che non solo si riconduce con difficoltà allla stuttura del tono salmodico ma presenta un doppio tenor su fa (con finalis do) e sol (con finalis mi). Il primo versetto (Aeterna...) sembra quasi preparate la mutazione melodica. |
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Ricompare con caratteristiche simili la formula più facilmente riconducibile al IV modo. |
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L'ultimo versetto è intonato su frammenti della terza sezione. |
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Pange lingua gloriosi
testo
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