Rivestito dei paramenti pontificali, con lo
stilo e il volumen tra le mani, mentre la colomba (simbolo
della divina ispirazione) gli suggerisce i testi e le melodie liturgiche: lo
schema iconografico di papa Gregorio I (590-604) trasmesso dalle miniature
d'innumerevoli fonti liturgiche medioevali riassume la secolare convinzione che
attribuiva a Gregorio un ruolo diretto ed essenziale nella creazione del
patrimonio liturgico dell'Occidente, al punto da imporre la denominazione di
«gregoriano» al canto della chiesa di Roma.
L'autenticità di questa tradizione fu per la prima volta posta
in dubbio nel secolo XVII (Pierre Goussainville); poi, a partire dal secolo
scorso, il problema emerse in modo sempre più radicale e impellente,
costringendo gli storici a scegliere tra posizioni contrapposte. Neppure oggi
la querelle ha trovato completa e definitiva soluzione, ma le ricerche
condotte per suffragare storicamente le rispettive tesi consentono un giudizio
più equilibrato e rispondente a verità.
La formazione
Nato nel 540 da nobile famiglia romana (probabilmente la gens
Anicia), Gregorio ricevette l'educazione più accurata che si potesse
dare nel suo tempo e nel suo ambiente: uno dei periodi più oscuri della
storia di Roma, quando la città, presa e ripresa da ostrogoti e
bizantini durante la guerra gotica, rischiò d'essere distrutta
dal re Totila.
Ricomposto l'assetto amministrativo e scolastico dalla Prammatica
sanzione di Giustiniano (554), Gregorio poté intraprendere la
carriera di pubblico funzionario, cui il padre l'aveva destinato, fino a
diventare praefectus urbis. Alla morte del padre decise di ritirarsi
dalle occupazioni secolari per abbracciare la vita ascetica; per questo
trasformò in monastero la casa ereditata dal padre sul Celio e vi
instaurò, assai probabilmente, la regola benedettina.
Il ritiro claustrale non durò a lungo: troppo preziosa era la
sua esperienza della situazione romana e dei rapporti con il governo bizantino
perché il papa Pelagio II lo potesse lasciare nel silenzio del
monastero. Fu scelto e inviato come apocrisario (ambasciatore) del pontefice a
Costantinopoli, ove rimase dal 579 al 585-86. Egli non conosceva il greco (il
particolare va sottolineato anche in vista delle sue riforme liturgiche), ma si
guadagnò a corte la stima di tutti.
Richiamato a Roma e scelto dal papa come suo segretario, conobbe lo
struggente dissidio tra la vocazione contemplativa e le assidue incombenze del
suo ufficio, che preludevano a quelle ben più gravi cui egli fu
costretto quando, sia pur riluttante, fu eletto pontefice.
Il pontificato
La sua operosità divenne allora inesausta. Si rivolse dapprima
a Roma devastata dalle armi e dalla pestilenza che vi infieriva. Per ottenere
la cessazione del contagio organizzò la litania septiformis,
ossia volle che i fedeli raccolti in sette cortei processionali confluissero
verso la basilica di S. Maria Maggiore. Contro l'incombente minaccia della fame
sollecitò spedizioni di grano dalla Sicilia e, frattanto, si
adoperò per riaccendere in Roma la vita religiosa e restaurare la
disciplina del clero.
Il suo epistolario documenta la vastità della sua
azione presso varie chiese d'Italia (le metropoli erano Ravenna, Milano,
Aquileia e Cagliari) per dirimere controversie, incoraggiare al bene, incitare
e correggere. Con la sua azione politica mirò soprattutto a risolvere il
problema dei longobardi in Italia. Anche le chiese dell'Africa, dell'Illirico e
dei regni barbarici costituiti in Occidente (visigoti in Spagna, franchi nelle
Gallie, ecc.) conobbero la sua sollecitudine.
Volle la prima spedizione missionaria che la chiesa di Roma ricordi,
inviando il monaco Agostino con una quarantina di compagni ad
evangelizzare l'Inghilterra.
Di fronte alle chiese orientali, pur affermando il principati della
sua sede, si comportò in modo da non far pesare sui patriarchi la sua
autorità. Al riordinamento delle proprietà terriere della chiesa
Gregorio rivolse speciale attenzione, cosciente che allora era questo uno dei
compiti che spettavano al vescovo.
Finalmente, la sua attività letteraria (omelie,
commentari biblici, dialoghi, ecc.), soprattutto se comparata con gli
innumerevoli impegni del suo ministero, fu molto feconda e, com'è
comprensibile, intonata prevalentemente a un carattere pratico, esegetico e
morale. Se si aggiunge la malferma salute, della quale ci dànno notizia
le fonti, l'operosità di Gregorio ha quasi del prodigioso. Ed è
in questo contesto che va inserita l'attività liturgica dell'unico papa
del Medioevo cui i posteri riconobbero il titolo di Magno.
Il Sacramentario
gregoriano
La sua esperienza monastica non poteva lasciarlo insensibile ai
problemi della liturgia. Sulla traccia di alcuni papi suoi predecessori
(specialmente Gelasio), Gregorio compilò un Sacramentario, ossia
la raccolta delle preghiere che il celebrante recitava durante la messa.
È quel tipo di Sacramentario, chiamato appunto gregoriano, che
è possibile ricostruire attraverso copie posteriori a noi pervenute (una
delle più antiche riproduce il modello inviato a Carlo Magno dal papa
Adriano I verso il 785-86 ) e che si apre generalmente con la scritta:
Incipit liber Sacramentorum de circulo anni expositus, a S. Gregorio papa
Romano editus.
Esso conteneva i formulari usati dal papa nelle messe delle grandi
solennità dell'anno, di alcune domeniche e di poche festività dei
santi, in special modo romani, con esplicito riferimento alle cosiddette
stationes, cioè alle chiese romane ove il pontefice
celebrava.
Non è da escludere che, parallelamente alla compilazione del
Sacramentario, Gregorio abbia riordinato anche l'Antifonario della messa,
cioè il libro che allora conteneva i soli testi dei canti. Ma è
proprio nell'attribuire un significato a questo suo intervento che gli storici
si sono schierati in contrastanti posizioni. Per non esprimere valutazioni
soltanto preconcette, è opportuno analizzare brevemente le antiche
testimonianze.
Il canto e la
schola
La Vita, che in modo esplicito assegna a Gregorio Magno la
creazione o la riforma dei canti dell'Antifonario (...antiphonarium
centonem, cantorum studiosissimus, nimis utiliter compilavit. Scholam quoque
cantorum... constituit), fu redatta da Giovanni Diacono (Johannes
Hymmonides) negli anni 872-75 ed è perciò posteriore a Gregorio
di quasi tre secoli: trecento anni nella Roma medioevale sconvolta da
devastazioni e disordini!
Al contrario, i documenti più vicini all'epoca di Gregorio
nulla affermano del canto né della schola: tacciono sia una
Vita quasi contemporanea al santo, sia il Liber pontificalis
(638); un malsicuro riferimento recano l'epitaffio composto da papa Onorio
(625-38) e un testo di Beda (m. 735); solo dall'epoca di Adriano I (772-95)
cominciano ad apparire codici (Antifonari) preceduti da un proemio in versi che
celebra Gregorio come compositore del repertorio liturgico: Gregorius
praesul... composuit hunc libellum musicae artis scholae cantorum anni
circuli... Analoga attribuzione si legge in una fonte coeva a questo
proemio (Ordo Romanus XIX, nell'edizione di M. Andrieu); ma Paolo
Diacono, che scrive verso il 780, pur ricordando molte tradizioni giunte
fino a lui, non ha una parola sul canto né sulla schola.
Alcuni interventi strettamente liturgici del grande papa ci sono noti
dalle sue opere; così è per la tendenza a semplificare riti e
preghiere: pose più rigorosi limiti alla prece litanica; ridusse a una
decina i prefazi propri; spostò il Pater noster a conclusione del
canone; privò dell'alleluia anche le tre settimane precedenti la
quaresima; nel riordinare il Lezionario consentì l'uso di due letture in
luogo delle tre tradizionali; ecc. Si ha dunque una serie di prescrizioni che
giustifica la sua fama di riformatore in campo liturgico.
In rapporto all'organizzazione della schola cantorum, alcuni
hanno voluto scorgervi cenno in un famoso canone del Sinodo romano celebrato
nel 595; ma questo testo prescrive soltanto che chierici e monaci siano
introdotti, in luogo dei laici, nel palazzo pontificale allo scopo di reciproca
edificazione. Che vi sia sottinteso il desiderio d'una più accurata
formazione ascetica e forse liturgica, è assai probabile; ma in nessun
modo si può fondare su questo passo l'apertura della schola
cantorum. Neppure l'altro testo in cui Gregorio condanna l'abuso
invalso a Roma di conferire il diaconato a persone dotate di bella voce ma di
condotta poco esemplare è indizio d'un gruppo di cantori
permanentemente costituito. Semmai le parole di Gregorio provano il contrario,
tant'è vero che, nello stesso testo, egli riserva ai diaconi il solo
canto del Vangelo, demandando il canto dei salmi e delle altre letture ai
suddiaconi e, in caso di necessità, ai chierici degli ordini minori.
Si deve tuttavia riconoscere che, se i due passi accennati non offrono
una sicura prova per l'esistenza della schola cantorum, alcuni reperti
archeologici (basilica di S. Marco papa e chiesa inferiore di S. Clemente a
Roma e altre chiese fuori Roma, come ad Alvignano di Caserta e a Castelfusano
presso l'antica Laurentum, ecc.) documentano che gruppi di cantori
(psallentes) esistevano nel V secolo ed erano collocati in uno
spazio recintato davanti al presbiterio; inoltre
alcune testimonianze letterarie indirette confermerebbero gli indizi
dell'archeologia.
In conclusione: per quanto riguarda Gregorio, nessun testo che gli
appartenga, né altre fonti a lui cronologicamente vicine, provano
diretti interventi del pontefice in relazione alla musica; se qualche influsso
egli esercitò, ciò avvenne mediatamente, attraverso le iniziative
di carattere liturgico.